giovedì 24 marzo 2016

RECENSIONE – Il prigioniero della notte di Federico Inverni


Libro d’esordio per questo autore.. ma forse no … quello che si dice è che Federico Inverni sia uno pseudonimo, quindi se sia il suo primo libro o meno non è dato sapere. Quello che so è che scrive bene ed è capace di tenerti incollata alle pagine del suo libro fino a finirlo. Devi leggerlo, devi continuare a farlo, per arrivare a scoprire come andrà a finire. Lucas è uno dei protagonisti della nostra storia. Lo troviamo confuso, incredibilmente assente; non riesce a ricordare nemmeno chi sia. Riesce a comprenderlo solo dopo aver letto un appunto su di un block notes appoggiato sul comodino. Quello che ci risulta più strano è che quest’uomo è un detective, un poliziotto. Può un uomo che non è presente nemmeno a se stesso svolgere correttamente il suo lavoro? Probabilmente sì. E’ freddo, è logico e non prova emozioni. E’ dotato di  fiuto investigativo ed analizza ogni cosa dal suo punto di vista: con freddezza, senza alcuna emozione e quindi con logica. Per tanti suoi colleghi è soltanto un nome, una leggenda. A qualcuno spaventa come fosse un fantasma, un morto, e forse è proprio morto per davvero. Almeno per lui. Dopo la prima immagine poco edificante in cui ci viene presentato, troviamo Lucas alle prese con un cecchino barricato all’interno di un palazzo. Ha ucciso e ferito delle persone in strada. Un autobus pieno di persone è rovesciato su un fianco nel mezzo della via, per fuggire l’autista ha travolto un suv. Nessuno può uscirne, nessuno si può avvicinare. Il cecchino vuole Lucas. Dall’altra parte della città viene ritrovato il cadavere di una ragazza. E’ il quarto in due mesi. Anna, profiler della polizia non sa più cosa cercare, dove indagare. E’ un serial killer quello che sta cercando, che uccide donne giovani, soprattutto studentesse, lasciando nella loro bocca un bocciolo di tulipano. Anna e Lucas non lo sanno, ma si troveranno ad affrontare due storie che per qualche motivo sono unite tra di loro. Anna per affrontare la sua di storia, chiede l’aiuto di Lucas, vista la sua fama. I due non lo sanno, ma questa indagine comporterà per i protagonisti, un ritorno al passato. Ognuno dovrà ricordare quello che vogliono dimenticare. I loro drammi passati, le loro traumatizzanti esperienze, nascoste nel loro inconscio, usciranno allo scoperto, portando i due, in modi diversi ad affrontarli di nuovo. Lucas dovrà lottare per non sprofondare nella pazzia, Anna nella rabbia. Ma il killer non aspetta. Il male, è capace di nascondersi, ma anche di spuntare fuori all’improvviso, con i suoi artigli, e aggrapparsi alla preda senza volerla lasciare. Ma ci mostra facce diverse, convincendoci che non era dove pensavamo fosse, ma in tutt’altra parte. Pensiamo che i carnefici, i colpevoli e i loro  cacciatori siano i protagonisti di questa storia, ma non è così. La protagonista è la mente umana, quella distorta e confusa, quella arrabbiata e delusa, quella folle. Di chi sia cosa importa?  Un romanzo che sembra freddo come una tomba, cupo, nero, che più nero non si può. Folle come può essere la mente di un folle. E’ bravissimo Inverni a creare tensione e suspense tanto da tenere il lettore ancorato alla storia. Dissemina indizi qui e là con logicità. Nulla è come sembra. Chi è la vittima e chi il carnefice lo scopriremo solo alla fine, ma a quel punto saremmo noi a voler conoscere di più, a voler continuare la storia, tanto da leggere con avidità anche la spiegazione finale dell’autore. Romanzo molto coinvolgente con i suoi personaggi ben caratterizzati ed una scrittura talmente scorrevole che le pagine filano via senza quasi rendersene conto, tanto ci si immedesima nella storia. Tutto d’un fiato, fino alla fine. Voto: 9



