mercoledì 13 ottobre 2021

RECENSIONE - Un uomo pericoloso di Robert Crais


Con “Un uomo pericoloso” Robert Crais è arrivato al diciottesimo volume della saga dedicata a Elvis Cole e Joe Pike. Nonostante la longevità, la storia non perde la sua essenza adrenalinica, che è il fattore fondamentale nelle storie di Crais.

Per chi non fosse un “frequentatore assiduo” delle storie una breve presentazione dei due protagonisti è d’obbligo. Elvis Cole è un fine detective con un’agenzia molto attiva, reduce decorato dal Vietnam, ex vigilante, ed esperto di arti marziali. Lui si definisce con molta ironia “il miglior detective del mondo” e forse è anche vero. L’altro personaggio di punta è Joe Pike ex marine, ex poliziotto, contractor quando vuole, molto apprezzato negli ambienti del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, proprietario di un’armeria e quando vuole detective in società con Cole. Taciturno tanto quanto è solare il suo amico.

Ne “Un uomo pericoloso” il protagonista principale della storia è Joe Pike, ma non mancherà certamente Elvis Cole.

Joe Pike sta vivendo una tranquilla giornata e sbrigando faccende che ogni tanto deve pur fare. Quindi è in coda in banca per versare i suoi incassi. In cassa c’è Isabel Roland, che insieme alla sua collega parlottano tra loro. Pike non passa certo inosservato, soprattutto i suoi tatuaggi non lo fanno: due frecce rosse, una per ogni bicipite.

Ma Pike, non sa, che sarà proprio Isabel a far sì che la sua giornata cambi e di molto.

Mentre risale in macchina dopo aver sbrigato le sue faccende, nota che Isabel uscita dalla banca, viene avvicinata da un tipo, che sembra domandarle qualcosa, ma che la spinge in una macchina che poi parte a tutta velocità.

Nessuno si è accorto di niente, tranne Pike, che ha capito che Isabel è stata rapita, e parte all’inseguimento della vettura. Riesce a trovare la macchina ferma ad un semaforo, quindi con la sua abilità di ex soldato, poliziotto e detective, ferma i due rapitori, li fa arrestare e salva Isabel. Tutto sembra finito lì, ma per Pike e Isabel è solo l’inizio.

Pike non è molto amato dai suoi ex colleghi per un tragico evento accadutogli quando era poliziotto anche lui, quindi viene interrogato. Ma lui non sa nulla, sa solo che Isabel la sera prima lo ha cercato, gli ha lasciato un messaggio a cui lui non ha potuto rispondere.

A questo punto Pike cerca l’aiuto di Elvis Cole per ritrovare la ragazza e sgominare la banda di rapitori.

Il romanzo segue la storia di ogni personaggio, un capitolo per ciascuno. Parlano i buoni, ma anche i cattivi. È questo il modo di Crais di farci entrare nei pensieri di tutti i protagonisti della vicenda che è molto adrenalinica.

Né Pike, né Cole capiscono il motivo che c’è dietro il rapimento di Isabel, ma anche di tanta violenza che ne seguirà. Cosa c’entra Isabel, una ragazza non certo ricca, di ventidue anni, con le azioni di una banda criminale?

Tra i misteri del passato e le minacce del presente Joe Pike mette tutto sé stesso per ritrovare e salvare Isabel dalle grinfie di una banda di malfattori e di quello che è il loro mandante. Pike non dovrà vedersela solo con i cosiddetti “cattivi”, ma anche con la polizia e con i Marshal che lo ritengono troppo coinvolto nel caso.

Anche con l’aiuto di un altro “amico” particolare, John Chen analista della Scientifica di Los Angeles, Joe Pike comincerà a mettere insieme i pezzi di un puzzle che si rivela abbastanza complicato.

Come sempre Crais ci dona un romanzo dove Pike e Cole danno il meglio di sé, ma è anche la loro co-protagonista Isabel “Izzy” a rendere con la sua presenza non certamente passiva, molto buona la storia. Bella anche la figura dell’amica di Izzy, Carly, una esuberante peperina tutta chiacchiere.

Come ho già detto l’adrenalina la fa da padrona. I capitoli sono sincopati e sembra, leggendo, di correre una maratona con loro.

