domenica 7 ottobre 2018

Recensione - Poirot, tutti i racconti di Agatha Christie

E' stata veramente una delle fatiche di Ercole portare a termine questo tomo di ben 927 pagine. Alcuni sono accettabili, altri molto, ma molto semplicistici. Mi era simpatico Poirot, prima di iniziare questo tomo, alla fine l'ho trovato un po' presuntuoso e antipatico, ma tant'è... Mi sono detta molte volte, povero capitano Hastings, che male avrà mai fatto? Si è ripreso con gli ultimi 12 racconti, quelli proprio relative alle 12 fatiche di Ercole o di Hercule... fate voi...
Voto: 6+

sabato 1 settembre 2018

RECENSIONE - La banda dei brocchi di Jonathan Coe

Piccolo capolavoro della letteratura inglese. Racconta la storia di tre ragazzi +1, Ben, Paul, Doug e più sfumato Harding, nei ruggenti anni settanta. Tra storie di emancipazione culturale, nazionalismo, razzismo, attentati dell'IRA e della nuova musica in voga al tempo. Voto: 7,5

lunedì 23 luglio 2018

RECENSIONE – La figlia del boia e il monaco nero di Oliver Potzsch



Altenstadt, 1660. In una notte fredda e nevosa di gennaio, il parroco  della piccola chiesa di San Lorenzo, Andreas Koppmeyer, sta controllando, spiato, che tutto sia a posto nella cripta, dove ha appena murato una parete. La sua scoperta deve rimanere segreta, non se la sente di raccontarla, se non a sua sorella Benedikta, lei saprà consigliarlo al meglio, come sempre. Nessuno poteva sapere che di lì a poco, quel segreto lo avrebbe ucciso, attraverso la sua golosità. Un piatto di frittelle condite con del miele avvelenato, gli furono fatali. Andreas Koppmeyer morì tra atroci sofferenze, lasciando però un indizio a chi avrebbe scoperto il suo cadavere, una parte di una frase di un’iscrizione tombale cerchiata nella polvere. Ad intervenire sul posto è Simon Fronwieser chiamato dalla perpetua del parroco. Pensava di doverlo curare invece lo trova morto stecchito e congelato e non sicuro che la sua morte sia naturale, fa chiamare il boia di Shongau, Jakob Kuisl. Nessuno dei due sa che sono osservati da chi ha ucciso il povero Koppmeyer. Da qui parte la storia che impegnerà Simon, alla luce dell’indizio lasciato dal parroco, in una spasmodica ricerca di un tesoro lasciato dai templari, aiutato da Benedikta Koppmeyer, sorella del defunto; donna molto avvenente e decisa che desta la gelosia di Magdalena, la figlia del boia. Jakob Kuisl viene nel frattempo impegnato nella ricerca di una banda di criminali che assale i commercianti nei loro viaggi e sta rendendo dura la vita a Shongau. Tra tesori templari, che non sono quello si spera, tombe e reliquie di santi, organizzazioni religiose segrete, enigmi da risolvere, bande di criminali e manie di grandezza, si snoda la storia del boia di Shongau e dei suoi comprimari. Sua figlia Magdalena, il medico Simon Fronwieser e altri, come il personaggio di Benedikta Koppmeyer. Romanzo ben fatto, con una trama intrecciata perfettamente tra storia e realtà. Ricordo infatti, che il personaggio del boia è esistito veramente a Shongau e ad Altenstadt e che l’autore è un suo discendente. Particolare e carina l’idea di inserire alla fine una piccola guida dei luoghi menzionati nel racconto, tra l’altro tutti molto vicini tra loro e visitabili in una giornata, per chi avesse la voglia di andare in Baviera nella regione del Pfaffenwinkel. Voto: 7+