lunedì 14 marzo 2016

RECENSIONE – La casa per bambini speciali di Miss Peregrine di Ransom Riggs



Questo libro comprato anni fa era rimasto a prender polvere sugli scaffali della mia libreria. Di punto in bianco mi è presa la voglia di leggerlo, a voler confermare quello che dico sempre: ogni libro ha il suo tempo. L’ho finito subito e devo dire che mi ha piacevolmente colpito. E’ un fantasy, ma non troppo, direi molto gotico. Bellissime sono le illustrazioni che arricchiscono la storia. Questa è a dir poco surreale, molto in tinta dark e si dipana in due diversi spazi temporali. Abe e Jason sono nonno e nipote. E come in ogni famiglia normale un nonno racconta le sue favole al nipote. E nonno Abe di storie da raccontare a Jason ne ha tantissime vista la sua vita non proprio tranquillissima costellata di viaggi e cacce grosse e soprattutto storie della seconda guerra mondiale, da lui vissuta prima come fuggitivo e poi come soldato. Le sue storie raccontano anche di bambini invisibili, bambini in grado di volare, di alzare dei massi pesantissimi come fossero piume o con strane fattezze. Bambini che vivono in un mondo magico, dove anche Abe è stato accolto da bambino, un paradiso dove splende sempre il sole, affidato all’amorevole cura di un uccello che fuma la pipa.  Però ultimamente Nonno Abe è strano, e Jason ormai adolescente, non crede più alle cose che gli racconta. Pensa, come i suoi genitori, che l’età ormai avanzata di suo nonno e le troppe brutture che ha visto nella sua vita, lo facciano sragionare. Abe si sente perseguitato. I mostri lo inseguono e cerca aiuto nell’unica persona che pensa possa trarlo in salvo, suo nipote. Ma un giorno al telefono, il nonno lancia l’allarme, i mostri sono arrivati, lo hanno trovato. Jason corre a casa del nonno e lo trova riverso vicino al bosco con delle ferite mortali. In punto di morte gli dice qualcosa che non riesce a capire, ma poi le sue parole diventeranno molto più chiare. Anche lui vede qualcosa, un mostro orribile con dei tentacoli lunghissimi al posto della lingua. Sarà il mostro che ha ucciso il nonno? Ma nessuno la pensa così. La polizia pensa siano stati degli animali selvatici e così anche i suoi genitori e che il ragazzo abbia subito uno shock notevole. Nonostante gli incubi e le notti insonni, il giovane Jason sa che suo nonno voleva rivelargli qualcosa e che quelle parole che le ha sussurrato morente un significato ce l’hanno eccome. Convinto dal suo psicologo Jason decide di partire alla volta dell’isola dove era ospitato l’orfanotrofio di Miss Peregrine e dove suo nonno era stato ospitato da bambino. Soltanto in quelle stanze abbandonate e in rovina, rovistando nei bauli pieni di polvere,  di foto e di racconti strani, Jacob potrà  capire se le storie di suo nonno di mirabili avventure, di magia e di mistero, erano solo farneticazioni di un vecchio che   turbavano i suoi sogni notturni o se invece erano la pura verità,  come sembra testimoniare la strana collezione di fotografie d’epoca che Abraham custodiva gelosamente, le stesse contenute nel baule. Possibile che i bambini di quelle fotografie ingiallite,  bizzarre ed inquietanti, fossero davvero speciali? Speciali e dotati di poteri straordinari e forse pericolosi? Possibile che quei bambini siano ancora vivi e che  vivano in un mondo a parte, in un’altra dimensione, protetti dal mondo esterno e dallo scorrere del tempo?  Bellissima la prima parte del libro, perché è molto originale. C’è un po’ di tutto, dai sentimenti del nonno che sa di non essere più capito dal nipote nonostante lo abbia cresciuto, dal rapporto che Jason ha con i suoi genitori distanti e annoiati e soprattutto presi da se stessi, la solitudine che si prova quando si è adolescenti, ampliata dalla distanza con i genitori e soprattutto dall’assenza di amici e le foto, che come ho già detto arricchiscono la storia e la rendono quasi un film in bianco e nero. Ragazzi strani, in pose strane, emarginati come è lo stesso Jason. Nell’epilogo i toni si fanno più incalzanti con il crescere del pathos della storia, aiuta molto la scrittura scorrevole, arrivando così nell’insieme  ad un libro godibile e piacevolissimo da leggere, e anche bellissimo da guardare. Un piccolo gioiello. Il finale rimane aperto, e so già che c’è un secondo volume che spero sia all’altezza di questo. Voto: 8