Insomma l’accoppiata Pike e Cole funziona sempre, visto che i personaggi stessi, sono quelli più amati dallo stesso autore, con la figura di Cole ispirata da suo padre, investigatore di polizia. Consigliato soprattutto a chi adora i classici film americani sparatutto, con gli eroi che riescono a scansare tutte le pallottole fino alla fine.


Silvia Marcaurelio

martedì 21 settembre 2021

RECENSIONE - I guardiani del Faro di Emma Stonex

 

Il teatro del romanzo I guardiani del Faro di Emma Stonex è la Cornovaglia alla fine del 1972, in un paesino con un nome che è tutto un programma: Mortehaven.
La barca di Jory Martin accosta il Faro sullo Scoglio della Fanciulla per dare il cambio ai custodi. Ma nessuno si vede, nessuno risponde ai richiami, nessuno è alla porta ad attendere la barca come dovrebbe essere.
Il primo guardiano Arthur Black, il primo assistente William “Bill” Walker e il secondo assistente Vincent Bourne, non ci sono.
Di loro non vi è nessuna traccia, sono svaniti nel nulla.

Sono pochi gli indizi per chi avrà il compito di appurare cosa sia veramente successo ai tre dispersi. Gli orologi, in cucina e in soggiorno, sono entrambi fermi alle 8,45. La tavola è pronta per un pasto che non è mai stato consumato. La torre è vuota e il registro, dove il capo dei guardiani riporta le previsioni del tempo, parla di una forte tempesta che ha investito il faro. Ma contrariamente a quanto scritto, non c’è stato cattivo tempo da almeno una settimana.
Cosa è successo ai tre uomini?
Si scatenano pettegolezzi di ogni genere, illazioni, voci. Ma nessuno sa realmente cosa sia successo in quel faro che ancora si erge solitario nel mare di fronte a Mortehaven.
Vent’anni dopo Helen moglie di Arthur, Jenny moglie di Bill e Michelle fidanzata di Vince, vivono una vita diversa da quella che molti si sarebbero aspettati.

La tragedia comune, che avrebbe dovuto unirle, le ha invece allontanate ancora di più. Le tre sono diversissime tra loro per età e carattere. Non è stata la tragedia a dividerle, ma qualcosa di antecedente, e il tempo e la tragedia hanno fatto il resto. Fino a che uno scrittore, Dan Sharp, le contatta per scrivere un libro sul mistero della scomparsa dei loro uomini. Vuole che le tre donne raccontino la loro versione di quello che pensano sia successo ai loro mariti e compagni, affrontando finalmente le proprie paure e i segreti mai rivelati, e forse una sorta di verità potrà finalmente emergere dalle onde di quel mare che circonda lo Scoglio della Fanciulla.
Scopriamo che ogni persona che ha avuto un coinvolgimento anche minimo con il faro ha una storia diversa da raccontare e che tutti ritengono di aver avuto un ruolo importante in quello che è successo.

Tramite l’utilizzo dei flashback, l’autrice riporterà le voci dei guardiani e li farà raccontare la propria storia in prima persona. Poi, tramite le interviste alle tre donne, le loro vite, quelle all’esterno del faro, verranno messe a nudo.
Ogni persona, uomo o donna, di questo romanzo, nasconde un segreto. Segreti che hanno, alla lunga, avvelenato le loro vite.
Ognuna delle tre donne riuscirà a liberarsi confessando a Dan il proprio segreto.
La Stonex, oltre al romanzo in sé, ci offre uno spaccato di vita che i guardiani dei fari, soprattutto quelli lontani dalla terraferma, conducevano realmente.
La convivenza forzata, la mancanza di spazio, la noia di un lavoro praticamente ripetitivo, la mancanza di luce, dei conforti minimi, la sensazione claustrofobica degli spazi ristretti, tutto poteva diventare disturbante e portare dalla frustrazione alla follia, fino a vedere cose che non esistono.
Fantasmi reali e fantasmi “mentali” hanno portato alla sparizione dei tre uomini? Con un crescendo di misteri e ossessioni, la realtà si mescola all’immaginazione, addirittura sfiorando l’occultismo, l’inquietudine e lo straniamento.
Il romanzo si può tranquillamente definire un giallo psicologico, dove la mente e i suoi capricci sono elementi fondamentali nello svolgimento della trama.
I personaggi sono ben delineati anche a livello psicologico.

