lunedì 5 febbraio 2024

RECENSIONE - L'enigma di Macallé di Luca Ongaro


 Siamo nel 1958, colonia d’Italia, Macallè in Eritrea per la precisione.

Ritorniamo nel mondo distopico costruito per noi dallo scrittore Luca Ongaro, due anni dopo la prima avventura (Un’altra storia, SEM 2022) che ci ha fatto conoscere e apprezzare il commissario della Polizia Coloniale Francesco Campani.
Lo troviamo questa volta di ritorno dalle vacanze a Massaua, sposato con Emma Giusti, che aveva conosciuto nel primo episodio della serie a lui dedicata e che lo aveva aiutato a risolvere un caso spinoso. Emma lavora all’Istituto Agricolo Coloniale a Macallè.
Questa volta Campani non ha nemmeno il tempo di rifiatare. Viene addirittura aspettato all’albergo a Wukro, dove vive con Salvatore e Kokeb, dal suo fido secondo in comando, Araya.

È morto un italiano, Angelo Fusina. Era un macellaio, ed è morto in un modo brutale, evirato e lasciato a morire dissanguato. Logicamente i suoi due superiori, Santon e Liberace, non pensano ad altro che al terrorismo etiope. Puntano tutto su quello, soprattutto per il modus operandi in cui è stato commesso l’omicidio. E anche la stampa ci sguazza. Ma Campani e Araya comprendono da subito che qualcosa non torna. Che sarebbe troppo facile e che l’indagine è molto più complessa di quello che sembra.
Tutte le piste vengono percorse, tutte le svolte prese, ma quasi quasi Campani getta la spugna, se non fosse per una sua intuizione geniale e per la Settimana Enigmistica.

Bello questo secondo capitolo della storia di Campani, che conosciamo sempre meglio. La sua abitudine di stare con i piedi sotto al tavolino entro l’una per il pranzo è qualcosa che fa sorridere, ma Campani non è solo questo.
Campani è un italiano cresciuto in colonia. Parla la lingua fluentemente, non come tanti suoi connazionali che rifiutano di farlo. È una persona schietta che non nasconde il suo schifo per chi ritiene che le persone di colore siano da sottomettere, che siano inferiori.
Campani ha amici come Salvatore e Kokeb, Manlio e Mearig, il suo braccio destro Araya, e li considera a tutti gli effetti come lui. Non concepisce la separazione che si ritenga ci sia tra di loro, eppure ci sbatte la testa sempre: anche nel ristorante di Salvatore e Kokeb, quando qualche italiano pensa bene di metterle le mani addosso.

Quindi oltre a essere un giallo ben costruito, la storia ci racconta altro. L’importanza dell’ambiente e dello scontro culturale, l’ignoranza degli italiani che si sentono superiori, il poco rispetto delle persone e delle culture degli altri, insomma, l’Italia ai nostri giorni.
Ma non tralasciamo sicuramente la parte gialla, quella dell’indagine svolta dal nostro Campani, ben costruita, ben tratteggiata, ben articolata. Piano piano il puzzle si compone di ogni suo pezzo fino al finale, che non è per niente scontato, se non per un colpo di genio del nostro eroe.

Mi piacciono molto i personaggi di contorno di questa storia. Araya è un piccolo Campani, lo segue in tutto e per tutto e per questo tende quasi a somigliargli. Emma è una forza della natura. Riuscirà Campani a capire l’ironia di sua moglie, prima o poi? Salvatore e Kokeb sono il porto sicuro di Francesco e di sua moglie, una vera famiglia allargata. E aggiungerei anche i due “aiutanti” della Scientifica, Marchetti e Boccardo che all’inizio sembrano un po’ due con la puzza sotto al naso, ma poi si riscattano alla grande. Per non parlare dei “cattivi” per eccellenza, il procuratore Santon, che ha queste fisse per gli etiopi, il leccaculo Liberace, che per tenersi il posto farebbe di tutto, e l’infido commissario Lupo, che è il classico personaggio da prendere e dargliene tante.
Lo consiglio vivamente. È vivace, è un bel giallo, ci si fa qualche risata, e dietro c’è anche una bella storia. E vi assicuro che vi innamorerete di Campani.

