mercoledì 20 maggio 2020

RECENSIONE - La misura del tempo di Gianrico Carofiglio



Dopo 27 anni, Guido Guerrieri incontra di nuovo Lorenza, con la quale aveva avuto un breve ma intenso rapporto. La donna è molto diversa da quella passionale e trasgressiva conosciuta in gioventù: è invecchiata e, soprattutto, preoccupata per la sorte giudiziaria del figlio, condannato in primo grado per omicidio volontario di uno spacciatore. Lorenza, ormai senza soldi, si rivolge a Guido per l’appello, dopo la morte del suo avvocato. Da qui inizia un continuo alternarsi tra passato e presente: l’avvocato Guerrieri ricorda la storia con Lorenza e cerca di costruire un quadro di ragionevole dubbio, delineando scenari alternativi possibili, visto che tutto indica che Iacopo, il figlio di Lorenza, sia l’unico probabile colpevole. Carofiglio, ex magistrato, conosce perfettamente la giustizia e i suoi meccanismi: la scrittura è chiara, elegante, colta, precisa, scorrevole, intrisa di tecnicismi ben noti a chi ha frequentato l’ambiente dei tribunali. La trama è ben costruita, ma non interessano i colpi di scena, quanto piuttosto un epilogo dal retrogusto amaro che invita alla riflessione. Il protagonista fa continuamente i conti col tempo che passa veloce mentre, cambiando, siamo occupati a vivere. Accanto alle vicende narrate, infatti, lo scrittore dispensa pillole di saggezza, citazioni dotte, riflessioni. Consigliatissimo!
(a cura di Maria Lombardi)

martedì 21 aprile 2020

RECENSIONE – L’ultima estate a Chelsea Beach di Pam Jenoff



Protagonista di questo romanzo è Adelia Monforte detta “Addie”, giovane di religione ebraica, che nell’estate del 1941 riesce a raggiungere l’America da Trieste, grazie al sacrificio dei suoi genitori. Viene accolta dagli zii e nonostante la nostalgia di casa e l’incertezza della fine dei suoi genitori, vive un’estate indimenticabile, grazie alla conoscenza di una famiglia di origine irlandese, i Connally.  Nella famiglia ci sono quattro ragazzi che, insieme alla loro madre, riescono a trasmetterle quel senso di unione familiare che ai suoi zii manca. Per Addie però non c’è solo l’amicizia con i gemelli Liam e Jack o con il piccolo Robbie. Per Addie, quell’estate, rappresenta anche il primo amore, quello per Charlie, il figlio maggiore dei Connally. Ma la guerra è vicina anche se è dall’altra parte del mondo, cambia tutto e porta via quella che era stata una adolescenza spensierata. A complicare ancora di più la vita sua e dei Connally è una tragedia che si porterà via il piccolo Robbie e non solo. Per sfuggire alla sua infelicità e all’abbandono, Addie fugge  dapprima a Washington dove diverrà un’apprezzata collaboratrice al Washington Post e infine a Londra, in mezzo alla guerra, quella da cui era stata fatta fuggire solo pochi anni prima. Il passato però torna sempre a fare i conti e riporta Addie dove tutto era iniziato, sulla spiaggia di Chelsea Beach dove qualcuno l’ha aspettata per tutto il tempo. Bello questo romanzo di Pam Jenoff che ci racconta il periodo storico burrascoso della II guerra mondiale, la fuga degli ebrei prima dello scoppio della guerra, i bombardamenti di Londra, l’entrata in guerra degli Stati Uniti, e l’invasione alleata in Europa attraverso gli occhi di Addie e dei componenti della famiglia Connally con i quali avrà dei rapporti più o meno intensi, che faranno parte della sua vita e le daranno gioie e dolori in egual misura. Soprattutto Charlie e Liam, fratelli, ma diversissimi tra loro. Charlie, posato, diretto e sempre pronto a fare la cosa giusta, con una strada già scritta nella sua testa. Liam, la pecora nera della famiglia, lo spostato, quello meno ligio alle regole, ma quello con il cuore più grande di tutti. Da non tascurare anche altri personaggi importanti nella “crescita” di Addie, come Claire Churchill, nipote del Primo Ministro inglese e Theodore “Teddy” White, corrispondente del Washington Post a Londra, che diverrà il capo di Addie. Una storia tormentata di quella che sembrava una famiglia perfetta ma non lo era, una storia di distacchi e riunioni, di abbandoni e ritorni a casa, di morti e salvezze e di segreti, tanti segreti che rivelati potranno scavare solchi tra le persone oppure riavvicinarle per sempre. Voto: 7+
(a cura di Silvia Marcaurelio)