La narrazione è scorrevole e ritmata. Buona la suddivisione tra passato e presente e il cambio di voci tra mariti e mogli.
Sappiamo inoltre che la Stonex è stata ispirata nella scrittura di questo romanzo da un fatto vero accaduto nel dicembre del 1900. Tre guardiani del faro di Eilan Mòr sparirono nel nulla. Ma questo è tutto ciò che accomuna il romanzo e la tragedia vera e propria. La sua, ha ribadito, è un’opera di finzione e non ha nulla a che vedere con quello che è realmente accaduto a Thomas Marshall, James Ducat e Donald MacArthur.
Consiglio la lettura di questo romanzo agli amanti del mare. Non del mare estivo vissuto sotto un ombrellone, no. Ma il mare al tramonto delle spiagge vuote d’inverno o il mare arrabbiato e in tempesta, quello che spazza tutto.

Silvia Marcaurelio

sabato 28 agosto 2021

RECENSIONE - Cambiare l'acqua ai fiori di Valérie Perrin


Violette Trenet Toussaint è la custode del cimitero di Brancion-en-Chalon; si prende cura non solo delle tombe ma anche dei visitatori e degli addetti ai lavori. Ha una spiccata capacità di ascoltare gli altri, e soprattutto quelli che accompagnano i loro cari al cimitero, nel momento più triste della loro vita. Un giorno, arriva un poliziotto da Marsiglia con una strana richiesta: deporre le ceneri della madre sulla tomba di un defunto a lui sconosciuto. L’uomo si interroga sul perché di tale desiderio e chiede informazioni a Violette: è lo spunto per far emergere il doloroso passato di Violette, che si intreccia con la storia della madre del poliziotto e avrà ripercussioni anche sul suo futuro. È il racconto di una risurrezione, di un ritorno alla vita. La narrazione è piacevole e coinvolgente, con intreccio di vari generi: rosa, giallo, nero, racconto, diario, corrispondenza.

(Maria Lombardi)

lunedì 9 agosto 2021

RECENSIONE - Nient'altro che nebbia di Patrizia Emilitri

 


Inizio dicendo che questo libro non è certamente un giallo.
Sì, c’è un morto, anzi una morta assassinata, e c’è anche un assassino, ma non c’è un commissario o un ispettore ad indagare, a scoprire, a cercare indizi per arrivare a prendere lo sfuggente assassino.
No. Qui l’assassino lo scopriremo subito e sarà per giunta un reo confesso.
Siamo alla fine degli anni ’80 a Perzeghetto Olona, nella nebbiosa pianura padana. Nebbia che ricopre l’intero paese, ma che permette comunque alla Irma, sulla sua bicicletta, diretta in chiesa per la messa, di notare qualcosa di strano nel lavatoio del paese, dismesso da tempo e dichiarato bene storico.
Sembra, di primo acchito, un mucchio di stracci o un animale morto. Ma la Irma è talmente curiosa che si ferma a guardare.
Tra vicini curiosissimi, perché i pettegolezzi volano, si scoprirà ben presto che quello è il corpo di una giovane paesana, Nadia Bignami, appena diciottenne e che il suo assassino è il ventunenne Andrea Costa, migliore amico del fratello Guido.
Qui finisce praticamente il giallo e l’autrice inizia un romanzo di introspezione con l’aiuto di un piccolo sotterfugio: “il paese è piccolo e la gente mormora”.
Ci porterà a conoscere piano piano le storie di Andrea e Nadia e delle loro famiglie prima e dopo “l’incidente”, e di tutto il paese di Perzeghetto Olona. Perché ogni abitante del paese avrà qualcosa da dire sull’accaduto. E le storie del presente si intrecciano con storie o voci del passato.