Silvia Marcaurelio

RECENSIONE - Il mistero dei fiori viola di Ludovico Del Vecchio


 Quinto episodio della saga del green thriller con protagonista il poliziotto italo-belga Jan De Vermeer, che oltre ad essere in servizio sulla pattuglia delle volanti di Modena si diletta, da grande appassionato, di botanica.

Il mistero dei fiori viola prende il via con una serie di azioni susseguenti tra loro.
Jan è in partenza per Roma, per godersi una meritata vacanza con la moglie Anna. Ha scelto Roma, e già immagina quello che farà appena toccherà il suolo romano. È alla stazione con sua moglie, ma una telefonata irrompe. Devono tornare immediatamente a casa. Sua suocera è caduta e si è rotta un braccio, quindi non può badare alla nipote Alina e nemmeno al gatto Jonesy. Vacanza sfumata!

Da un’altra parte, c’è il commissario quasi in pensione Ardenga, alle prese con l’omicidio di una bellissima donna, Valeria Moradito. Uccisa brutalmente con dei colpi mortali alla testa.
Il vicino di casa non è attendibile, è un povero vecchio che non riesce nemmeno a respirare, figuriamoci a dirgli qualcosa di più sull’omicidio.
Il tutto condito dalla scomparsa di svariati gatti per tutta la città di Modena.
Visto che è a casa e solo, Bellini, il suo collega gli gira la richiesta di un favore da parte del Questore. Deve occuparsi della scomparsa della gatta della signora Aralia Gondrano Pedersen, che ricompare ogni volta con minacciosi bigliettini appesi al collare.
Jan, nonostante le ferie, pedala per le vie di Modena sulla sua Legnano, cercando di capire qualcosa della scomparsa dei gatti, innamorandosi di un albero di liriodendro alquanto strano (fa dei fiori viola).
Tutte le vie di questo strano romanzo si incroceranno tra loro: biglietti, gatti, albero, e fiori viola.
Tutto è partito da lì, tutto finirà lì.

Il romanzo di Del Vecchio ci porta a scorrazzare con Jan De Vermeer per il centro di Modena sulla sua Legnano. Per parchi e Orti Botanici, facendoci conoscere e apprezzare bellezze artistiche che forse non sono proprio tra gli itinerari turistici più conosciuti.
La trama gialla è ben costruita, perché il lettore viene messo più volte di fronte a quelle che parrebbero delle conclusioni e delle svolte che portano all’assassino. Ma dopotutto, non è proprio così. Del Vecchio nasconde bene il tutto creando dei personaggi abbastanza ambigui, da non poter riconoscere, se non all’ultimo, a segreto svelato, chi sia il colpevole e chi no. Anzi, ci lascia con alcuni dubbi da risolvere che Jan, in cuor suo, si chiede fino all’ultimo.

Jan e Ardenga, due personaggi che sembrano così agli antipodi tra loro, ma in effetti non lo sono affatto. Sono due uomini molto abbottonati, che fanno fatica ad esprimere quello che provano. Talvolta sembrano molto soli, soprattutto Ardenga. Chissà nel prossimo episodio cosa ci combineranno…
Del Vecchio scrive molto bene. È di facile lettura, con una scrittura molto scorrevole. Ti tiene incollato alle pagine, perché saltabecca da un’azione all’altra, mantenendo il fuoco vivo della storia. Un bel giallo, consigliato!

Silvia Marcaurelio

domenica 30 luglio 2023

RECENSIONE - Mostri di Emerald Fennell

Questa è la storia di una vacanza cosiddetta “alternativa”. Due ragazzini si incontrano sulle spiagge di Fowey, un paesino della Cornovaglia. Lei è orfana e sta passando le vacanze con gli zii Maria e Frederick, che la ignorano bellamente, a meno che a zio Frederick non venga voglia di andare nella sua stanza. Lei ha una passione morbosa per tutto ciò che riguarda gli omicidi sia in letteratura sia in televisione. Lui, il ragazzino, è un sociopatico e vive con la mamma che lo tratta come un bambino piccolo, tant’è che ogni volta che cresce gli ricuce i vestiti un po’ più grandi ma con le stesse fantasie di elefantini di quando era piccolo. Miles è suo, nemmeno fosse il suo innamorato, lo isola, lo tiene per sé e qualche volta ci fa anche il bagno insieme. I due hanno tredici anni, svariati problemi e si sfogano facendo scherzi atroci. Quindi l’incontro li porta immediatamente a provare una certa sintonia.