lunedì 16 luglio 2018

RECENSIONE – Il morso della reclusa di Fred Vargas



Nuovo romanzo della serie del Commissario Adamsberg, lo “spalatore di nuvole”, come di solito viene chiamato. Jean-Baptiste rimasto in Islanda dal precedente episodio, non ha nessuna voglia di tornare a casa. Si trova benissimo in quell’isola piena di nebbia lavorando come pescatore, ma il dovere lo richiama a Parigi, nel commissariato del XIII Arrondissement. C’è da risolvere l’omicidio di una donna. Il caso è presto risolto, ma è lo stesso Adamsberg, frugando per caso nel computer dell’agente Voisnet l’animalista, a crearsene uno davvero spinoso. Sembrerebbe che nel sud della Francia ci sia un ragno, ragno violino o loxosceles rufescens o semplicemente reclusa, sia diventato particolarmente pericoloso, tanto da causare la morte di tre ottuagenari. Chi conosce bene Adamsberg, sa che ha il potere di guardare attraverso le nebbie, e a lui quelle tre morti sembrano molto sospette. Inizia così una sua indagine personale, perché le suddette morti sono considerate degli incidenti naturali. Non è con lui il comandante Danglard, che considera i ragionamenti di Adamsberg, appena tornato dall’Islanda, ancora più strampalati del solito.  “Non ci posso credere, non ci voglio credere. Torni fra noi, commissario. Ma in quali nebbie ha perso la vista, porca miseria?”. Nemmeno la squadra è completamente con lui e appoggiano il comandante Danglard. Aiutato dai fidi Vyrenc, Retancourt e Froissy, il Commissario Adamsberg comincia a diradare le nebbie del caso. L’aggiunta dell’aiuto di Mathias, archeologo protagonista dei Tre Evangelisti, che sono stata contentissima di aver ritrovato, poterà l’indagine ad una svolta inaspettata. Tra ricordi sepolti nei meandri della memoria, arzille vecchiette studiose di ragni, piatti di garbure e bicchieri di madrian, ce la farà anche stavolta Jean-Baptiste Adamsberg a dissolvere la nebbia? E il comandante Danglard riuscirà a farlo desistere o anche lui si ricongiungerà alla “ciurma della nave di Magellano in rotta verso lo stretto”? Come al solito la Vargas non mi ha deluso, anche se il colpevole si scopre con facilità. Ma la bellezza del libro non sta tanto nel trovare il colpevole, ma negli intrecci creati dall’autrice per risolvere il caso, per trovare le prove della definitiva colpevolezza. I dialoghi, a volte sconclusionati, tra Adamsberg e i suoi collaboratori, strappano più di qualche sorriso. Gli incastri, gli intrecci e le semplici parole che la Vargas usa sono tutti elementi che convergono per la creazione di una storia che spinge il lettore a lasciarsi conquistare da ciò che Adamsberg e i suoi collaboratori ci vogliono raccontare. Voto: 7,5