Andrea Costa è all’apparenza un bravo e tranquillo ragazzo, molto studioso e amico fidato del fratello della vittima. Confesserà immediatamente l’omicidio di Nadia, assicurando però che non ci sia stata nessuna premeditazione, ma semplicemente una lite e da parte sua, una spinta, nemmeno troppo violenta, che ha fatto incespicare Nadia sul pavimento sconnesso e che questa sia caduta sbattendo la testa sulla vasca di pietra del lavatoio.
Andrea, interrogato più volte dagli inquirenti, non rivelerà mai il motivo di quella lite, accettando anche di prendere una condanna più dura.
Nel paese si susseguono pettegolezzi su pettegolezzi, maldicenze, ingigantimenti, bugie, false notizie. Tutti a rimestare nel torbido.
A rimetterci non sarà soltanto Andrea, ma anche la sua famiglia che verrà, in qualche modo, accusata in blocco dello stesso omicidio.
La madre di Andrea, Giovanna, è da sempre una persona che cerca di far parlare poco di sé. Ne hanno già parlato abbastanza in passato, visto che sua madre l’ha partorita a quindici anni e che non ha mai rivelato chi fosse suo padre. É stata cresciuta dai suoi nonni materni.
Insomma, sua madre Manuela, detta la “slandra” (la donnaccia, la mangiauomini) è sempre stata considerata una poco di buono ed è normale, per la gente del paese, che la mela non può cadere tanto lontano dall’albero. Marcia la nonna, marcia la madre, marcio anche il nipote.
Con Giovanna si instaurerà facilmente un rapporto di empatia perché è l’unica con cui Andrea si confiderà, a cui dirà la verità sull’accaduto, ma che manterrà il segreto perché suo figlio vuole che sia così. É nell’insieme una donna forte e debole, una donna colta che si è repressa per non far sentire il marito barbiere non all’altezza. Ha svolto con costanza e amore il suo lavoro di mamma, anche se avrebbe potuto aspirare a ben altro. Ma per suo figlio farebbe di tutto, tranne mentire.

La Emilitri ci farà notare la differenza tra le due famiglie coinvolte nella tragedia, quella dei Bignami e quella dei Costa, e le loro reazioni. La prima obnubilata dal dolore della perdita reagirà sfaldandosi. La seconda, addolorata sia per la morte della ragazza, sia per la colpa del figlio e la sua incarcerazione, si stringerà su sé stessa per parare i colpi avversi, ritrovando una unità mai avuta prima.
Molti personaggi secondari, che si muovono attorno ai protagonisti, ci regalano dialoghi a volte anche umoristici nell’insieme, ma anche il disprezzo, le bugie e i segreti.
Tanti.
Tutti a Perzeghetto Olona hanno dei segreti, ma nessuno guarda in casa propria, meglio parlare di quelli degli altri.
Bello, a parte i protagonisti, il personaggio della custode del cimitero, Bianca Butti, pettegola sì, ma fino ad un certo punto e propensa ad ascoltare chi ha bisogno di sfogo come le due madri, Giovanna e Filippa, che grazie a lei troveranno una sorta di riconciliazione e pace interiore. “Il dolore non ha peso né misura”.
Forse i personaggi che mi son piaciuti meno sono quello della vittima, Nadia Bignami e quello di suo fratello Guido. Ma non perché non siano ben costruiti, ma per l’esatto contrario. Sono personaggi costruiti alla perfezione, ma che per il ruolo che hanno nella vicenda, non si sono fatti amare.

Protagonista, ma non secondario, è il paese di Perzeghetto Olona, che con la sua nebbia copre e attutisce tutto: gioie e dolori, segreti e invidie, maldicenze, storie ambigue, retaggi del passato, paure presenti, odio e pacificazione. Dove il tempo scorre lento o veloce a seconda di quello che l’autrice, con maestria, ci vuole raccontare.
Bello il finale, che ci farà capire, che tutti possiamo avere speranza in un futuro diverso.
Insomma, come detto, un romanzo di introspezione che sa emozionare e commuovere, e ammetto di aver versato qualche lacrimuccia, ma anche indignare.
Consigliato!

