lunedì 5 febbraio 2024

RECENSIONE - Berlino brucia. Un'indagine di Gereon Rath di Volker Kutscher

Volker Kutscher oltre ad essere stato un giornalista, è uno scrittore tedesco, molto molto bravo nel raccontare la storia della sua Germania nel periodo della Repubblica di Weimar. Infatti il suo protagonista, il commissario Gereon Rath, vive nella Berlino tra il 1929 e il 1934.
In Italia, dei primi tre libri, è stata trasmessa una serie tv famosa e di successo con il titolo tratto dal primo libro della saga, Babylon Berlin.
In effetti in quegli anni, Berlino doveva essere una vera e propria Babilonia. Reduci da una guerra che aveva succhiato sia linfa vitale che denaro, con la gente stufa di stringere la cinghia e con i nazionalisti che ringhiavano al mondo intero che di importante c’era solo la loro patria che doveva tornare a dominare il mondo.
La storia di questo quinto capitolo, inizia con Gereon alle prese con i festeggiamenti del famoso Carnevale di Colonia. Siamo nel 1933, alla vigilia di quelle votazioni di marzo che tutti pensavano fossero importanti per far fuori Hitler e i suoi nazionalisti, e lo sarebbero state, ma al contrario.

Suo padre lo vuole accanto a lui e alla sua politica che pubblicizza Konrad Adenauer, ma Gereon non si è mai interessato di politica e poi lui adesso abita a Berlino. Dopo una notte brava, viene bruscamente richiamato all’ordine. Deve rientrare, il Reichstag è stato incendiato e tutte le forze di polizia si devono mobilitare per la caccia agli attentatori. Per le SA di Göring è un complotto dei comunisti. Böhm all’inizio, però, lo trattiene alla sezione omicidi perché c’è un senzatetto, ex soldato, morto in circostanze strane, e lui e Gräf dovranno indagare su questa morte.
Sia Gereon che Charly, la sua fidanzata, e quasi moglie, vista la vicinanza del prossimo matrimonio, sentono che il loro lavoro sta cambiando. Le camicie brune sono dappertutto, e se prima erano la cosiddetta Polizia Ausiliaria, ora di ausiliario non hanno proprio niente e decidono anche i compiti che spetterebbero alla polizia prussiana.

Charly vede che non c’è più rispetto nemmeno per dei vecchi capi della polizia come Weiß o Böhm ed è cosciente, forse più di Gereon, che nelle forze di polizia ormai i nazisti si sono infiltrati nei posti di comando, come la sua commissaria capo, e che indietro non si potrà tornare tanto facilmente, ma soprattutto non si sa dove Hitler e il suo governo porteranno la Germania.
Gereon non le racconta nulla, ma anche lui ha dei grossi problemi. La polizia politica ha spostato praticamente tutti a interrogare gente presa per strada dalla polizia ausiliaria, con la scusa che siano dei complottisti comunisti, e che lui non può più indagare nemmeno su un vero omicidio. Anche se, come gli spiegano: “Era solo un senzatetto!”

I gialli di Kutscher sono veramente completi e coinvolgenti, uniscono al classico giallo una completa analisi storica di un periodo tremendo per la Germania.
Tutti i personaggi vengono raccontati in tutte le loro sfaccettature, soprattutto quando dialogano con sé stessi, nei propri pensieri. Hanno un dialogo di sottofondo che approfondisce il loro ritratto psicologico. Poi c’è Berlino, con tutte le sue descrizioni, protagonista lei stessa, dipinta da Kutscher come una città divisa in preda al caos politico e sociale, in uno dei periodi più bui della storia tedesca.
Il protagonista è alle prese con le tensioni politiche che ci sono all’interno delle forze di polizia e la sua lotta interiore per risolvere i crimini, quelli veri, e proteggere chi ama. Tutto è amplificato dalle sue emozioni contrastanti e dalle sfide personali che mette in campo per riuscire a essere in pace con sé stesso.