mercoledì 8 aprile 2020

Recensione – Il lato nord del cuore di Dolores Redondo



Il romanzo di Dolores Redondo, edito dalla DeA Planeta libri, è il quarto volume, esattamente il prequel, della trilogia di Baztàn. La protagonista di questo episodio è la giovane ispettrice della Navarra, Amaia Salazar. Siamo nell’agosto del 2005, Amaia è impegnata con un gruppo interforze dell’Europol in un seminario-esercitazione tenuto a Quantico, nella sede dell’FBI, sotto la guida dello stimato detective Aloisius Dupree. Gli uomini e le donne dell’Europol vengono messi alla prova studiando il caso di quello che potrebbe essere un possibile serial-killer con una perversa predilezione per le catastrofi naturali, e che uccide famiglie intere, nascondendo i suoi omicidi come se fossero provocati dalle stesse catastrofi. Amaia, dopo aver consegnato la sua relazione sul caso, viene inserita nella squadra che si occuperà della ricerca del killer dall’agente Dupree, che nella ragazza ha visto un mix di genio e insolenza. Grazie all’intuizione di Amaia, infatti, seppur con i pochi elementi a disposizione, riescono a scoprire che il killer è un uomo metodico e tutto quello che fa è ben studiato e che negli omicidi c’è una componente spirituale. Ma anche se gli altri membri della squadra non riescono a capire i ragionamenti della ragazza, Dupree ne coglie tutta la potenzialità, visto che anche lui proviene da un luogo dove misticismo e credenze fanno parte della cultura popolare. Oltre a questo, i due sono legati da un filo invisibile, di quelli che hanno attraversato l’inferno, ma sono riusciti a tornare. Dupree sa che il compositore, nome dato al serial killer, andrà con tutta probabilità a New Orleans dove si sta per scatenare l’uragano Katrina. E quale occasione potrebbe essere per lui più ghiotta se non l’uragano del secolo? Nessuno però sa cosa sta per succedere a New Orleans, neanche lo stesso Dupree che ci è nato, ma nemmeno lo stesso killer, pronto comunque a colpire. Nel romanzo della Redondo non assisteremo solo alla caccia al serial killer, prenderemo conoscenza anche della storia di Amaia, del perché sia fatta in un certo modo e anche perché, come le dice Dupree in un passaggio del libro, lei è il famoso ago nel pagliaio. Scopriamo la sua infanzia a Elizondo, e tutto quello che ha segnato la sua giovane vita, facendola comunque diventare una persona speciale, sensibile, empatica e delle volte superba e inaccessibile. Altro personaggio di cui avremo modo di conoscere qualcosa di più è proprio il detective Dupree, che è la copia al maschile di Amaia ed è forse proprio per questo che lui l’ha notata già molti anni prima, quando lei era ancora una studente universitaria. Scopriremo qualche tratto di Dupree, qualcosa che nascondeva molto bene anche ai suoi stessi colleghi, ma che riaffiorerà con lo stesso vigore dell’uragano abbattutosi sulla sua città. Dopo aver pubblicato la trilogia di Baztàn, Dolores Redondo ci regala un libro completo e bellissimo, con una forza immaginativa nelle parole che lo compongono molto, molto forte. Sembra di essere nel pieno dell’uragano Katrina, sommersi nell’acqua fino alle ginocchia, nel puzzo, nel pericolo di quei giorni. Sullo Zodiac in compagnia di Amaia, Johnson e Dupree, e con Bill e Bull. Ringraziando anche Nana per il suo gris-gris. Bello, Bello, bello!
(a cura di Silvia Marcaurelio)

giovedì 12 marzo 2020

Recensione - Le colpe degli altri di Linda Tugnoli



Esordio felice per la scrittrice Linda Tugnoli, che ha partorito la storia “Le colpe degli altri” edito dalla Editrice Nord.
Il protagonista della nostra storia è Guido Boggio-Martinet, di professione giardiniere. Un uomo che non ama molto parlare, soprattutto di sé e del suo passato.
Ma per un caso, salta agli onori della cronaca, quando trova il cadavere di una giovane donna, in un giardino di una villa semi-abbandonata, dove avrebbe invece dovuto trovare qualcuno che gli stava offrendo un lavoro.
Guido è un esperto di piante e fiori e oltre al cadavere ha notato dei particolari, che, per qualche strana ragione tiene per sé e non li comunica al commissario responsabile delle indagini, un siciliano scorbutico, che odia la Valle, il suo tempo meteorologico e anche i piemontesi.