mercoledì 9 marzo 2016

RECENSIONE – New York di Edward Rutherfurd



Sono stata titubante fino all’ultimo minuto. Non sapevo o no se intraprendere la lettura di questo tomo, un e un po’ sinceramente mi spaventava. Novecentoottanta pagine non sono uno scherzo, soprattutto se scritte in un carattere piccolissimo e non avendo letto nulla di questo autore prima d’ora. Dal titolo si capisce che la protagonista è New York, dalla sua nascita come Nuova Amsterdam in mano ai pellegrini olandesi, fino alla New York dei nostri giorni (o quasi). Quasi quattro secoli di storia, dai piccoli traffici con le tribù indiane alla dominazione inglese, dalla Rivoluzione alla Guerra Civile, dalle moltitudini di migranti che sbarcavano a Ellis Island tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ai ruggenti anni Venti, dal crollo della Borsa del 1929 alle guerre mondiali, fino alla tragedia dell’11 settembre. A raccontarci la storia della città sono i protagonisti delle famiglie che vi hanno abitato nell’arco dei secoli, diverse generazioni che si confrontano con il periodo storico in cui si trovano. La più importante è quella dei Master/Van Dyck, che  troveremo sempre presente nel corso di tutta la storia. Padri, figli, nipoti e pronipoti, tutti appartenenti alla categoria dei mercanti, in alcuni momenti ricchissimi, in altri in balia delle borse, delle guerre o del mercato. Alle vicende di questa famiglia se ne intersecano altre, come quella degli O’Donnell di origine irlandese, dei Caruso di origine italiana e dei Keller di origine tedesca. Tutte rappresentano un periodo e una caratteristica fondamentale della New York odierna. Quella di essere il melting pot di un numero incredibile di razze, passate attraverso le varie integrazioni, non sempre facilissime, ma che sono poi diventate una parte fondamentale della cultura della Grande Mela. L’autore ci racconta le coinvolgenti vicende quotidiane dei suoi personaggi, con la storia incentrata sulle varie generazione dei Master, tutti con i propri desideri, le proprie speranze, avidità e corruzione, sogni e intraprendenze, caratteristiche della città divenuta il simbolo dell’economia, della finanza e della cultura, non solo americana. Rutherfurd riesce a rendere il racconto storico della trasformazione di New York meno noioso, mostrandoci soprattutto l’aspetto umano che gli avvenimenti storici portarono al crogiuolo di popolazioni che abitavano la New York del passato. Personaggi inventati, come i protagonisti, che interagiscono con personaggi storici esistiti e che hanno avuto un ruolo nella storia americana. Storie fittizie che si intersecano con storie reali. Un libro che consiglio a tutti gli amanti del genere, perché si tratta di un romanzo storico perfettamente riuscito, che cattura e appassiona come non molti libri sono in grado di fare. Unico appunto che posso fare all’autore è che ha evidenziato dei momenti storici moltissimo, quali la guerra d’indipendenza dall’Inghilterra e la guerra di secessione americana, parlandone per più di metà libro, e altri, secondo me altrettanto importanti, quali la seconda guerra mondiale, la guerra del Vietnam e le lotte razziali, sono veramente solo accennate. Molto toccante è l’ultimo capitolo, quello legato all’11 Settembre, avvenimento molto più vicino a noi, e che tutti abbiamo visto anche solo per la comunicazione televisiva in diretta. Una grande città, con un grande passato, colpita diritta al cuore. Ma come sempre, New York saprà tornare alla vita. Le quasi mille pagine dell’opera rimangono comunque un romanzo, non un trattato di storia o un saggio economico-sociale. Tutto lo schema narrativo è a mio parere un inno corale al fascino irresistibile di New York, città unica al mondo; questo fascino trae forse le proprie origini dal crogiolo di razze che ne hanno determinato la crescita. La sontuosa storia della città, dalle prime capanne indiane agli attuali grattacieli, è stata infatti costruita da gente di ogni nazione, e dietro alle facciate di vetro e acciaio aleggia ancora lo stesso spirito di iniziativa, lo stesso desiderio di libertà e speranza. Consigliato per gli amanti del genere. Voto: 7+