La trama è avvincente e piena di colpi di scena. Si sente la cupezza del periodo in ogni pagina che mantiene alta la tensione e la voglia di vedere cosa succederà alla fine.
Berlino brucia non è solo un libro giallo, è un libro che ci parla anche del lato politico, delle tensioni sociali di un’epoca di subbuglio storico. Kutscher si conferma un bravissimo scrittore nel combinare la storia, le indagini e una caratterizzazione riuscitissima dei protagonisti, che interagiscono anche con personaggi storici veramente esistiti, rendendo il tutto una storia coinvolgente e affascinante.

Silvia Marcaurelio


RECENSIONE - Morte sotto le macerie. Oppenheimer e la banda dei fazzoletti gialli di Harald Gilbers

 

Harald Gilbers torna a deliziarci il palato con il settimo libro della saga sul commissario Richard Oppenheimer. Siamo come sempre a Berlino, parte Ovest, quella dominata da americani, inglesi e francesi, nel 1949.
La crisi e la fame sono ovunque, la gente si arrabatta come può. Di lavoro ce n’è poco e molte persone che vivevano a Berlino Est, preferiscono passare ad Ovest, perché hanno capito che i sovietici stanno passando le consegne dei posti importanti a gente venuta direttamente da Mosca, e quello che rimarrà per i tedeschi saranno solo briciole.
Oppenheimer ha sempre questa sorta di oppressione che si porta sulle spalle. D’altronde lui è ebreo ma non ha subito la stessa sorte dei suoi amici, la deportazione gli è stata salvata dall’aver sposato una donna ariana in tutto e per tutto, e anche se è innamoratissimo di sua moglie Lisa, la cosa gli pesa eccome.

“Morte sotto le macerie” inizia con un uomo che scappa, scappa da una morte sicura che lo attende sotto le spoglie di giovani uomini che lo inseguono. Sembra essere arrivato in un porto sicuro, sembra che la sua astuzia lo abbia salvato, ma non è così.
Giorni dopo, in una discarica di macerie, quelle derivate dai bombardamenti alleati, viene ritrovato il suo corpo e quelli di altri due uomini come se fossero stati sepolti in una fossa comune. Il primo, era un informatore della polizia, un certo Hupke, oltre ad essere un ricettatore e un protettore.
Le indagini portano il commissario a inseguire una voce insistente. Una nuova banda di criminali, molto giovani, sta imperversando per le strade di Berlino, spaventando i vecchi boss. Sembrano divi di Hollywood, perché si presentano ben vestiti con completi eleganti, cappelli Fedora e il tocco distintivo di un fazzoletto giallo nel taschino, un po’ come i gangster di Chicago.

Per contrastare la minaccia di questi giovani crudeli, Oppenheimer si vede costretto a riunire una commissione speciale composta dai migliori investigatori della città.
Le indagini procedono comunque a rilento, molti informatori spariscono o preferiscono non parlare e i testimoni, rari, non sopravvivono a lungo per raccontare quello che hanno visto.
Il commissario Oppenheimer ha pochi mezzi, con cui combattere i criminali. E girare nel gelo con una bicicletta non aiuta.
Il gelo. È il simbolo dell’oppressione che in quel momento viveva la Berlino di quegli anni e Gilbers è bravissimo a raccontarcela. Si sente in tutto il racconto. Nell’uso dei cappotti in casa, nella scarsità di corrente elettrica, in una città post bellica in cui si fa fatica ad andare avanti tra miseria e disperazione.

In “Morte sotto le macerie” Gilbers ci dà, ancora una volta, la visione della Berlino post bellica, della vita dei protagonisti in quel contesto storico terribile del dopoguerra, allacciandole con la narrazione del thriller, che si interseca perfettamente in quello che sembra essere “il periodo perfetto”.
Ma Gilbers è bravo anche a presentarci un personaggio come Richard Oppenheimer, che nonostante tutto non ha perso la sua umanità e la sua voglia di giustizia.
Ben caratterizzati anche i compagni di avventura e sventura del commissario, tra cui Wenzel e Kubelik suoi colleghi, la moglie Lisa, il medico Hilde, il suo figlio adottivo Theo e tanti altri.