Ma non è tutto. Fowey sta attraversando il peggior momento dalla sua fondazione. Tre ragazze sono state ritrovate morte in acqua, e quindi non si possono rilevare tracce.
Ad essere incolpato degli omicidi e il “matto” del villaggio, proprio per la sua vita un po’ al di fuori della normalità. Ma i due ragazzini non ci credono e pensano bene di unirsi e di indagare sul vero assassino che è ancora in circolazione.
Il paese è nelle mani del signor Podmore, un uomo che non esce mai di casa, ma che scrive a tutti i compaesani se c’è qualcosa che non lo convince e che non tollera. Tutti devono fare quello che lui dice e tutti lo fanno, visto che è il padrone delle loro case, dei loro negozi, delle loro vite, quindi.

C’è il venditore di dolciumi, Peter Queen, un solitario vedovo, che pensa alla sua sposa morta pochi minuti dopo il suo matrimonio. C’è il dipendente dell’acquario di Fowley, niente di meno che Albert Fish, che vive solamente per le anguille custodite al museo.
E poi c’è l’agente Nodder, difficile non capire perché i due ragazzini preferiscano trovare l’assassino per contro proprio.
E poi c’è il povero George, quello matto, quello che parlava di Sirene, quelle che è bene metterlo dentro e dargli la colpa, tanto era un rompiscatole da togliere di mezzo, quindi perché non incolparlo degli omicidi?

È un mondo strano quello in cui ci trasporta la Fennell, strano e destabilizzante. C’è una vena di un “non detto” nell’arco di tutta la storia. Leggeremo cose, ma faremo fatica a capire se sono vere o meno, se è frutto di fantasia, o se è proprio così che stanno le cose.

È un giallo inquietante che da voce a due ragazzini, ma che parlano con voce da adulti, perché sono cresciuti in fretta e furia, non hanno “sviluppato” il senso di infanzia. Genitori assenti da una parte, troppo presenti dall’altra, ne hanno fatto due esseri sì senzienti, sì intelligenti e anche molto, ma carenti dal punto di vista emotivo, tanto da farli arrivare ad essere due tredicenni molto crudeli, a volte.

È un mondo dove tutti sembrano essere qualcosa, ma sono ben altro e sta al lettore, attraverso le parole dell’autrice, non proprio volutamente chiare, a sfidarlo a cercare.
Dissociante, a volte stonato, a volte crudele, a volte inquietante e non proprio per bambini, dove si mescolano ambienti in cui regnano l’ordine e la profonda cattiveria, la familiarità e la freddezza e una domanda, che è la più importante: Chi siamo? E qualche volta la risposta è una sola: Mostri.

È un romanzo quasi cattivo, meno giallo del previsto e più psicologico.
Da leggere.

Silvia Marcaurelio


domenica 16 luglio 2023

RECENSIONE - Il metodo del becchino di Oliver Pötzsch

Dopo il successo della saga del Boia di Schongau, Oliver Pötzsch torna a deliziarci con una delle sue storie legate a figure non propriamente in vista all’epoca di cui ci racconta, come già il boia, stavolta lo fa con un becchino, quello del cimitero centrale di Vienna, Augustin Rothmayer.
Nel 1893, data della nostra storia, il cimitero centrale di Vienna è ancora in costruzione, nonostante le file e file di tombe che già contiene. Qui vive e lavora Augustin Rothmayer, il becchino del camposanto che dei suoi inquilini conosce tutti i segreti.

Augustin è testimone oculare di un tentativo di trafugare un corpo appena seppellito. Di solito i furti nei cimiteri di corpi appena seppelliti avvenivano spesso, perché c’erano persone disposte a tutto pur di rimediare dei soldi, e quindi anche a rubare un corpo non ancora decomposto da mettere a disposizione delle ricerche degli scienziati. Ma questo corpo è quello di un cadavere un po’ scomodo, che ha già fatto parlare molto i giornali scandalistici, quello del fratellastro di Johann Strauss, Bernhard.