I particolari che Guido ha tralasciato di comunicare al solerte commissario, sono un fiore secco, una rosa antica che la ragazza teneva nella mano, una foglia di un albero molto raro, il Ginkgo Biloba e un profumo antico, che lo riporta indietro nel tempo, e che riconosce grazie al suo olfatto finissimo e al suo passato lavoro.
Per Guido quella ragazza morta diventa un’ossessione. E anche se avrebbe ben più di un motivo per mantenere un basso profilo, non sa resistere alla tentazione di svolgere un’indagine clandestina. Partirà proprio dalla rarissima foglia di Ginkgo Biloba, perché lì, dove vive lui, in Valle Cervo, quegli alberi sono davvero una rarità ed esistono solo in alcuni giardini privati.
Guido comincia quindi le sue peregrinazioni alla ricerca dei famosi alberi, aiutato dalla memoria antica del vecchio amico Osvaldo, ex giardiniere della villa in cui ora lavora lui, e dalle altre memorie storiche del paese, come le sorelle Dimme.
Guido, d’altronde, è anche lui un estraneo per quei luoghi, perché fino a pochi anni prima, fin da giovanissimo era partito a far fortuna e successo in Francia, a Parigi, che aveva abbandonato poi di punto in bianco, per ritornare nella sua casa natale a goderne la tranquillità.
Poco alla volta Guido riesce, con la sua piccola indagine a recuperare degli indizi, soprattutto perché il primo indiziato resta proprio lui agli occhi della polizia, e questo gli provoca flash di brutti ricordi della sua vita precedente e di una donna del suo passato.
Ma i segreti, seppure sepolti da molto tempo, stanno tutti per riemergere, sia quelli dello stesso Guido, sia quelli relativi all’omicidio della ragazza col vestito blu, anche se qualcuno ha ingarbugliato per bene le cose e per Guido non sarà facile uscirne fuori.
Bello questo esordio della Tugnoli che con una scrittura semplice e scorrevole ci regala un bel giallo quasi vecchio stampo.
La trama è ben congegnata e gli indizi che portano alla soluzione del giallo si scoprono poco a poco, tenendo dietro alla storia del protagonista.
Perfetti anche i personaggi secondari, come il burbero commissario siciliano, il vecchio Osvaldo, la bella Marta e il fantastico Giovannino, senza tralasciare Tito e Rudi. Leggetelo e passerete delle ore a fantasticare di valli brumose e piovose (ditelo al commissario!) dell’alto Piemonte.
(a cura di Silvia Marcaurelio)
http://contornidinoir.it/2020/01/linda-tugnoli-le-colpe-degli-altri/linda-tugnoli-le-colpe-degli-altri-9788842932499/