Silvia Marcaurelio

mercoledì 21 luglio 2021

RECENSIONE - I magnifici idioti di Stefano Piedimonte


Siamo in Italia, sicuramente, ma è un Italia distopica. Non sappiamo l’anno, ma sicuramente ai giorni nostri. Siamo vicino a Milano, precisamente vicino Pavia, in un paesino del nord, con le sue risaie e le sue campagne. Qui, in questo posto quasi sperduto, che si chiama, guarda il caso, Morimondo, compare un’enorme sfera riflettente dal diametro di due metri e mezzo, che sembra piovuta dal nulla. Non ci sono tracce di persone o di trascinamento, niente che possa suggerire di come quella “cosa” possa essere arrivata lì.

Dopo poco tempo, le lepri che popolano la zona cominciano ad aver un atteggiamento molto particolare, che culmina con l’aggressione del proprietario della Cascina Leprotta, Franco Forni.

L’allarme è immediato. La palla è sicuramente aliena e sta modificando il comportamento degli animali, questo è quello che sospettano le autorità ministeriali, che, dall’alto della loro intelligenza, spediscono sul luogo una squadra di “professionisti” per salvare il mondo dalle forze aliene.
A comandare il tutto c’è un giovanissimo capo del Copasir di 28 anni, Giampiero Fuschini, eletto tra le file del partito Tutti a Casa!, che si esprime con uno slang consono alla sua statura intellettuale.
I prescelti sono quattro insospettabili, perfetti per agire sotto copertura tutti partenopei. Nicola ‘a scheggia che di lavoro fa il borseggiatore (la furbizia a scapito dell’intelligenza), Little Princesa che di lavoro fa l’Influencer e l’Instagrammer (l’apparire a scapito dell’essere), padre Felipe, che è l’unico non napoletano, ma ormai è adottato, vive in un eremo ed ha la passione per le chiavette usb (la fede in “dio” come unica consolazione possibile), e Sasà ‘o schiaffo, un camorrista (la violenza come unica meccanica relazionale)*.
Vengono prelevati e portati nelle campagne di Morimondo per capire cos’è quella palla trasparente e rispedirla al mittente così come è arrivata. Saranno lautamente ricompensati, dotati di dispostivi di ultima generazione per poter comunicare con Fuschini e il team di ministri e militari dietro tutta l’operazione.

L’incarico è così top secret che vengono confiscati tutti i loro telefoni e viene loro vietato di farne parola con alcuno, pena la cacciata dalla squadra e il decurtamento del compenso da sogno previsto.
Il libro parte lento, ma poi piano piano i tasselli che lo compongono, si riuniscono in un’unica trama che porterà i nostri quattro eroi a vivere una mirabolante avventura a spese del governo.
Lo scenario è surreale, quasi venato da un elemento alieno, ma è fin troppo reale. Dietro la storia della fantapolitica di Piedimonte, ci rivediamo noi stessi specchiati nella politica odierna, che sembra tutto, meno che reale. Personaggi macchietta come Fuschini o il generale Crespi, i colonnelli Dandì e Drogo (poverino!) che sono lo specchio dei nostri tempi o quantomeno della sensazione che ci fanno provare, lasciando il lettore con una profonda amarezza, anche se il libro è ammantato di umorismo e ti strappa più di qualche risata.

I magnifici idioti di Piedimonte, all’occhio umano potrebbero sembrare soltanto degli idioti, ma nel contesto odierno, nello spazio-tempo che occupano, sono perfettamente contestualizzati e diventano magnifici, soprattutto in questa epoca in cui l’immagine conta più dell’essere, in cui basta sapere usare i social network o saper usare gadget tecnologici per contare qualcosa.
In tutto il racconto abbiamo poi delle pause, dove vediamo un centenario Presidente della Repubblica, che vive in un isolamento dorato a Villa Rosebery, accudito dai suoi corazzieri, continuando a scrivere discorsi senza senso, senza poi ricordarlo nemmeno, ultima sentinella in un paese decisamente ad un passo dalla deriva.
Quindi sì, si ride e parecchio in questo libro di Piedimonte, ma molte delle risate che ci facciamo, subito dopo sono venate da un’amarezza tale che potrebbe anche farci piangere … ma alla fine è meglio ridere!