Bella la prosa usata dall’autore, e anche le tematiche introdotte con relativa facilità nella trama del thriller tanto da farne un tutt’uno. Sembra, che nel leggerlo si senta la sorta di oppressione che in quel momento imperversava sulla popolazione tedesca, ma soprattutto su Berlino Ovest, un puntino in mezzo a un mare di occupazione sovietica, con l’unica parvenza di sopravvivenza dovuta ai ponti aerei con la Germania dell’Ovest, molto vicina eppure molto lontana.

Silvia Marcaurelio

RECENSIONE - La stagione delle Erinni di Stefano De Bellis e Edgardo Fiorillo

 

La stagione delle Erinni è il seguito de “Il diritto dei lupi” pubblicato da Einaudi nel 2021. Le vicende si svolgono otto anni dopo la prima avventura che vide la partecipazione di Marco Tullio Cicerone e Tito Annio Tuscolano.
Siamo nel 72 a. C., sono passati ormai otto anni dalla morte di Gabello e Velia e Tito Annio Tuscolano, ex centurione, li ha passati in casa del suo amico morto, guardato con odio da sua madre, per aiutare Torquato, il padre, che lo considera quasi come un altro figlio.

Tito è stato sconquassato dalla morte di Gabello e Velia e cerca di espiare la sua colpa massacrandosi di un lavoro che non è il suo, fino a che qualcuno non lo troverà e lo riporterà nel mondo dei vivi.
Nel frattempo in Hispania, la morte di Sertorio fa terminare la battaglia che stava vedendo Roma soccombere. Ma gli alleati di Sertorio sono un po’ dappertutto, soprattutto a Roma e fanno paura. Misteriosi messaggi partono dal campo di battaglia di Sertorio, e qualcuno sa che sono pericolosi.

A Roma, nel frattempo, Marco Tullio Cicerone è alle prese con una successione testamentaria, quella del senatore Lucio Valerio Flacco Poplicola, che sembrerebbe trattarsi di venti milioni e mezzo di sesterzi a cui sia i Poplicola che Capella, padre della vedova di Flacco, la giovane Plauzia, non vogliono rinunciare.
Insomma i misteriosi messaggi e questa successione contrastata riformano la coppia che avevamo già osservato al lavoro ne “Il diritto dei lupi”: Marco Tullio Cicerone e Il Molosso, Tito Annio Tuscolano, per sbrogliare l’intricatissimo caso.

Il duo De Bellis e Fiorillo crea un romanzo su più piani dove è possibile individuare svariati generi e sottogeneri. Il libro è un thriller, ma anche un noir, una spy-story e un romanzo storico, tutti legati assieme su un piano logico. Dove i due protagonisti conducono indagini insieme a pretori e senatori e si trovano davanti opportunisti e nostalgici dei tempi andati, dove il più forte e il più intelligente potrà prevalere sugli altri ed acquistare potere.
Perché in fondo è quello che adesso ispira le maggiori cariche della Repubblica romana, come Marco Licinio Crasso o Quinto Ortensio Ortalo, uomini ricchi e di grandi ambizioni.
Le indagini di Cicerone e Tito li porteranno tra le vie della Suburra e nelle ville più prestigiose dell’Urbe, perché la posta in gioco è molto alta, la salvezza della Repubblica di Roma.

I nemici non solo sono dei doppiogiochisti, ma anche dei voltagabbana, e l’azione non è unica, ma ha molti sviluppi e gli attori impegnati a racimolare qualcosa sono molti. Tutti vogliono mangiare dalla carcassa di Roma.
Forse l’unico a essere un onesto esecutore e ammiratore della Repubblica è proprio Cicerone, ma per questo è un uomo disarmato di fronte agli altri.
Anche Tito, che sembrerebbe l’archetipo dell’ex centurione, beone, mercenario e giocatore d’azzardo, è altro. È un uomo con un alto senso di colpa per tutto quello che non ha creato nella vita e per quello che la vita gli ha riservato. Nonostante tutto è onesto e crede fermamente in Roma.