L’agente Leopold von Herzfeldt viene mandato, per punizione, a ispezionare la tomba aperta. D’altronde lui è un agente in prova, anche se ha un buonissimo curriculum ed ha come mentore niente meno che Hans Gross, il padre della scienza forense, autore del Manuale di criminalistica; ma il commissario capo Stehling e l’ispettore capo Leinkirchner pensano che tutto quello che è nuovo, sia solo una grande buffonata, soprattutto quando il giovane ispettore tende ad essere un po’ troppo saccente.
Così questo incarico “inferiore” gli permette di incontrare il becchino e il suo mondo. Nel frattempo, in città, nella culla del valzer, alcune donne vengono brutalmente uccise e sodomizzate, e lasciate al Prater. Le ricerche che Leopold e gli altri suoi colleghi faranno li condurrà in un mondo sommerso al di sopra di ogni sospetto.

Questo libro, oltre che a regalarci una bella e travolgente storia, ricca di personaggi, sia inventati che veramente esistiti, ci parla del cimitero centrale di Vienna, di presunti morti viventi e vampiri, ma soprattutto è un giallo su un’epoca in cui ebbero inizio tante cose che ci segnano ancora oggi, soprattutto nel campo della tecnologia: telefoni, elettricità, automobili, fotografia, cinema …
Allora tutto questo si sviluppò in un susseguirsi talmente rapido che per molti era eccessivo.
In questo senso, l’epoca attorno al 1900, ricorda un po’ da vicino i nostri tempi odierni, dove l’evoluzione è considerata da molti troppo veloce e confusa.
Questo vale anche per la lotta al crimine. Proprio in quel periodo nacquero nuovi metodi di indagine che avrebbero cambiato per sempre il mondo dei detective, dei commissari, dei delinquenti e degli assassini.
Per ammanettare il colpevole non si usavano più soltanto l’acume e il celebre fiuto, ma anche la fisica, la psicologia e la chimica e l’autore è bravissimo a raccontarcelo pagina dopo pagina, unendo verità e fantasia in un mix perfetto.
Belli i personaggi di Leo e Julia, i due giovani che uniranno le forze per cercare di venire a capo di un bell’intrigo. Bello anche il personaggio di Andreas Jost, la recluta della polizia con tanta voglia di imparare. Perfettamente tracciato il personaggio di Leinkirchner, fatto apposta per farlo risultare da subito antipatico, anche se … Non vi resta che leggerlo!

Silvia Marcaurelio



mercoledì 24 maggio 2023

RECENSIONE - I leoni di Sicilia. La saga dei Florio vol. 1 di Stefania Auci (di Maria Lombardi)

 


È una saga familiare che narra, attraverso le vicende che vedono coinvolte tre generazioni, settanta anni di storia locale e nazionale.

Il racconto è incentrato sulla famiglia Florio, senza dimenticare i fatti storici che ruotano attorno ai protagonisti; anzi, talvolta proprio gli eventi storici influenzano le vicende della narrazione e le vite dei personaggi.
Tutto ha inizio nel 1799, quando gli ambiziosi fratelli Paolo e Ignazio, decisi a migliorare le loro condizioni di vita, lasciano Bagnara Calabra, i loro affetti e la società con il cognato e sbarcano a Palermo.
In poco tempo, grazie alla loro ostinazione e al lavoro duro, rendono la loro aromateria la migliore della città e gettano le basi di un impero che comprenderà il commercio dello zolfo, l’acquisto di case e terreni degli ormai squattrinati nobili palermitani, le compravendite di merci, le tonnare, le produzioni vinicole e le flotte di navi per gestire i trasporti.
I Florio, tuttavia, faticano a essere accettati dalla società palermitana, nella quale una nobiltà decaduta e squattrinata si oppone ostinatamente alla nascita di una borghesia commerciale e imprenditoriale: i due fratelli sono visti come facchini, “putecari”.
Il romanzo rende omaggio al coraggio delle donne, in un'epoca in cui la loro sorte era “mischina”: il loro compito, infatti, si limitava a procreare possibilmente figli maschi, gli unici a ereditare, mentre il maschio comandava e incuteva timore e rispetto.
Più che romanzo storico, “I leoni di Sicilia” può essere considerato un documentario romanzato: numerosi, infatti, sono i rimandi alle vicende politiche dell’epoca che influirono sullo sviluppo economico e sociale della Sicilia. I capitoli sono introdotti da una breve premessa storica che inquadrano gli eventi più salienti del periodo narrato e che giustificano realisticamente il vissuto dei protagonisti.
Non mancano detti popolari ed espressioni dialettali che rendono più reali e umani i protagonisti.
La struttura della trama è semplice e la lettura è piacevole. I personaggi sono ben caratterizzati e le scene descrittive sono piene di profumi, colori e oggetti che trasportano il lettore nei luoghi e nei tempi narrati.