Silvia Marcaurelio

(*Tra parentesi i commenti dell’autore per spiegare i suoi personaggi)

giovedì 17 giugno 2021

RECENSIONE - Nella tana del serpente di Michele Navarra


L’autore di “Solo Dio è innocente” torna in libreria con un nuovo legal-thriller con protagonista l’avvocato Alessandro Gordiani. Questa volta il romanzo è ambientato a Roma, la sua città.
All’epoca della sua costruzione e nella mente dell’architetto Mario Fiorentino, suo progettista, il mostruoso serpentone di cemento, lungo poco meno di un chilometro, di Corviale doveva essere un luogo di inclusione, un modello abitativo alternativo; un netto distacco dallo sviluppo urbanistico iniziato a Roma negli anni sessanta, in pieno boom economico, che aveva portato alla costruzione di interi “quartieri dormitorio”, privi di qualsiasi servizio.
L’idea innovativa era quella di modificare la concezione delle periferie come erano state progettate fino allora, proponendo un nuovo modello che integrasse spazi privati con attività collettive, residenze con servizi, rifiutando il concetto di quartiere dormitorio e privilegiando la ricchezza e la complessità di funzioni tipiche della città storica.
Ma Corviale è tutto al di fuori di quello che era nei pensieri di Fiorentino. Corviale è un serpente che si mangia le persone, dove la vita è grigia come grigio è il cemento che ricopre i palazzi.

Aveva una bella vita Elia Desideri, quando ha sposato la sua Antonella. Molto, molto giovani entrambi e con entrambe le famiglie contro. Ma avevano avuto ragione loro, la vita era bella lì a Corviale. Non avevano bisogno di molto. Una casetta piccola ma ben messa, il negozio di abbigliamento tenuto con tanto amore, il primo figlio, luce dei loro occhi, poi il secondo a tenere ancora più unita nell’amore quella famiglia, che aveva fatto cambiare idea anche a chi aveva pensato che non potesse funzionare. Poi la tragedia. Antonella era volata via. Un male incurabile di punto in bianco se l’era portava via e con lei la bella vita di Elia Desideri e della sua famiglia, che a poco a poco, era caduta nella spirale del dolore.
Elia Desideri ora è un uomo arrabbiato col mondo, un piccolo commerciante che tenta di andare avanti come può, per non far fallire quel sogno che era stato anche di sua moglie.
Amareggiato e scontroso, si scaglia spesso contro gli immigrati che vivono nel quartiere e anche sul suo stesso pianerottolo, cose che si sentono ogni giorno: “Ci rubano il lavoro, è colpa loro”.

Quando il figlio del suo vicino di casa, Nadir Bayazid, rifugiato siriano, viene trovato morto accoltellato e lasciato a dissanguare in un garage, il primo ad essere sospettato è proprio Elia Desideri, visto che pochi minuti prima era stato visto discutere e venire alle mani con lo stesso Bayazid.
Desideri viene rinchiuso a Regina Coeli, e per sua difesa chiama l’avvocato Alessandro Gordiani, che aveva già difeso, tempo prima, suo figlio Luca per una faccenda di spaccio di stupefacenti.
Le indagini si rivelano subito complicate, sia per i carabinieri che ne hanno carico, sia per gli avvocati difensori, che in mano non hanno veramente nulla, anzi, quello che hanno parrebbe colpevolizzare di più il loro assistito.
Eppure l’uomo dichiara spassionatamente la sua innocenza. Lui, a quel ragazzo, ha solo rifilato un pugno, niente di più.
Comincia così il filone d’indagine che coinvolge da una parte il gruppo dei difensori Alessandro, Patrizia e l’investigatore privato Tuminelli, e le forze dell’ordine nelle persone del Maggiore Gavazzo e del maresciallo Cipriani che coadiuvano le indagini della Procura e precisamente del Dr. Lizzardi, uomo tutto d’un pezzo, che quando pensa di aver trovato un filo logico nelle indagini, non si sposta di una virgola, dall’altra.
Per Lizzardi, infatti, il colpevole è Desideri e non ha niente da discutere, mentre per i due carabinieri c’è sicuramente qualcosa che non torna, e senza parlarne col procuratore, tentano strade diverse da quella già intrapresa.

