Fuorviata dal ricordo del cartone animato, ho iniziato il romanzo
pensando fosse una storia di cappa e spada. Poi se pensiamo all’autore ... lo
si pensa ancora di più, ma non è proprio così. Certo avventure, lotte, invidie,
violenza ci sono, ma il tutto per un fiore: il tulipano nero per l’appunto.
Siamo in Olanda, nel 1672. Siamo in un periodo d’oro da una parte e di lotte
interne dall’altra. Lo Statolder, il principer Guglielmo d’Orange, combatte
contro il Gran Pensionario d’Olanda Giovanni de Witt. Siamo anche in periodo di
grandi scoperte e gli olandesi furono i primi importatori, dai paesi orientali,
del tulipano, da loro poi reso famoso in tutto il mondo. Ma torniamo ai de
Witt. Il romanzo inizia infatti con i due fratelli de Witt in gravi ambasce.
Uno in prigione Cornelius e l’altro Giovanni, Gran Pensionario accusati di
complottare e svendere il paese ai francesi. Giovanni e Cornelius verranno
fatti uccidere da Guglielmo d’Orange, che sobillerà la folla che, inferocita li
ucciderà, trucidandoli. Prima di morire, Cornelius de Witt, riuscirà a mandare
il suo servo con un messaggio per il suo figlioccio, Cornelio van Baerle,
quello di bruciare un pacchetto di documenti che gli aveva consegnato tempo
prima. Cornelio, a differenza dei due de Witt, non è per niente un uomo
politico, non se ne intende proprio. E’ uno studioso, e la sua ricchezza, gli
ha permesso di poter vivere nel modo da lui ritenuto il migliore: quello di
cercare e creare nuove specie di tulipano. Il sogno è di riuscire prima o poi a
creare il famoso tulipano nero, e di intascare il premio di centomila fiorini
messi a disposizione dalla città di Haarlem. Cornelius è molto vicino alla
creazione del fiore, anzi sa che i bulbi che ha nelle mani saranno proprio del
tulipano nero. Ma Cornelio, oltre a non intendersi di politica non si intende
nemmeno di vicinato e nemmeno di invidia. Infatti non sa di essere spiato dal
suo vicino, Isaac Boxtel, anche lui creatore di tulipani ma molto modesto e
molto meno capace di Cornelio. Farebbe di tutto per rubargli i bulbi del
tulipano nero, anche accusarlo di complotto contro Guglielmo d’Orange.
Cornelio, dopo la soffiata di Boxtel, verrà arrestato e codotto in carcere,
dapprima messo a morte e poi graziato con la prigione a vita dallo Statolder.
Proprio il famoso pacchetto di documenti, che Cornelio aveva dimenticato in
fondo ad un cassetto, provano l’accusa di Boxtel. Ma sarà Rosa, la figlia del
suo carceriere, Grifo, ad avere la possibilità di salvare colui che le è
entrato nel cuore. Scorrevole e avvincente, come solo uno scritto di Dumas può
essere. Nonostante è il cattivo della storia, forse il personaggio di Isaac
Boxtel è il più riuscito di tutti, e la sua cattiveria è veramente
rappresentata in modo perfetto. Voto: 6,5
sabato 20 ottobre 2018
domenica 7 ottobre 2018
Recensione - Poirot, tutti i racconti di Agatha Christie
E' stata veramente una delle fatiche di Ercole portare a termine questo tomo di ben 927 pagine. Alcuni sono accettabili, altri molto, ma molto semplicistici. Mi era simpatico Poirot, prima di iniziare questo tomo, alla fine l'ho trovato un po' presuntuoso e antipatico, ma tant'è... Mi sono detta molte volte, povero capitano Hastings, che male avrà mai fatto? Si è ripreso con gli ultimi 12 racconti, quelli proprio relative alle 12 fatiche di Ercole o di Hercule... fate voi...