venerdì 19 febbraio 2016

RECENSIONE - Il mio destino sei tu di Megan Maxwell

Ruth Souza non ha avuto certo una vita facile. La sua infanzia l’ha trascorsa in Spagna, a Madrid, dove è nata. Figlia di un pilota di rally, quando suo padre perde la vita in un incidente, sua madre, fidanzatasi con un messicano, porta lei e suo fratello a vivere nel paese del patrigno. Sopportano tutti il caratteraccio dell’uomo e prima che sua madre venga abbandonata, fa in tempo a mettere al mondo una terza figlia. Ma le sue disgrazie purtroppo non sono finite. Suo fratello è diventato un poco di buono e finisce anche lui per perdere la vita, mentre sua madre continuando nella sua vita dissoluta, tra alcool e compagnie poco tranquille, la lascia a soli vent’anni con una bimba da crescere. Purtroppo anche lei si avvia verso la stessa vita che ha avuto davanti fino ad allora. Conosce un ragazzo, Julio Cesar, un poco di buono. Scommettitore incallito nelle corse illegali, che non perde occasione per farla partecipare a qualsiasi corsa, incurante della sua incolumità. Ruth si rinsavisce e scappa con la sorella per cercare una vita migliore. Lei non ha intenzione di morire e soprattutto non ha intenzione di lasciare Jenny da sola. Attraversando il confine con il Messico conosce due ottime persone Linda e George, che la prendono in simpatia e le fanno ottenere un permesso di soggiorno per gli Stati Uniti, ma i suoi guai sono ancora in agguato. Si accorge di essere incinta, e non di uno, ma di due gemelli. E’ così che la ritroviamo qualche anno dopo, con la sorellina che ora ha dieci anni, e la considera sua mamma a tutti gli effetti e i due gemelli di quattro; due terremoti dai capelli rossi a cui si fa fatica a star dietro. Ad aiutarla ci sono i coniugi David e Manuel, che li hanno praticamente adottati formando una famiglia allargata. Durante una serata lavorativa, mentre fa servizio come cameriera, Ruth si scontra, in senso non letterale, con uno degli uomini più belli della serata. Lui l’aiuta con il suo capo, prendendosi la colpa dell’accaduto, e lei, che ha rotto  con tutti gli uomini e li rifugge, nemmeno lo ringrazia. Tony Ferrasa,  è un uomo bellissimo e influente, non è abituato a vedersi rifiutare qualcosa da una donna,  per giunta da una cameriera con i capelli color arcobaleno. Lui è un compositore di successo ed ha avuto tutto dalla vita, è una delle personalità più di spicco del panorama musicale latino americano. Ha un padre che gli vuole bene, una matrigna che lo ha lasciato da poco che è stata come una vera madre, due fratelli e due cognate, e una nipote a cui vuole un bene dell’anima, ma in effetti qualcosa in fondo gli manca. Non ha una donna … ne ha molte, ma nessuna con cui legarsi seriamente, come ha fatto suo fratello con sua cognata Yanira. S’incontreranno spesso i due, soprattutto perché Ruth, vista la sua situazione, è costretta a fare molti lavori di servizio, e Tony frequenta gli stessi posti da cliente. Spinto un po’ da suo padre Anselmo, Tony accetta la sfida e inizierà un lento corteggiamento di Ruth; ma i problemi ci sono e sono sempre in agguato, anche se ti chiami Ferrasa. Anche se non ti dai mai per vinto e vorresti fare l’impossibile per chi sei arrivato ad amare più di te stesso. Bello il personaggio di Ruth che nonostante la sua situazione drammatica, non perde mai il sorriso e non demorde, dimostrando di essere una donna di carattere. Tony, è invece il classico principe azzurro. Bello, farfallone e ricco. Però ha anche un cuore. E quando questo cuore batte per una persona, il principe azzurro si trasforma in un difensore convinto, che farebbe di tutto per chi ama. Ammetto che all’inizio pensavo di trovarmi di fronte alla classica storia di amore banale e non avevo molte aspettative, anche se alcune cose non mi convincono ancora ora, però andando avanti nella lettura mi sono un po’ ricreduta. La storia in sé merita, se non fosse per le focose scene di sesso che ogni tanto disturbano e che potevano essere più concise. Il lieto fine c’è, inutile dirlo, altrimenti non sarebbe un romance, anche se un po’ diverso dal solito. Bella anche la storia di sottofondo tra Omar, fratello di Tony e Tifany.Voto: 6,5