Oltre al caso molto difficile, troveremo un Gordiani alle prese con problemi di cuore, ma non di salute, quelli d’amore.
Sta passando un periodo non certo felice del suo matrimonio, dove lui vorrebbe che la moglie avesse dei comportamenti diversi, meno di routine; il suo matrimonio sembra diventato piatto e Alessandro ne soffre e Chiara sembra non accorgersene. A complicare tutto c’è la sua collega e molto più che amica Patrizia, che in un momento difficile gli rivela quello che mai aveva immaginato di dirgli, che lo manda ancora più in confusione.
Gordiani è una persona integerrima, e anche il solo pensiero di comportarsi al di fuori delle righe lo fa stare male, figuriamoci un bacio all’improvviso (nemmeno poi tanto!).
Sia i carabinieri che gli avvocati avranno modo di destreggiarsi fra bande di microcriminali dedite allo spaccio, procuratori inflessibili (ma nemmeno tanto), amori che amori non sono in una incalzante lotta contro il tempo, in una situazione più complicata del previsto, dove la verità si nasconde nel degrado e nelle abitudini di un quartiere pieno di rancore e voglia di vendetta, dove le persone perbene si nascondono per non essere sopraffatte, nonostante siano la maggioranza degli abitanti del quartiere.
Sempre in giro sulla sua Vespa bianca, Alessandro Gordiani avrà il compito di convincere carabinieri e Procura ad allargare lo spettro delle indagini su un caso all’apparenza molto semplice ma che semplice non è affatto.
Tra le solite mangiate luculliane, le battute dei colleghi Paolo e Filippo, lo spirito combattivo dei due carabinieri Gavazzo e Cipriani, Gordiani aiutato dalla fida Patrizia e dall’investigatore Tuminelli, dovrà sbrogliare una bella matassa intricata, che lo poterà a scoprire che quello che sembrava essere successo, era molto distante da ciò che era veramente accaduto. E scoprirà che qualche volta l’amore ci rende particolarmente “stupidi” e “incauti”.

Il romanzo si legge con estrema facilità, nonostante la trama sia complessa e articolata. Ma l’autore è bravo a rendere la lettura facile usando un linguaggio semplice e con l’utilizzo di poche forme legali. Come sempre, riesce a spiegare benissimo il ruolo fondamentale che hanno gli avvocati e i procuratori e tutti gli organi che si muovono quando succedono fatti così inquietanti come può essere l’omicidio di un giovane uomo. Bella la trama gialla e anche quella introspettiva del protagonista. Bella l’ambientazione, anche se io sono di parte, visto che è anche la mia città. Ottimi i co-protagonisti come il Maggiore Gavazzo e il maresciallo Cipriani che spero di rivedere in altre avventure. Ottime anche le indicazioni su ristoranti e bar pasticceria che servono sempre!
Consigliatissimo.


 

martedì 8 giugno 2021

RECENSIONE - Il diritto dei Lupi di Stefano De Bellis & Edgardo Fiorillo


Anno 673, ab Urbe condita (80 a.C.), è così che si aprono tutti i capitoli del libro che dà inizio alla storia, cioè dal 3 al 24 gennaio. È un esordio col botto, questo del duo De Bellis e Fiorillo che scrivono una storia affascinante dove ricreano una Roma in perenne crescita, dove violenza e vizio si intrecciano col potere e la politica, che muovono a loro volta il denaro. Due diverse vicende si dipanano nel corso della lettura del romanzo, apparentemente distanti tra loro, ma profondamente collegate. Molti sono i personaggi coinvolti, e alcuni di questi hanno scritto la storia romana.

La sera del 3 gennaio, un gruppo di uomini, tra cui un trace guercio che affila le sue siche, un iberico, un germanico e il giovane Puer (l’unico di cui conosceremo il nome), colpiranno il Fodero del Gladio, un lupanare non ancora in attività, ma che in quel momento ospita una riunione speciale, con clienti facoltosi e bellissime lupe. Dalla strage di quella sera si salva soltanto il lenone, Marco Garrulo detto Mezzo Asse (chiamato così perché avrebbe venduto anche la madre per quella somma visto la sua avidità), che si getta dalla finestra slogandosi una caviglia.
A rimettergliela in sesto è Lucio Titinio detto “Astragalo”, ex legionario di Silla.
A morire quella notte sono Marco Villio Cincio, un commerciante di stoffe, in odore di senato e Elicone Attico, un commerciante di schiavi greco detto il “Piccolo Alessandro” per la somiglianza con Alessandro Magno.