Belli i personaggi di contorno che fanno da sfondo alle indagini dei due protagonisti.
Molto bene Astragalo, che solo sentirlo parlare ti fa sorridere. Le sue scenette con Tito sono spassose. Molto bene Mammina-Flavia, ex moglie di Tito, ancora alla ricerca di sé stessa. Bella la parte di Appio Claudio Nero, il cattivo per eccellenza, subdolo e meschino quanto basta, feroce e tagliente quando vuole. Insomma, un bel romanzo con un intrigo niente male, che fa venire voglia di arrivare al termine tutto d’un fiato.
I due autori sono stati bravissimi a intessere la tela della trama, ma soprattutto a inserirla nel contesto storico vero, e anche a delineare la società romana dell’epoca, con i suoi usi e costumi. Sembra davvero di percorrere le strade della Suburra, sentirne gli “odori”, vederne i colori. Oppure passeggiare o stare sdraiata su un triclinio nelle ville sull’Appia e sul Palatino, dove i ricchi vivevano lontano dalla plebe.
Molto bello, ne consiglio vivamente la lettura. Può essere letto anche senza aver letto il primo libro “Il diritto dei lupi”, anche se è sarebbe meglio farlo, per cercare di conoscere meglio le caratteristiche dei personaggi principali.

Silvia Marcaurelio

RECENSIONE - L'enigma di Macallé di Luca Ongaro


 Siamo nel 1958, colonia d’Italia, Macallè in Eritrea per la precisione.

Ritorniamo nel mondo distopico costruito per noi dallo scrittore Luca Ongaro, due anni dopo la prima avventura (Un’altra storia, SEM 2022) che ci ha fatto conoscere e apprezzare il commissario della Polizia Coloniale Francesco Campani.
Lo troviamo questa volta di ritorno dalle vacanze a Massaua, sposato con Emma Giusti, che aveva conosciuto nel primo episodio della serie a lui dedicata e che lo aveva aiutato a risolvere un caso spinoso. Emma lavora all’Istituto Agricolo Coloniale a Macallè.
Questa volta Campani non ha nemmeno il tempo di rifiatare. Viene addirittura aspettato all’albergo a Wukro, dove vive con Salvatore e Kokeb, dal suo fido secondo in comando, Araya.

È morto un italiano, Angelo Fusina. Era un macellaio, ed è morto in un modo brutale, evirato e lasciato a morire dissanguato. Logicamente i suoi due superiori, Santon e Liberace, non pensano ad altro che al terrorismo etiope. Puntano tutto su quello, soprattutto per il modus operandi in cui è stato commesso l’omicidio. E anche la stampa ci sguazza. Ma Campani e Araya comprendono da subito che qualcosa non torna. Che sarebbe troppo facile e che l’indagine è molto più complessa di quello che sembra.
Tutte le piste vengono percorse, tutte le svolte prese, ma quasi quasi Campani getta la spugna, se non fosse per una sua intuizione geniale e per la Settimana Enigmistica.

Bello questo secondo capitolo della storia di Campani, che conosciamo sempre meglio. La sua abitudine di stare con i piedi sotto al tavolino entro l’una per il pranzo è qualcosa che fa sorridere, ma Campani non è solo questo.
Campani è un italiano cresciuto in colonia. Parla la lingua fluentemente, non come tanti suoi connazionali che rifiutano di farlo. È una persona schietta che non nasconde il suo schifo per chi ritiene che le persone di colore siano da sottomettere, che siano inferiori.
Campani ha amici come Salvatore e Kokeb, Manlio e Mearig, il suo braccio destro Araya, e li considera a tutti gli effetti come lui. Non concepisce la separazione che si ritenga ci sia tra di loro, eppure ci sbatte la testa sempre: anche nel ristorante di Salvatore e Kokeb, quando qualche italiano pensa bene di metterle le mani addosso.

Quindi oltre a essere un giallo ben costruito, la storia ci racconta altro. L’importanza dell’ambiente e dello scontro culturale, l’ignoranza degli italiani che si sentono superiori, il poco rispetto delle persone e delle culture degli altri, insomma, l’Italia ai nostri giorni.
Ma non tralasciamo sicuramente la parte gialla, quella dell’indagine svolta dal nostro Campani, ben costruita, ben tratteggiata, ben articolata. Piano piano il puzzle si compone di ogni suo pezzo fino al finale, che non è per niente scontato, se non per un colpo di genio del nostro eroe.