lunedì 2 marzo 2020

RECENSIONE – Casa di Foglie di Mark Z. Danielewski



Presumo che Mark Z. Danielwski abbia avuto un’infanzia difficile e per questo motivo sia finito in un brutto giro, fatto di alcol, droga, pasticche, canne, funghetti allucinogeni e quant’altro serva per sballarsi, perché altrimenti questo libro non si spiega, se non come un “trip” dovuto all’aver ingerito tutta questa roba messa insieme.
La storia di per sé potrebbe anche rivelarsi interessante … Se non fosse che a disturbarla siano delle note a pié di pagina ora inserite da quello che dovrebbe essere l’autore di un manoscritto, un certo Zampanò, o il secondo lettore e sviluppatore del manoscritto, tale Johnny Truant.
É pur vero che Johnny, nella sua introduzione, ce lo dice convinto: “Se siete fortunati vi stancherete di questo libro, avrete la reazione in cui Zampanò aveva sperato, lo definirete inutilmente complicato (e lo è), ostinatamente ottuso (a ragione), prolisso (Avoja! [esclamazione in dialetto romanesco] – parola vostra -, assurdamente concepito (niente di più vero!), e ne sarete convinti, lo metterete da parte (cosa che non ho fatto, perché pensavo che da qualche parte si arrivasse) – anche se sento dire «da parte» e mi vengono i brividi, perché che cosa riusciamo mai a mettere da parte in realtà? – e andrete avanti, mangerete, berrete, sarete felici e soprattutto dormirete sonni sereni.”
Ma io no … non mi sono lasciata nemmeno convincere dall’incipit del libro: Questo libro non è per te.
Porca miseria, se aveva ragione! Un guazzabuglio … ecco cos’è stato per me questo libro.
Non vi dico la fatica per leggerlo! A parte l’invenzione di usare caratteri diversi in ogni dove… la cosa più assurda di questo libro sono le note. Le note che dovrebbero dare un senso a quello che stai leggendo, sono una massa di parole scritte e buttate là … almeno per me. C’è chi ci ha trovato altro … io ho anche fatto fatica a capirle.
Sì… io il libro l’ho capito poco. Ho letto recensioni di persone entusiaste. Persone che si sono messe a ricercare giochini all’interno del testo … quanto a me, ho fatto fatica anche a comprendere certi passi del libro … E mi ero pure scaricata da internet il: “Come leggere Casa di Foglie”, visto che avevo sentito che c’era un filo logico da seguire, filo logico che nemmeno con le istruzioni sono riuscita a trovare.
Insomma una cocente delusione data anche da un costo non proprio abbordabile: mai 30 euro sono stati spesi così male!!!
Comunque la storia è pressappoco questa: Ci sono tre personaggi principali, uno è Johnny Truant, un ragazzo che già da sé non sta proprio messo benissimo con la testa, che dopo la chiamata di un amico (Lude), trova nella casa del Vecchio Zampanò, un baule contente gli appunti per un manoscritto. Manoscritto che riguarda l’analisi e la ricostruzione di un documentario che Will Navidson, fotografo di successo, ha girato all’interno della sua casa. Uno potrebbe pensare: beh che valenza potrebbe avere un documentario del genere. All’inizio della storia Navdison pensa solo di registrare la vita domestica sua e della sua famiglia, dopo esser sceso a compromessi con la sua compagna, e aver deciso di seguire più da vicino la crescita dei figli Chad e Daisy. Un riavvicinamento tra lui e karen. Ma all’improvviso nella casa compare una porta, dove dietro c’è un corridoio buio, o almeno è quello che sembra all’inizio. Ma dietro quella porta c’è un intero mondo, che Navidson stesso e altri che lo seguiranno si ritroveranno ad esplorare fino a che diventerà un’ossessione, anche per Zampanò che è l’autore del manoscritto o per Johnny Truant che ne è il lettore e a cui aggiunge altre note di sua mano.
Le varie storie dei protagonisti si stratificano una sull’altra, creando un vero labirinto di parole. Il libro è sperimentale ed anch’esso è una forma di labirinto per il lettore, con il testo che cambia direzione, le pagine cambiano, ci sono riquadri nei riquadri, note sottosopra, spezzettate, addirittura pagine con una sola parola, o parole scritte sui bordi.
Ho letto opinioni contrastanti su questo libro, io me ne sono fatta una mia: c’è chi l’ha definito “un libro molto strano”, chi un capolavoro, e chi, come me un’enorme massa di idee, parole, note e appendici che tra loro non portano assolutamente a nulla. Forse sarò io a non averlo capito.
Ma la mole di lavoro che c’è dietro al lavoro di Zampanò, il numero di note che contengono dei riferimenti e citazioni a libri, più o meno reali, all’utilizzo di argomentazioni anche difficili e astruse, ma quanto doveva essere preparato il vecchio, quanto aveva fatto successo questo docu-film sulla casa di Ash Tree Lane? Anche lo stesso Truant che ci parla attraverso le sue note, che delle volte, raccontano di sé stesso, più che del manoscritto che sta leggendo, quanto poteva essere preparato per trattare determinati argomenti come per esempio la datazione di frammenti di rocce, la velocità di riverberazione dell’eco … perché anche di questi argomenti si parla, con formule matematiche al seguito … Ecco, probabilmente ero io ad essere impreparata per leggerlo. Comunque se siete curiosi, leggetelo, con molta cura. Cercate ogni giochino possibile all’interno del testo. Tutti i giochi di parole che lo compongono e poi chiamatemi e spiegatemelo … Ve ne sarei veramente grata. Voto: 5 (solo per la massa di lavoro che c’è dietro).