mercoledì 17 febbraio 2016

RECENSIONE - Il gatto che aggiustava i cuori di Rachel Wells

Ho comprato questo libro perché lo avevano pubblicizzato molto; ma non pubblicità fatta dell’editore, ma un fine passaparola. Di quelli che pensi che se così tanta gente lo legge e lo apprezza, deve per forza valere qualcosa. La trama, poi mi sembrava carina. Così mi sono tuffata nelle avventure di Alfie. Alfie, come ogni gatto adora passare le sue giornate sul suo divano preferito, o magari di fronte alla finestra per vedere ciò che succede fuori. Al caldo e soprattutto con del cibo sicuro e tante, tante coccole da parte della sua umana. Ma  non sa che non è per sempre, soprattutto se la tua padrona è una sola umana e per giunta anziana. Margaret la sua padrona lo ha appena lasciato, è morta di vecchiaia. Oltre ad essere affranto Alfie ha un grosso problema. I parenti di Margaret non lo vogliono e pensano di lasciarlo in un “gattile”. Alfie sa che fine si fa nei gattili, molti altri gatti del quartiere glielo hanno raccontato e lui non può immaginare una semi-vita rinchiuso in una gabbia aspettando un’adozione che non avviene quasi mai e per poi finire ucciso. Quindi scappa via, alla ricerca di una nuova famiglia su cui contare. Alfie non sa come è la vita randagia, quindi si ritroverà in pieno inverno a morire di freddo e di stenti, lui abituato a tutte le comodità. Farà molta fatica ad accettare la sua condizione, anche se troverà sulla sua strada altri gatti come lui che lo aiuteranno, lo consiglieranno e gli daranno suggerimenti, e altri ancora che lo cacceranno in malo modo, lo picchieranno e lo spaventeranno a morte. Di tutto questo Alfie farà esperienza e questo farà sì che la sua voglia di trovare una casa e una nuova famiglia sia  una necessità. Lui non può proprio essere un randagio. Dopo lunghe peripezie arriverà in Edgar Road, una via piena di villette a schiera di diverse dimensioni. Con il suo istinto felino Alfie capisce che lì c’è la sua opportunità di accasarsi, di trovare una nuova sistemazione. Ma non tutti sono pronti ad accoglierlo. Su suggerimento di un amico gatto decide quindi di non avere solo una famiglia, ma diverse; diventare quindi un “gatto dei portoni”. La sua prima conoscenza è Claire, è una donna sola, che sta appena uscendo da un divorzio. Piange e beve spesso. E’ magra come un chiodo e molto sola e Alfie capisce che la sua presenza può essere solo un bene per lei. Poi c’è Jonathan, che non può essere più diverso da Claire. E’ solo anche lui, ha una casa enorme, ma è cinico e disincantato e non gli piacciono i gatti. Ma Alfie sa che non è veramente così. E’ troppo solo e ha bisogno di qualcuno come lui che gli colori la vita. Poi ci sono Polly e Matt con il piccolo Henry. Lui è sempre troppo occupato con il lavoro, lei ha partorito da poco e ha una depressione post-partum e si sente decisamente sola in una città nuova come Londra, per lei che ha lasciato la famiglia a Manchester. E poi ci sono Francescka, Tomasz e i loro due figli Tomasz jr e Aleksey. Loro sono polacchi, si sono trasferiti da poco per lavoro, e Francescka conosce poco la lingua e sente la mancanza dei suoi genitori e del suo paese. Cosa c’è di meglio che conoscere un gatto come Alfie? Alfie ha un dono speciale, anche se non lo sa: è capace di aggiustare i cuori, di riaccendere in ognuno di loro nuove speranze di una vita diversa e felice. Qualcuno di loro farà ancora degli sbagli a cui Alfie dovrà rimediate con il suo intuito felino, ci riuscirà? L’autrice fa parlare Alfie in prima persona, che ci racconta tutte le sue peripezie. All’inizio l’idea sembra carina, ma nel proseguo del libro, diventa un po’ stucchevole. Sembra più un libro per bambini che per adulti, almeno per come è scritto, ma gli argomenti che tratta non sono certamente per i più piccoli. Logicamente il finale risulta scontato. Certamente il libro non è un capolavoro e dopo letto lo si dimenticherà facilmente, quindi se il risultato era quello di farci riflettere sull’importanza dei nostri conviventi animali, cani o gatti che siano, ha fallito miseramente. Forse quello che ricorderemo di più sono i lauti pasti che Alfie, da furbetto, scroccherà a destra e a manca, dalle sue quattro famiglie adottive. Voto: 6