Voto: 6+
Voto: 6+
sabato 1 settembre 2018
RECENSIONE - La banda dei brocchi di Jonathan Coe
Piccolo capolavoro della letteratura inglese. Racconta la storia di tre
ragazzi +1, Ben, Paul, Doug e più sfumato Harding, nei ruggenti anni
settanta. Tra storie di emancipazione culturale, nazionalismo, razzismo,
attentati dell'IRA e della nuova musica in voga al tempo. Voto: 7,5
lunedì 23 luglio 2018
RECENSIONE – La figlia del boia e il monaco nero di Oliver Potzsch
Altenstadt, 1660. In una notte
fredda e nevosa di gennaio, il parroco della piccola chiesa di San Lorenzo, Andreas
Koppmeyer, sta controllando, spiato, che tutto sia a posto nella cripta, dove
ha appena murato una parete. La sua scoperta deve rimanere segreta, non se la
sente di raccontarla, se non a sua sorella Benedikta, lei saprà consigliarlo al
meglio, come sempre. Nessuno poteva sapere che di lì a poco, quel segreto lo
avrebbe ucciso, attraverso la sua golosità. Un piatto di frittelle condite con
del miele avvelenato, gli furono fatali. Andreas Koppmeyer morì tra atroci
sofferenze, lasciando però un indizio a chi avrebbe scoperto il suo cadavere,
una parte di una frase di un’iscrizione tombale cerchiata nella polvere. Ad
intervenire sul posto è Simon Fronwieser chiamato dalla perpetua del parroco.
Pensava di doverlo curare invece lo trova morto stecchito e congelato e non
sicuro che la sua morte sia naturale, fa chiamare il boia di Shongau, Jakob
Kuisl. Nessuno dei due sa che sono osservati da chi ha ucciso il povero
Koppmeyer. Da qui parte la storia che impegnerà Simon, alla luce dell’indizio
lasciato dal parroco, in una spasmodica ricerca di un tesoro lasciato dai
templari, aiutato da Benedikta Koppmeyer, sorella del defunto; donna molto
avvenente e decisa che desta la gelosia di Magdalena, la figlia del boia. Jakob
Kuisl viene nel frattempo impegnato nella ricerca di una banda di criminali che
assale i commercianti nei loro viaggi e sta rendendo dura la vita a Shongau.
Tra tesori templari, che non sono quello si spera, tombe e reliquie di santi,
organizzazioni religiose segrete, enigmi da risolvere, bande di criminali e
manie di grandezza, si snoda la storia del boia di Shongau e dei suoi
comprimari. Sua figlia Magdalena, il medico Simon Fronwieser e altri, come il
personaggio di Benedikta Koppmeyer. Romanzo ben fatto, con una trama
intrecciata perfettamente tra storia e realtà. Ricordo infatti, che il
personaggio del boia è esistito veramente a Shongau e ad Altenstadt e che l’autore
è un suo discendente. Particolare e carina l’idea di inserire alla fine una
piccola guida dei luoghi menzionati nel racconto, tra l’altro tutti molto
vicini tra loro e visitabili in una giornata, per chi avesse la voglia di
andare in Baviera nella regione del Pfaffenwinkel. Voto: 7+
lunedì 16 luglio 2018
RECENSIONE – Il morso della reclusa di Fred Vargas
Nuovo romanzo
della serie del Commissario Adamsberg, lo “spalatore di nuvole”, come di solito
viene chiamato. Jean-Baptiste rimasto in Islanda dal precedente episodio, non
ha nessuna voglia di tornare a casa. Si trova benissimo in quell’isola piena di
nebbia lavorando come pescatore, ma il dovere lo richiama a Parigi, nel
commissariato del XIII Arrondissement. C’è da risolvere l’omicidio di una
donna. Il caso è presto risolto, ma è lo stesso Adamsberg, frugando per caso
nel computer dell’agente Voisnet l’animalista, a crearsene uno davvero spinoso.