domenica 9 febbraio 2020

RECENSIONE - Un inutile delitto di Jill Dowson


Secondo romanzo di Jill Dawson messo sotto la lente di ingrandimento del nostro blog, dopo aver pubblicato, sempre con questa casa editrice che sforna gioiellini di autori straordinari, Il talento del crimine, torna in libreria con Un inutile delitto, con il quale la scrittrice intende far luce su un vecchio delitto che balzò agli onori della cronaca nella Londra dei primi anni settanta, quello della tata Sandra Rivett, cercando, finalmente, quella giustizia che la stampa di allora non le riservò mai.
Londra, 1974. In una mattina di novembre la città è sconvolta da un efferato omicidio, Mandy River, una giovane donna, approdata da poco in città, è stata uccisa barbaramente da Lord Morven, l’ex marito della sua datrice di lavoro.
Ma prima di arrivare all’epilogo della storia, che già conosciamo visto il fatto di cronaca veramente accaduto a cui è ispirato, Jill Dawson prova a romanzare la storia che Mandy/Sandra aveva avuto prima della sua morte.
Piano piano l’autrice, ora dalla bocca di Mandy, ora da quella della sua amica Rosemary, ci racconta gli antefatti prima del brutale delitto.
Dalla venuta di Mandy a Londra, all’impiego presso Lady Morven per occuparsi dei figli James e Pamela. Alla svagatezza della stessa donna di cui Mandy parlerà spesso con Rosemary. Alla conoscenza di Neville, che dopo molte storie sbagliate, sembra sia l’uomo giusto per lei, e di cui scopriremo alcuni particolari importanti solo alla fine della storia e soprattutto il personaggio del cattivo, l’irascibile conte, Lord Morven, Dickie per tutti. Uomo che ai molti, compresa Rosemary, risulta un uomo affascinante, contornato ancora da quell’alone luminoso che aveva l’aristocrazia in quel periodo storico. Mentre Mandy sospetterà subito che possa essere un uomo molto pericoloso.
E infatti ne ha paura. Ma la scelta fatta di lasciare la provincia e una madre che la soffoca, la fanno desistere dal lasciare il lavoro appena trovato e soprattutto ha cominciato a voler bene ai bambini, che sono un po’ il surrogato dei suoi, e crede a quello che Lady Morven, Katharine le dice.
Ma Rosemary la convince che Dickie è un uomo affascinante e di mondo, e che quello che fa è per la mancanza dei suoi bambini.
Rosemary avrà di che pentirsi di non aver creduto alle parole dell’amica, soprattutto di non aver dato retta ai presagi che l’avevano messa in guardia.
L’autrice quindi, condisce la vera cronaca con un po’ di paranormale facendo assumere al personaggio di Rosemary un tocco di potere, quello di parlare con gli uccelli.
La storia va avanti un po’ ingarbugliata, tra strani presagi, silenzi colpevoli, inquietanti indizi e segreti inconfessabili, con atmosfere oscure e cariche di tensione.
È scritto bene, in alcuni punti c’è una giusta tensione, ma si dilunga troppo in alcuni particolari, e parla poco di altri. La parte del paranormale e di Rosemary che parla con gli uccelli, secondo me ha poco senso, se non quello di cercare un appiglio per avvalorare tesi che, da tempo memorabile, non sono state avvalorate nemmeno per il vero delitto. Infatti, ancora oggi, non si sa ancora cosa sia veramente successo, perché un vero processo con un vero colpevole non ci sono mai stati, vista la scomparsa dell’assassino.
Un romanzo che avrebbe avuto maggiori potenzialità, sicuramente un autrice da tenere d’occhio.
(a cura di Silvia Marcaurelio) (Recensione per Contorni di Noir https://contornidinoir.it/2020/02/jill-dawson-un-inutile-delitto-2/?fbclid=IwAR04Ih2LT4Mb-Am8usi8GBDfW6JjmIlUPTKmTvnNoY-EaUGOuB1hjzapQHg)