mercoledì 4 luglio 2018

RECENSIONE – La vera storia di Long John Silver di Björn Larsson



Parto col dire che l’idea di Björn Larsson è geniale, non è facile entrare in un personaggio non tuo, quindi deve essere stato un grande lettore di Stevenson e della sua Isola del Tesoro. Ma sembrerebbe non sia nuovo a questo tipo di esperienze. Ne esce un romanzo molto bello crudo e realistico. É lo stesso protagonista a raccontare se stesso. La sua storia vera dice lui, non quello che viene strombazzato e raccontato da altri. La storia della sua vita da pirata: di come è nata, di chi ha conosciuto durante la sua vita in mare, di come ha perso la gamba e perfino il perché del suo soprannome Barbecue. Il tutto narrato con molti particolari. I  difficili viaggi in mare. Del suo ingaggio su una nave negriera con le torture agli schiavi. Le impiccagioni frequenti della gente di mare, le burrasche e tanto, tantissimo rum. I personaggi che John Silver nel ripercorrere la  sua vita, così come gli viene, sembrano reali. I suoi racconti allo scrittore Defoe, a cui appunta gli errori che questo ha fatto nella sua Storia dei Pirati. Fino a ritrovarlo vecchio e pensieroso, che sta scrivendo le sue memorie, la sua vera storia in isola del Madagascar. Long John Silver decide di imbarcarsi perché la sua vita non lo entusiasmava sufficientemente, la vita che gli avevano ritagliato intorno, a leggere la bibbia in latino, non faceva sicuramente per lui. Quindi scappa quindicenne e s’imbarca, credendo che gli basti la sua parlantina e la sua prontezza a raccontare storie a salvarlo dai pericoli. Ma quello che trova è una vita dura, cinica e maligna. Le sue vicissitudini lo trasformeranno per sempre in un pirata sempre in fuga dalla forca. Avrà il carisma di un capitano, ma si rifiuterà sempre di farlo. Verrà ridotto in schiavitù e venduto come schiavo a contratto. Come lui ci racconta, è spesso costretto ad uccidere, perché il suo scopo non è solo quello di diventare ricco, ma quello di preservare la sua stessa vita. É uno dei pochi pirati che non si ubriaca o che abbia le mani segnate, le porta sempre coperte da un paio di guanti. Il suo motto è: vivere ed essere libero anche a costo di barattare la propria moralità. É un antirazzista, non fa nessuna differenza tra bianchi neri e indiani. Un pirata che è si cattivo, ma che per noi che ne leggiamo la storia desta simpatia. Un pirata che è destinato a restare cattivo per la storia, ma che non si può fare a meno di ammirare quando ci racconta la sua verità. Larsson ha avuto la capacità di restituirci un personaggio forte e solido, avvincente che appassiona, ma allo stesso tempo ci fa riflettere sul concetto di bene e male, compagnia e solitudine. «Ho vissuto a lungo. Questo non me lo può togliere nessuno. Tutti quelli che ho conosciuto sono morti. Alcuni li ho mandati io stesso all'altro mondo, se poi esiste. Ma perché dovrebbe? In ogni caso, spero con tutta l'anima che non esista, perché all'inferno ce li ritroverei tutti, Pew il cieco, Israel Hands, Billy Bones, quell'idiota di Morgan che osò passarmi il bollo nero, e gli altri, Flint compreso, che dio l'abbia in gloria, se un dio esiste. Mi accoglierebbero a braccia aperte, con salamelecchi e inchini, sostenendo che è tornato tutto come ai vecchi tempi.» Voto: 8