Mi piacciono molto i personaggi di contorno di questa storia. Araya è un piccolo Campani, lo segue in tutto e per tutto e per questo tende quasi a somigliargli. Emma è una forza della natura. Riuscirà Campani a capire l’ironia di sua moglie, prima o poi? Salvatore e Kokeb sono il porto sicuro di Francesco e di sua moglie, una vera famiglia allargata. E aggiungerei anche i due “aiutanti” della Scientifica, Marchetti e Boccardo che all’inizio sembrano un po’ due con la puzza sotto al naso, ma poi si riscattano alla grande. Per non parlare dei “cattivi” per eccellenza, il procuratore Santon, che ha queste fisse per gli etiopi, il leccaculo Liberace, che per tenersi il posto farebbe di tutto, e l’infido commissario Lupo, che è il classico personaggio da prendere e dargliene tante.
Lo consiglio vivamente. È vivace, è un bel giallo, ci si fa qualche risata, e dietro c’è anche una bella storia. E vi assicuro che vi innamorerete di Campani.

Silvia Marcaurelio

RECENSIONE - Il mistero dei fiori viola di Ludovico Del Vecchio


 Quinto episodio della saga del green thriller con protagonista il poliziotto italo-belga Jan De Vermeer, che oltre ad essere in servizio sulla pattuglia delle volanti di Modena si diletta, da grande appassionato, di botanica.

Il mistero dei fiori viola prende il via con una serie di azioni susseguenti tra loro.
Jan è in partenza per Roma, per godersi una meritata vacanza con la moglie Anna. Ha scelto Roma, e già immagina quello che farà appena toccherà il suolo romano. È alla stazione con sua moglie, ma una telefonata irrompe. Devono tornare immediatamente a casa. Sua suocera è caduta e si è rotta un braccio, quindi non può badare alla nipote Alina e nemmeno al gatto Jonesy. Vacanza sfumata!

Da un’altra parte, c’è il commissario quasi in pensione Ardenga, alle prese con l’omicidio di una bellissima donna, Valeria Moradito. Uccisa brutalmente con dei colpi mortali alla testa.
Il vicino di casa non è attendibile, è un povero vecchio che non riesce nemmeno a respirare, figuriamoci a dirgli qualcosa di più sull’omicidio.
Il tutto condito dalla scomparsa di svariati gatti per tutta la città di Modena.
Visto che è a casa e solo, Bellini, il suo collega gli gira la richiesta di un favore da parte del Questore. Deve occuparsi della scomparsa della gatta della signora Aralia Gondrano Pedersen, che ricompare ogni volta con minacciosi bigliettini appesi al collare.
Jan, nonostante le ferie, pedala per le vie di Modena sulla sua Legnano, cercando di capire qualcosa della scomparsa dei gatti, innamorandosi di un albero di liriodendro alquanto strano (fa dei fiori viola).
Tutte le vie di questo strano romanzo si incroceranno tra loro: biglietti, gatti, albero, e fiori viola.
Tutto è partito da lì, tutto finirà lì.

Il romanzo di Del Vecchio ci porta a scorrazzare con Jan De Vermeer per il centro di Modena sulla sua Legnano. Per parchi e Orti Botanici, facendoci conoscere e apprezzare bellezze artistiche che forse non sono proprio tra gli itinerari turistici più conosciuti.
La trama gialla è ben costruita, perché il lettore viene messo più volte di fronte a quelle che parrebbero delle conclusioni e delle svolte che portano all’assassino. Ma dopotutto, non è proprio così. Del Vecchio nasconde bene il tutto creando dei personaggi abbastanza ambigui, da non poter riconoscere, se non all’ultimo, a segreto svelato, chi sia il colpevole e chi no. Anzi, ci lascia con alcuni dubbi da risolvere che Jan, in cuor suo, si chiede fino all’ultimo.