lunedì 1 maggio 2023

RECENSIONE - Delitti d'élite. Un crimine letterario di Philip Wylie e Bernard A. Bergman

Prima pubblicazione per la nuova giovanissima casa editrice viterbese Settechiavi.
Il debutto tra gli editori è con l’uscita di un romanzo pubblicato solo negli Stati Uniti nel 1935 a opera del duo Philip Wylie e Bernard A. Bergman. Nella sua prima uscita negli Stati Uniti, il libro uscì in pochissime copie e in forma anonima. Ricevette diverse recensioni molto positive su rubriche di giornali e riviste dedicate alla narrativa poliziesca, ma in tutto vendette 2.984 copie tra l’11 marzo 1935 e il 30 giugno 1937.
Altre recensioni vennero scritte anni dopo fino ad arrivare al 1969, dove a Jerry Ward fu commissionata la stesura di una sceneggiatura per farne un film, che non verrà mai alla luce. Però questo diede modo a Ward di scoprire l’identità dell’autore. Acquistando una copia del libro, quasi introvabile, il suo libraio ne scovò uno usato con un autografo sul frontespizio.

Il libro è piccino, poco più che un racconto. Infatti è di poco sotto le duecento pagine. È un giallo molto ben fatto e ha decisamente una trama molto originale.
Quando il critico di gialli Wendell Hyat viene trovato morto, riverso in una doccia, con un ghigno gelido, in occasione di un tè letterario che serviva da presentazione del suo ultimo libro, Da Poe alla pletora (sottotitolo: Quando G.K. Chesterton, S.S. Van Dine, Sax Rohmer e Dashiell Hammett si ritrovarono alle prese con un omicidio), il sergente della polizia Michael “Mike” O’Casey, si ritrova con una lista infinita di sospettati.
Ma non solo. Fra gli invitati del tè letterario vi figurano quattro grandi famosi giallisti che si intestardiranno a voler a tutti i costi indagare sull’omicidio.

I personaggi in questione sono niente meno che G. K. Chesterton autore dei libri di Padre Brown, S. S. Van Dine (pseudonimo di Willard Huntington Wright) autore dei libri di Philo Vance, Sax Rohmer (pseudonimo di Arthur Henry Sarsflield Ward) autore dei libri sul criminale Fu Manchu, e Dashiell Hammett autore dei libri sui personaggi di Continental Op e Sam Spade nominati proprio dal critico letterario nel sottotitolo del suo libro.
Come è prevedibile, ogni scrittore vuole svolgere la propria indagine personale, utilizzando il “modus operandi” del personaggio in cui si identifica. Quindi per Chesterton sarà padre Brown, per Van Dine sarà Philo Vance, per Sax Rohmer Fu Manchu e per Hammett, oltre che scrittore anche investigatore, sarà quello di tirare fuori la sua pistola in ogni momento.

La trama si evolve grazie all’interazione dei quattro detective con il detective O’Casey e con l’attore John Ballantine, che è anche il narratore della storia.
Nella casa, tra gli invitati, figurano anche altri personaggi di spicco del mondo reale riconoscibili. Alcuni Vanderbilt, qualche Astor, George Gershwin e altri inventati di sana pianta come lo stesso John Ballantine e il detective O’Casey.
Ci troveremo così a rincorrere eventuali assassini che ogni scrittore penserà di riconoscere, utilizzando i metodi investigativi delle loro creazioni, arrivando al colpo di scena finale, che farà crollare il muro di carta creato dagli stessi scrittori.
Per essere un romanzo del 1935 devo dire che ancora funziona, e molto, molto bene. L’intreccio costruito dai due autori è piacevole. Si passa da una storia all’altra, da un indizio all’altro, che poi si rivelano insufficienti, oppure vengono soppiantanti da altro. Ognuno degli scrittori rincorre la sua verità, pensando che la “sua” sia quella vera e giusta. Ognuno avrà modo di accusare qualcuno e gli altri penseranno a smontare le accuse dicendo la propria. Fino all’epilogo finale, con il colpo di scena, che nei gialli seri non manca mai.