Sembrerebbe che nel sud della Francia ci sia un ragno, ragno violino o
loxosceles rufescens o semplicemente reclusa, sia diventato particolarmente
pericoloso, tanto da causare la morte di tre ottuagenari. Chi conosce bene
Adamsberg, sa che ha il potere di guardare attraverso le nebbie, e a lui quelle
tre morti sembrano molto sospette. Inizia così una sua indagine personale,
perché le suddette morti sono considerate degli incidenti naturali. Non è con
lui il comandante Danglard, che considera i ragionamenti di Adamsberg, appena
tornato dall’Islanda, ancora più strampalati del solito. “Non ci posso
credere, non ci voglio credere. Torni fra noi, commissario. Ma in quali nebbie
ha perso la vista, porca miseria?”. Nemmeno
la squadra è completamente con lui e appoggiano il comandante Danglard. Aiutato
dai fidi Vyrenc, Retancourt e Froissy, il Commissario Adamsberg comincia a
diradare le nebbie del caso. L’aggiunta dell’aiuto di Mathias, archeologo
protagonista dei Tre Evangelisti, che sono stata contentissima di aver
ritrovato, poterà l’indagine ad una svolta inaspettata. Tra ricordi sepolti nei
meandri della memoria, arzille vecchiette studiose di ragni, piatti di garbure
e bicchieri di madrian, ce la farà anche stavolta Jean-Baptiste Adamsberg a
dissolvere la nebbia? E il comandante Danglard riuscirà a farlo desistere o
anche lui si ricongiungerà alla “ciurma
della nave di Magellano in rotta verso lo stretto”? Come al solito la
Vargas non mi ha deluso, anche se il colpevole si scopre con facilità. Ma la
bellezza del libro non sta tanto nel trovare il colpevole, ma negli intrecci
creati dall’autrice per risolvere il caso, per trovare le prove della
definitiva colpevolezza. I dialoghi, a volte sconclusionati, tra Adamsberg e i
suoi collaboratori, strappano più di qualche sorriso. Gli incastri, gli
intrecci e le semplici parole che la Vargas usa sono tutti elementi che
convergono per la creazione di una storia che spinge il lettore a lasciarsi
conquistare da ciò che Adamsberg e i suoi collaboratori ci vogliono raccontare.
Voto: 7,5
mercoledì 4 luglio 2018
RECENSIONE – La vera storia di Long John Silver di Björn Larsson
Parto col
dire che l’idea di Björn Larsson è geniale, non è facile entrare in un
personaggio non tuo, quindi deve essere stato un grande lettore di Stevenson e
della sua Isola del Tesoro. Ma sembrerebbe non sia nuovo a questo tipo di
esperienze. Ne esce un romanzo molto bello crudo e realistico. É lo stesso
protagonista a raccontare se stesso. La sua storia vera dice lui, non quello
che viene strombazzato e raccontato da altri. La storia della sua vita da
pirata: di come è nata, di chi ha conosciuto durante la sua vita in mare, di
come ha perso la gamba e perfino il perché del suo soprannome Barbecue. Il tutto
narrato con molti particolari. I
difficili viaggi in mare. Del suo ingaggio su una nave negriera con le
torture agli schiavi. Le impiccagioni frequenti della gente di mare, le
burrasche e tanto, tantissimo rum. I personaggi che John Silver nel
ripercorrere la sua vita, così come gli
viene, sembrano reali. I suoi racconti allo scrittore Defoe, a cui appunta gli
errori che questo ha fatto nella sua Storia dei Pirati. Fino a ritrovarlo
vecchio e pensieroso, che sta scrivendo le sue memorie, la sua vera storia in
isola del Madagascar. Long John Silver decide di imbarcarsi perché la sua vita
non lo entusiasmava sufficientemente, la vita che gli avevano ritagliato
intorno, a leggere la bibbia in latino, non faceva sicuramente per lui. Quindi
scappa quindicenne e s’imbarca, credendo che gli basti la sua parlantina e la
sua prontezza a raccontare storie a salvarlo dai pericoli. Ma quello che trova
è una vita dura, cinica e maligna. Le sue vicissitudini lo trasformeranno per
sempre in un pirata sempre in fuga dalla forca. Avrà il carisma di un capitano,
ma si rifiuterà sempre di farlo. Verrà ridotto in schiavitù e venduto come
schiavo a contratto. Come lui ci racconta, è spesso costretto ad uccidere,
perché il suo scopo non è solo quello di diventare ricco, ma quello di
preservare la sua stessa vita. É uno dei pochi pirati che non si ubriaca o che
abbia le mani segnate, le porta sempre coperte da un paio di guanti. Il suo
motto è: vivere ed essere libero anche a costo di barattare la propria
moralità. É un antirazzista, non fa nessuna differenza tra bianchi neri e
indiani. Un pirata che è si cattivo, ma che per noi che ne leggiamo la storia desta
simpatia. Un pirata che è destinato a restare cattivo per la storia, ma che non
si può fare a meno di ammirare quando ci racconta la sua verità. Larsson ha
avuto la capacità di restituirci un personaggio forte e solido, avvincente che
appassiona, ma allo stesso tempo ci fa riflettere sul concetto di bene e male,
compagnia e solitudine. «Ho vissuto a lungo. Questo non me lo può
togliere nessuno. Tutti quelli che ho conosciuto sono morti. Alcuni li ho
mandati io stesso all'altro mondo, se poi esiste. Ma perché dovrebbe? In ogni
caso, spero con tutta l'anima che non esista, perché all'inferno ce li
ritroverei tutti, Pew il cieco, Israel Hands, Billy Bones, quell'idiota di
Morgan che osò passarmi il bollo nero, e gli altri, Flint compreso, che dio
l'abbia in gloria, se un dio esiste. Mi accoglierebbero a braccia aperte, con
salamelecchi e inchini, sostenendo che è tornato tutto come ai vecchi tempi.»