Tutti a Roma, e nella Suburra, cercano Mezzo Asse e Marco Licinio Crasso, padrone di quasi tutta la città, lo cerca anche lui e affida questo compito al suo uomo migliore: il Molosso, Tito Annio Tuscolano, ex centurione al suo soldo, che ha combattuto la guerra civile dalla parte del Dictator Lucio Cornelio Silla, contro Caio Mario.
Crasso, che era stato il supporter dell’ascesa al senato di Cincio, ha i suoi motivi per voler conoscere l’assassino: influente e ambizioso, aveva visto nella sponsorizzazione di Cincio l’espandersi del suo potere e con la sua morte la creazione di un vuoto politico non da poco.
Da un’altra parte della città, Marco Tullio Cicerone avvocato del Foro, viene chiamato e fatto scortare nella casa di Cecilia Metella Balearica Maggiore, la sacerdotessa di Giunone, che tutti a Roma conoscono e venerano.
Cecilia, con suo fratello Quinto Cecilio Metello, e i giovani Marco Valerio Messalla detto “Il Corvino”, Publio Cornelio Scipione detto “Nasica”, lo hanno cercato per difendere Sesto Roscio d’Ameria, accusato di parricidio. I suoi accusatori sono i due cugini Tito Roscio Capitone e Tito Roscio Magno, che nel frattempo lo hanno privato di tutte le sue proprietà. Sarà questa la causa che porterà alla celebrità Cicerone con la celebre Oratio pro Sexto Roscio Amerino.
Cicerone scoprirà quasi subito che dietro a questo orrendo delitto altri non c’è che il liberto di Silla, il potentissimo Lucio Cornelio Crisogono. Le due storie viaggiano parallele per tutta la durata del romanzo, che ci rivela la vita di Roma dell’epoca, regalandoci un affresco quanto mai realistico, fino a confluire in un’unica trama nel processo a Sesto Roscio.
Tito Annio da una parte e Marco Tullio Cicerone dall’altra, con le loro indagini, scopriranno tassello dopo tassello che dietro a tutto quello che hanno visto c’è un disegno politico pericoloso, dove i testimoni, e loro stessi non sono altro che marionette, manovrate da sapienti mani. Ma in fondo chi ha ucciso Cincio e perché? Chi ha ucciso il padre di Sesto e lo accusa della sua morte? Qual è il collegamento tra le due morti e la sopravvivenza stessa della Repubblica?

Il romanzo “Il diritto dei lupi” è una vera fusione di generi, dal noir al legal thriller, dal classico giallo al romanzo storico, con una sfumatura anche di umorismo, che non guasta di certo. L’ambientazione è ben studiata e catapulta il lettore nel mondo affascinante della città eterna. Lo stile della scrittura dei due autori è accattivante. La descrizione dei personaggi e degli ambienti è minuziosa, nonostante la mole delle persone e dei luoghi coinvolti nella storia. Lo stile linguistico rimane scorrevole, i dialoghi sono ben congegnati.
Bellissimi e divertenti i dialoghi macchietta tra Astragalo, Tito e Gabello e i dialoghi interiori e ansiosi di Cicerone, due parti integranti della storia. L’armata Brancaleone da una parte e la serietà, l’amara verità dall’altra. Romanzo ricco di colpi di scena, che nonostante la lunghezza, porta il lettore a leggere pagina dopo pagina, dopo pagina. Si vuole capire, si vuole sapere e difficilmente ci si può staccare dalla storia.
È visibile la ricerca e lo studio che i due autori hanno effettuato per inserire nel romanzo, personaggi storici e fatti veramente accaduti, con la trama romanzata vera e propria, frutto di una conoscenza sicuramente ottima del periodo storico.
Credo che questo romanzo farà molto parlare di sé e dei suoi autori.
Consigliatissimo!

Silvia Marcaurelio