È una vera parodia, escogitata benissimo dai due autori che ci fa pensare che conoscessero bene le opere dei quattro grandi autori di gialli.
Le loro caratterizzazioni sono esasperate, ma accurate. Il libro è una lettura piacevole, e la sua attrattiva sta nelle situazioni intriganti e divertenti che si vengono a creare durante le investigazioni, piuttosto che in qualche elemento di suspense.
Consigliato!

Silvia Marcaurelio


 

giovedì 6 aprile 2023

RECENSIONE - L'imprevedibilità del bene di Angelo Longoni

 

Da bravo sceneggiatore qual è, Longoni ha “tirato” su un thriller dal ritmo spasmodico, una serie tv mozzafiato. Ti capita di pensarlo con decisione, sfogliando le pagine del suo ultimo romanzo, L’imprevedibilità del bene.
L’inizio è strano, per più di cinquanta pagine non sappiamo dove l’autore sia intenzionato a portarci e lo fa presentandoci una serie di personaggi da una parte all’altra del mondo. Alcuni moriranno, altri no.
Tra tutti ne spiccano due, che capiamo essere i protagonisti del romanzo.
Il primo è Franco Rocchi, o come ormai tutti lo chiamano quando lo vedono, Zippo alias il commissario Cardone. Franco è un attore. È il protagonista di una famosa serie di assoluto successo. È talmente calato nella parte che ormai anche la sua vita si è trasformata in quella del suo personaggio e lui stesso non riesce più a capire dove sia la finzione e dove la realtà, anche se ben presto lo scoprirà. Sconclusionato come pochi, con un matrimonio al capolinea, sempre sotto l’effetto di stimolanti o benzodiazepine; per lui è tutto un “eccesso”. Reagisce malissimo quando gli comunicano che la serie tv è stata cancellata. La sua rabbia è alle stelle.

Il secondo protagonista è Daniele Lucci, regista della serie tv del commissario Cardone e amico di Franco. L’unico a essergli stato vicino e ad aver lottato per lui quando aveva scoperto di avere il cancro. Anche lui è stato fatto fuori, ma almeno può gioire per l’esito della TAC che lo dichiara in remissione. Lui, a differenza di Franco, è un uomo di sani principi, con i piedi per terra. Ama moltissimo sua moglie Elena ed è a sua volta riamato; adora le sue figlie e farebbe di tutto per la sua famiglia. Perdere il lavoro lo ha rattristato, ma le cose importanti della vita sono altre, quindi non si è abbattuto come il suo amico Franco.

I due in un tragico giorno finiranno per fare qualcosa di terribile e si troveranno invischiati in un gioco più grande di loro. Dal nulla si troveranno a doversi difendere, e a difendere i loro affetti, da criminali incalliti veri e non quelli presunti che interpretavano il ruolo e che venivano diretti in tv. Ma non saranno soli. Ad aiutarli un manipolo di uomini e donne che lavorano segretamente a un grande progetto. Un progetto che porterà ai due mille dubbi, a farsi mille domande sulla moralità, su quello che stanno vivendo e facendo.
Il libro ha un ritmo incalzante, da thriller televisivo. È dinamico e veloce con continui cambi di scena. É incalzante e pieno di suspence.
L’azione è descritta dai diversi personaggi che in quel momento la interpretano. Una volta Franco, una volta Daniele, altre i loro congiunti. Ognuno con la propria visione dei fatti.
L’argomento che tratta è inaspettato, destabilizzante ma molto attuale, delle volte atroce e crudele.

L’autore è bravissimo a trattare questi temi, creando dei personaggi carismatici a tratti cinici, ma profondi, schietti nel parlare e molte volte ambigui nell’essere.
Infatti, come già detto, uno dei temi principali del romanzo è proprio la morale dei due protagonisti che viene continuamente messa alla prova, e l’autore in questo modo ci sfida a riflettere, a fare una scelta per puro istinto conservativo, senza pensarci troppo, senza ascoltare il cuore.
Franco e Daniele saranno due protagonisti che, nel bene e nel male, sapranno farsi valere e volere bene. Con tutta la loro imperfetta umanità, la loro vita normale, viste senza nessun filtro del cinema e della tv. Con la paura per le loro vite e quella dei loro affetti, che durante tutto il romanzo vengono messe sotto pressione. Perché combattere il male, fare ciò che si può, dove non c’è alternativa, e nemmeno i risultati possono essere garantiti come in un film, fa una grande differenza.
Molto, molto, molto bene! Consigliatissimo!

Silvia Marcaurelio

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