lunedì 21 maggio 2018

RECENSIONE – Potete perdonarla? di Anthony Trollope



Anthony Trollope è stato uno di quegli scrittori ad avere la sfiga atavica di nascere in un periodo dove di scrittori, anche molto buoni, ve n’erano a bizzeffe. Lui si è trovato di fronte a scrittori come Dickens e Thackeray, e non dico altro. Ma Trollope è stato uno scrittore validissimo, di razza pura. Ha senso dell’umorismo, descrive molto bene le scene del romanzo, i suoi dialoghi risultano vivi e i suoi romanzi hanno anche tensione e suspense. Potete perdonarla? (primo volume del ciclo Pellisser), é la domanda che viene posta spesso al lettore dal narratore. Voce gentile che ci accompagna con i suoi commenti a volte neutri, a volte di parte, a volte ironici, ma sempre garbati, lungo tutto l’arco della narrazione. La domanda che è nel titolo “Potete perdonarla?” si riferisce alla protagonista della storia, Alice Vavassor, una signorina non ricca, ma imparentata con le migliori famiglie britanniche. Ha un’età al limite dello zitellaggio, è molto bella, ma ha un desiderio di indipendenza per l’epoca veniva visto come una discesa all’inferno, quello di poter decidere per conto proprio della sua vita. Lo può fare, perché è in possesso di una propria rendita che però attira corteggiatori come insetti. La troviamo, all’inizio del romanzo, fidanzata con John Grey, che non è altro che un gioco di parole per farci capire il carattere dell’uomo: pacato, saggio, prevedibile, senza grandi entusiasmi. John Grey vive in un posto considerato bruttissimo nel Cambridgeshire, Nethercoats, dove lui si trova benissimo. Ma Alice? Alice veniva già da un fidanzamento, con suo cugino George Vavasor, rotto per l’opposta situazione caratteriale del Sig. Grey; suo cugino è un farabutto, un imbroglione, un mangiasoldi, e tutto quello che ci può essere di male in un “gentiluomo” inglese. Tra la disapprovazione di tutti e complice un viaggio insieme al cugino e alla cugina in Svizzera, Alice romperà il fidanzamento con John Grey, pentendosene quasi immediatamente, per poi fidanzarsi di nuovo col cugino scellerato che mira solo al suo denaro, soprattutto ci mira nell’immediatezza, visto che gli serve per comprarsi un seggio in parlamento.
É un tomo di 1000 pagine che segue non solo le vicende di Alice, di George e di John, ma di una numerosa quantità di personaggi propri del romanzo vittoriano. Non mancano quindi la giovane Lady Glencora che molta parte avrà in questa storia, come la cugina Kate, sorella di George, come la vedova Greenhow. Tutte donne dal carattere forte e indipendente per quell’epoca. Donne che non sono contente, e ammettono anche di fronte ai propri mariti, di essersi sposate perché costrette. Sembrerebbe essere il matrimonio il tema principale del libro, ma non è così, tutto dipende dal reddito, il vero protagonista di questa storia è il denaro, che uno ha e che uno non ha. Per un gentiluomo e una gentildonna non era previsto lavorare, anche se il loro reddito era bassissimo, per questo molte di queste persone si sposavano solo per denaro. Per questo George corteggia Alice e per questo il ricco possidente Cheesacre tenterà di sposare la vedova Greenow. Trollope tesse una bella storia d’amore, ma comincia ad introdurci anche nei giochi politici dell’epoca. La sua caratterizzazione dei personaggi è straordinaria. Crescono mano a mano che la storia avanza. Li riempie di delicatezza e simpatia, di bruttezza e violenza, di dissoluzione e disillusione. Le donne soprattutto anticipano i cambiamenti che avverranno in seguito, nel tempo, reclamando quella sorta di indipendenza dal mondo maschile e dal matrimonio. Voto: 8