lunedì 15 febbraio 2016

RECENSIONE - Un dono prezioso di Nora Roberts

Ennesimo romance-crime della mia scrittrice preferita. Ennesima lettura che conferma il mio pensiero: “Zia Nora” questo è il tuo genere! Andiamo alla storia. Cilla (quella dei nomi è una battaglia persa, non sarò mai d’accordo con Zia Nora. Non so dove li scovi dei nomi così assurdi!) è la nipote di una famosissima cantante attrice degli anni cinquanta. E’ anche figlia di un’attrice tormentata, costretta lei stessa a recitare e vivere nel mondo di paillettes di Hollywood. Ma Cilla sa di non appartenere a quel mondo, e decide di crearsi una nuova vita, lontano dalle luci della ribalta, che tanto non le arridevano più. Non vuole certo finire come sua madre, con cinque mariti e flaconi di antidepressivi sempre a portata di mano. Quindi con un colpo di mano, si fa regalare la villa di campagna che era appartenuta a sua nonna, la famosissima Janet Hardy. Ha un progetto, riportare il rudere alla sua antica bellezza, trasformandola secondo i suoi gusti, ma senza cambiarla del tutto. D’altronde lei non ha mai conosciuto sua nonna, anche se questa le viene in sogno molto spesso e le racconta spezzoni della sua vita passata. Anche Janet Hardy non ha avuto una vita tranquilla e rilassante. Prigioniera del suo successo e sempre con la paura di rimanere da sola. Nel tempo le furono attribuite frequentazioni assai famose, era considerata una mangiatrice di uomini, ma nessuno seppe il motivo del suo suicidio. Chissà se era per quel figlio morto solo diciottenne. Cilla sa che quella è la sua eredità, vuole conoscere come era sua nonna, e ristrutturare qualcosa che era suo e a cui lei teneva molto, e che farlo possa essere un modo per onorarla. Tornando nel paese sotto le Black Mountain, Cilla fa diverse conoscenze tra cui lo scrittore di graphic novel, Ford Sawyer e del suo buffo cane Spock, suoi vicini di casa e i vari restauratori che ha ingaggiato per riportare la villa al suo antico splendore. Qualcuno di loro ha anche conosciuto sua nonna, altri l’hanno solo sfiorata, ma era una stella, e nel paese il nome di Janet Hardy fa ancora rumore, e Cilla le assomiglia anche molto, tanto da alimentare strani voci su fantasmi e reincarnazioni. Cilla ha modo anche di iniziare a frequentare suo padre, che, dopo il divorzio da sua madre è ritornato a vivere nel suo paesino natale e ad insegnare nel liceo. Però c’è qualcuno che non vuole che Cilla sia lì o che i lavori in qualche modo proseguano. Infatti accadono una serie di incidenti misteriosi, piccoli e grandi, che preoccupano Cilla e la spaventano. La polizia indaga, ma non ci sono testimoni e nessuno sa chi possa avercela con Cilla. Chissà se è per colpa di quelle lettere che lei stessa, svuotando la soffitta della casa, ha trovato in un baule polveroso. Cosa contenevano quelle lettere di così pericoloso, da agitare qualcuno talmente tanto da fargli quasi commettere un omicidio? Cilla non ha intenzione di andarsene, e nemmeno Ford vuole che lei se ne vada, si è innamorato di lei, e anche se è preoccupato di come le cose si stanno mettendo, preferisce aiutarla a far luce sui misteri nella vita di sua nonna. Lei non è certo l’eroina che sta disegnando, ma quasi: è forte, bella e saggia, come la sua eroina, creata a sua immagine. Riusciranno i due a scoprire cosa è veramente successo a Janet Hardy tanto tempo prima e a chiarire se sia stato veramente un suicidio o un omicidio? Ma soprattutto riusciranno a capire chi c’è dietro le lettere che Janet ha conservato gelosamente con il loro segreto fino alla sua morte? La Roberts riesce come al solito ad intessere una bella storia che ha la sua anima romance, ma anche il suo intreccio giallo, con maestria. Belli i personaggi principali, ma anche i comprimari e questa volta devo dire che l’intreccio era così ben congegnato che non sono riuscita ad individuare il colpevole fino alla fine. Brava Zia Nora! Voto: 6,5