Jan e Ardenga, due personaggi che sembrano così agli antipodi tra loro, ma in effetti non lo sono affatto. Sono due uomini molto abbottonati, che fanno fatica ad esprimere quello che provano. Talvolta sembrano molto soli, soprattutto Ardenga. Chissà nel prossimo episodio cosa ci combineranno…
Del Vecchio scrive molto bene. È di facile lettura, con una scrittura molto scorrevole. Ti tiene incollato alle pagine, perché saltabecca da un’azione all’altra, mantenendo il fuoco vivo della storia. Un bel giallo, consigliato!

Silvia Marcaurelio

domenica 30 luglio 2023

RECENSIONE - Mostri di Emerald Fennell

Questa è la storia di una vacanza cosiddetta “alternativa”. Due ragazzini si incontrano sulle spiagge di Fowey, un paesino della Cornovaglia. Lei è orfana e sta passando le vacanze con gli zii Maria e Frederick, che la ignorano bellamente, a meno che a zio Frederick non venga voglia di andare nella sua stanza. Lei ha una passione morbosa per tutto ciò che riguarda gli omicidi sia in letteratura sia in televisione. Lui, il ragazzino, è un sociopatico e vive con la mamma che lo tratta come un bambino piccolo, tant’è che ogni volta che cresce gli ricuce i vestiti un po’ più grandi ma con le stesse fantasie di elefantini di quando era piccolo. Miles è suo, nemmeno fosse il suo innamorato, lo isola, lo tiene per sé e qualche volta ci fa anche il bagno insieme. I due hanno tredici anni, svariati problemi e si sfogano facendo scherzi atroci. Quindi l’incontro li porta immediatamente a provare una certa sintonia.

Ma non è tutto. Fowey sta attraversando il peggior momento dalla sua fondazione. Tre ragazze sono state ritrovate morte in acqua, e quindi non si possono rilevare tracce.
Ad essere incolpato degli omicidi e il “matto” del villaggio, proprio per la sua vita un po’ al di fuori della normalità. Ma i due ragazzini non ci credono e pensano bene di unirsi e di indagare sul vero assassino che è ancora in circolazione.
Il paese è nelle mani del signor Podmore, un uomo che non esce mai di casa, ma che scrive a tutti i compaesani se c’è qualcosa che non lo convince e che non tollera. Tutti devono fare quello che lui dice e tutti lo fanno, visto che è il padrone delle loro case, dei loro negozi, delle loro vite, quindi.

C’è il venditore di dolciumi, Peter Queen, un solitario vedovo, che pensa alla sua sposa morta pochi minuti dopo il suo matrimonio. C’è il dipendente dell’acquario di Fowley, niente di meno che Albert Fish, che vive solamente per le anguille custodite al museo.
E poi c’è l’agente Nodder, difficile non capire perché i due ragazzini preferiscano trovare l’assassino per contro proprio.
E poi c’è il povero George, quello matto, quello che parlava di Sirene, quelle che è bene metterlo dentro e dargli la colpa, tanto era un rompiscatole da togliere di mezzo, quindi perché non incolparlo degli omicidi?

È un mondo strano quello in cui ci trasporta la Fennell, strano e destabilizzante. C’è una vena di un “non detto” nell’arco di tutta la storia. Leggeremo cose, ma faremo fatica a capire se sono vere o meno, se è frutto di fantasia, o se è proprio così che stanno le cose.

È un giallo inquietante che da voce a due ragazzini, ma che parlano con voce da adulti, perché sono cresciuti in fretta e furia, non hanno “sviluppato” il senso di infanzia. Genitori assenti da una parte, troppo presenti dall’altra, ne hanno fatto due esseri sì senzienti, sì intelligenti e anche molto, ma carenti dal punto di vista emotivo, tanto da farli arrivare ad essere due tredicenni molto crudeli, a volte.