lunedì 7 maggio 2018

RECENSIONE - I Beati Paoli di Luigi Natoli


Questo romanzo viene pubblicato a cavallo tra il 1909 e il 1910. Sfondo del racconto è la bellissima Sicilia del diciottesimo secolo tra regni spagnoli e sabaudi, dove la nobiltà la faceva da padrone e il popolino era ignorante e schiavo. Ma come in tutte le storie che si rispettino, c’è sempre qualche persona “illuminata”, che nonostante il suo ceto elevato, considera ingiustizie tutte le cattiverie e i soprusi che il popolo vessato deve subire in silenzio, pena il carcere o la morte. C’è qualcuno che lavora nell’ombra e rende giustizia. Persone che non si conoscono tra di loro, perché agiscono sempre a volto coperto. Istituiscono processi, condannano ed eseguono sentenze, secondo la loro giustizia, quella dei Beati Paoli. La storia si apre nel gennaio del 1698, durante i festeggiamenti per la fine della guerra tra Spagna e Francia. Don Raimondo Albamonte, secondogenito di nobile stirpe, destinato all’avvocatura di Stato, non ha mai amato il Duca Emanuele, suo fratello, nonostante questi non gli abbia mai precluso nulla. Viene a sapere che suo fratello è morto in un’ultima battaglia, ma il suo disappunto è grande. Non è lui  che erediterà il titolo e i possedimenti degli Albamonte. Sua cognata Aloisia è incinta e a meno che non sia una femmina, il titolo andrà ad un lattante a cui dovrà baciare la mano. Appena sua cognata partorisce, un maschio che verrà chiamato come il padre Emanuele, Don Raimondo, con tutti mezzi illeciti, cercherà di uccidere la donna e il figlio, per arrogare a se il potere e tutto quello che ne deriverà in termine di soldi e possedimenti. Ritroviamo, nella seconda parte del libro, Don Raimondo ormai divenuto da tempo Duca della Motta, impegnato in altri festeggiamenti, quelli per l’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia come Re di Sicilia. Impegnato a cercare di entrare nelle grazie del nuovo re, ma anche spaventato da oscure minacce che gli vengono recapitate nel suo ufficio o addirittura nel suo palazzo. Qualcuno conosce il suo segreto, le sue malefatte, la sua usurpazione del titolo. Entrano a questo punto in scena i personaggi che definire comprimari è difficile, per quanta parte hanno nella storia, alcuni dei quali sono realmente esistiti. Donna Gabriella, moglie del Duca della Motta è una bellissima donna e nonostante sia sposata ad un nobile importante è contornata da un “codazzo” di uomini che vorrebbero entrare nelle sue grazie, ma che lei, nonostante faccia un po’ la civetta, non ha mai considerato, anche se il suo è sicuramente solo un matrimonio di facciata. Il Duca, suo marito, è molto più vecchio di lei, è già stato sposato e ha una figlia adolescente. Dal nulla o quasi, spunta un ragazzo molto bello, Blasco da Castiglione, che in un modo un po’ somigliante a D’Artagnan entra in contatto con la nobiltà di Palermo e con la stessa contessa. Un frate sa che Blasco nasconde una parentela eccelsa e lo presenterà a quello che dovrebbe essere suo zio, il Duca Raimondo della Motta. Che Donna Gabriella noti la differenza di beltà tra Blasco e suo marito non c’è nemmeno da dirlo, ma che Blasco non approfitti della situazione, in quanto animo candidissimo, nemmeno la duchessa lo avrebbe previsto. Don Raimondo, non è uno stupido, e ha notato la forte somiglianza di Blasco con suo fratello Emanuele, e pensa di tenerlo legato a se in qualche modo. Ma Blasco, preferirà andare via dalla casa per non compromettere Donna Gabriella, e si trasferirà da un nobile che si è rivelato un vero amico, il nobile signore Coriolano della Floresta. Una sorte diversa avrà un altro personaggio, Emanuele, nipote di don Girolamo Ammirata, di cui sapremo subito essere il figlio scomparso e non morto di Donna Aloisia e Don Emanuele, quindi il vero erede del ducato della Motta. Peripezie, avventure, duelli e tribunali segreti, condanne, sentenze e uomini incappucciati. Travestimenti, tradimenti e giuramenti di sangue. Un po’ tra Il conte di Montecristo, I tre moschettieri e Robin Hood, cui sicuramente il Natoli ha dato più di un’occhiata e da cui ha attinto più di qualcosa.
“- Signore, - esclamò, - non avete forse alcun interesse per la vostra gola? Volete giocarla? Sono a vostra disposizione …
-       Voi dovete una spiegazione anche a me …
-       Non ve la negherò. Quando vorrete … - rispose Blasco.
-       Oggi alle quattro …
-       Vi domando perdono; alle quattro sono impegnato con un altro cavaliere della guardia reale sulla spianata dei Cappuccini. Vi prego di favorire là per le quattro e mezzo.
Se ne andò, lasciando i due nuovi avversari che si guardavano sorpresi, e pensando:
-       Adesso ne ho tre sulle braccia: andiamo a cercare questo testimonio benedetto.”
Molto belle le descrizioni della Palermo seicentesca di cui tutt’ora si possono ammirare tutti i palazzi che vengono nominati nella storia. Bello l’intreccio storico ai personaggi fittizi, ma di qui a dire che questo romanzo sia il vademecum della mafia odierna ce ne passa. Voto: 7