giovedì 11 febbraio 2016

RECENSIONE – Fahrenheit 451 di Ray Bradbury



Ray Bradbury scrive questo libro negli anni ’50, in piena guerra fredda. Un periodo quello del totalitarismo russo che poteva sicuramente far pensare che le libertà di pensiero fossero sotto scacco, così  anche la libertà di leggere libri, al di fuori da quelli che il Partito metteva a disposizione. Da questo, forse, l’idea di base per sviluppare la storia scritta in Fahrenheit 451. Siamo in un mondo futuro dove i libri non esistono più, sono vietati da una sorta di governo. I cittadini vivono nella perfetta ignoranza, l’importante è che chi comanda soddisfi i loro bisogni materiali. La pubblicità è dappertutto; le tv, unico strumento per informare il popolo, trasmettono ventiquattro ore su ventiquattro e occupano intere pareti delle case. In questo tipo di mondo la cultura diventa un orpello inutile. L’obiettivo del governo è tenere la gente nella più beata ignoranza garantendone, fino ad un certo punto, il benessere, distruggendo però i libri, che potrebbero portare la gente a pensare, risvegliando le coscienze sopite. Si studia quindi sempre di meno, i libri sono quasi del tutto scomparsi. L’aspetto più orrido della storia è che sono gli stessi cittadini a denunciare i pochi sovversivi rimasti, che conservano ancora copia di grandi autori del passato. A pensare a loro sono i militi del fuoco, una sorta di corpo dei pompieri al contrario. Loro appiccano gli incendi alle case dei sovversivi e bruciano i libri in loro possesso. Guy Montag fa parte di questo corpo con tutti i dubbi che comunque ha in sé. Non è completamente convinto che quello che fa sia giusto, ma la sua è una sorta di eredità, seppure non la condivide in pieno. Un giorno fa la conoscenza di una ragazza stranissima che gli parla di cose che lui non avrebbe mai pensato che fossero importanti, ma che riescono in qualche modo ad insinuarsi nella sua mente. La ragazza parla della bellezza della pioggia, del vento, del sole e parla di pensieri, di ragionamenti sugli argomenti più disparati. Con un gesto istintivo, durante un intervento, Montag salva un libro, impedendo la sua distruzione. Ha paura Montag, ma lo sfidare le istituzioni, di cui lui stesso fa parte, gli fa riscoprire il piacere della libertà. Viene a sapere che la stranissima vicina di casa è stata in qualche modo portata via, per le sue idee progressiste e con lei tutta la sua famiglia e Montag comincia a pensare che anche lui sia in qualche modo in pericolo, che il suo superiore abbia fiutato il fatto che lui nasconda dei libri in casa. Non sa che sarà proprio qualcuno a lui vicino a far scattare la trappola che lo renderà un fuggitivo. Durante la sua fuga penserà che solo una persona, un vecchio professore delle vecchie università di un tempo, conosciuto per caso, può aiutarlo e si dirige a casa sua. La sua fuga diventa mediatica. Il governo vuole dargli una lezione, ma non solo a lui, a tutti quelli che pensano di stravolgere le regole, soprattutto ora che la guerra è così vicina e pericolosa. Ma Montag, con l’aiuto del professore, scappa e si ritrova con delle persone che in un’epoca non tanto remota, erano degli insegnanti, e ora vivono come dei reietti ai margini della città. Lì si nasconde e riesce a trovare il suo posto. Scopre infatti che ognuna di quelle persone ha imparato a memoria una parte di un libro importante, per impedire che vada perso. Quegli uomini sono dei cavalieri della cultura in persona, decisi a non lasciarsi schiacciare dal sistema, attraverso la loro capacità di memorizzare i testi delle grandi opere letterarie, per consentirne la sopravvivenza, contro la cieca distruzione attuata dalle autorità. Montag scoprirà anche una cosa molto importante: che il fuoco oltre che distruggere, serve anche a scaldare. Bellissimo libro sulle libertà di pensiero e azione. Contro tutti i totalitarismi e le censure che al giorno d’oggi sono argomenti più attuali che mai. Ma Bradbury ci lascia anche una speranza, quello di considerare il progresso come una crescita per la società e che i libri sono qualcosa da tramandare e custodire, come un bene molto prezioso, come la propria libertà. Bellissimo ritratto di un futuro che spero di non vedere mai. Questo romanzo dovrebbe essere una lettura obbligatoria nelle scuole superiori, ma forse sarebbe un’imposizione dittatoriale anche questa! Voto: 9