È un mondo dove tutti sembrano essere qualcosa, ma sono ben altro e sta al lettore, attraverso le parole dell’autrice, non proprio volutamente chiare, a sfidarlo a cercare.
Dissociante, a volte stonato, a volte crudele, a volte inquietante e non proprio per bambini, dove si mescolano ambienti in cui regnano l’ordine e la profonda cattiveria, la familiarità e la freddezza e una domanda, che è la più importante: Chi siamo? E qualche volta la risposta è una sola: Mostri.

È un romanzo quasi cattivo, meno giallo del previsto e più psicologico.
Da leggere.

Silvia Marcaurelio


domenica 16 luglio 2023

RECENSIONE - Il metodo del becchino di Oliver Pötzsch

Dopo il successo della saga del Boia di Schongau, Oliver Pötzsch torna a deliziarci con una delle sue storie legate a figure non propriamente in vista all’epoca di cui ci racconta, come già il boia, stavolta lo fa con un becchino, quello del cimitero centrale di Vienna, Augustin Rothmayer.
Nel 1893, data della nostra storia, il cimitero centrale di Vienna è ancora in costruzione, nonostante le file e file di tombe che già contiene. Qui vive e lavora Augustin Rothmayer, il becchino del camposanto che dei suoi inquilini conosce tutti i segreti.

Augustin è testimone oculare di un tentativo di trafugare un corpo appena seppellito. Di solito i furti nei cimiteri di corpi appena seppelliti avvenivano spesso, perché c’erano persone disposte a tutto pur di rimediare dei soldi, e quindi anche a rubare un corpo non ancora decomposto da mettere a disposizione delle ricerche degli scienziati. Ma questo corpo è quello di un cadavere un po’ scomodo, che ha già fatto parlare molto i giornali scandalistici, quello del fratellastro di Johann Strauss, Bernhard.

L’agente Leopold von Herzfeldt viene mandato, per punizione, a ispezionare la tomba aperta. D’altronde lui è un agente in prova, anche se ha un buonissimo curriculum ed ha come mentore niente meno che Hans Gross, il padre della scienza forense, autore del Manuale di criminalistica; ma il commissario capo Stehling e l’ispettore capo Leinkirchner pensano che tutto quello che è nuovo, sia solo una grande buffonata, soprattutto quando il giovane ispettore tende ad essere un po’ troppo saccente.
Così questo incarico “inferiore” gli permette di incontrare il becchino e il suo mondo. Nel frattempo, in città, nella culla del valzer, alcune donne vengono brutalmente uccise e sodomizzate, e lasciate al Prater. Le ricerche che Leopold e gli altri suoi colleghi faranno li condurrà in un mondo sommerso al di sopra di ogni sospetto.

Questo libro, oltre che a regalarci una bella e travolgente storia, ricca di personaggi, sia inventati che veramente esistiti, ci parla del cimitero centrale di Vienna, di presunti morti viventi e vampiri, ma soprattutto è un giallo su un’epoca in cui ebbero inizio tante cose che ci segnano ancora oggi, soprattutto nel campo della tecnologia: telefoni, elettricità, automobili, fotografia, cinema …
Allora tutto questo si sviluppò in un susseguirsi talmente rapido che per molti era eccessivo.
In questo senso, l’epoca attorno al 1900, ricorda un po’ da vicino i nostri tempi odierni, dove l’evoluzione è considerata da molti troppo veloce e confusa.
Questo vale anche per la lotta al crimine. Proprio in quel periodo nacquero nuovi metodi di indagine che avrebbero cambiato per sempre il mondo dei detective, dei commissari, dei delinquenti e degli assassini.
Per ammanettare il colpevole non si usavano più soltanto l’acume e il celebre fiuto, ma anche la fisica, la psicologia e la chimica e l’autore è bravissimo a raccontarcelo pagina dopo pagina, unendo verità e fantasia in un mix perfetto.
Belli i personaggi di Leo e Julia, i due giovani che uniranno le forze per cercare di venire a capo di un bell’intrigo. Bello anche il personaggio di Andreas Jost, la recluta della polizia con tanta voglia di imparare. Perfettamente tracciato il personaggio di Leinkirchner, fatto apposta per farlo risultare da subito antipatico, anche se … Non vi resta che leggerlo!

Silvia Marcaurelio