Voto: 8
lunedì 21 maggio 2018
RECENSIONE – Potete perdonarla? di Anthony Trollope
Anthony Trollope è stato uno di
quegli scrittori ad avere la sfiga atavica di nascere in un periodo dove di
scrittori, anche molto buoni, ve n’erano a bizzeffe. Lui si è trovato di fronte
a scrittori come Dickens e Thackeray, e non dico altro. Ma Trollope è stato uno
scrittore validissimo, di razza pura. Ha senso dell’umorismo, descrive molto
bene le scene del romanzo, i suoi dialoghi risultano vivi e i suoi romanzi
hanno anche tensione e suspense. Potete perdonarla? (primo volume del ciclo
Pellisser), é la domanda che viene posta spesso al lettore dal narratore. Voce
gentile che ci accompagna con i suoi commenti a volte neutri, a volte di parte,
a volte ironici, ma sempre garbati, lungo tutto l’arco della narrazione. La
domanda che è nel titolo “Potete perdonarla?” si riferisce alla protagonista
della storia, Alice Vavassor, una signorina non ricca, ma imparentata con le
migliori famiglie britanniche. Ha un’età al limite dello zitellaggio, è molto
bella, ma ha un desiderio di indipendenza per l’epoca veniva visto come una
discesa all’inferno, quello di poter decidere per conto proprio della sua vita.
Lo può fare, perché è in possesso di una propria rendita che però attira
corteggiatori come insetti. La troviamo, all’inizio del romanzo, fidanzata con
John Grey, che non è altro che un gioco di parole per farci capire il carattere
dell’uomo: pacato, saggio, prevedibile, senza grandi entusiasmi. John Grey vive
in un posto considerato bruttissimo nel Cambridgeshire, Nethercoats, dove lui
si trova benissimo. Ma Alice? Alice veniva già da un fidanzamento, con suo
cugino George Vavasor, rotto per l’opposta situazione caratteriale del Sig.
Grey; suo cugino è un farabutto, un imbroglione, un mangiasoldi, e tutto quello
che ci può essere di male in un “gentiluomo” inglese. Tra la disapprovazione di
tutti e complice un viaggio insieme al cugino e alla cugina in Svizzera, Alice
romperà il fidanzamento con John Grey, pentendosene quasi immediatamente, per
poi fidanzarsi di nuovo col cugino scellerato che mira solo al suo denaro,
soprattutto ci mira nell’immediatezza, visto che gli serve per comprarsi un
seggio in parlamento.
É un tomo di 1000 pagine che
segue non solo le vicende di Alice, di George e di John, ma di una numerosa
quantità di personaggi propri del romanzo vittoriano. Non mancano quindi la
giovane Lady Glencora che molta parte avrà in questa storia, come la cugina
Kate, sorella di George, come la vedova Greenhow. Tutte donne dal carattere
forte e indipendente per quell’epoca. Donne che non sono contente, e ammettono
anche di fronte ai propri mariti, di essersi sposate perché costrette.
Sembrerebbe essere il matrimonio il tema principale del libro, ma non è così,
tutto dipende dal reddito, il vero protagonista di questa storia è il denaro,
che uno ha e che uno non ha. Per un gentiluomo e una gentildonna non era
previsto lavorare, anche se il loro reddito era bassissimo, per questo molte di
queste persone si sposavano solo per denaro. Per questo George corteggia Alice
e per questo il ricco possidente Cheesacre tenterà di sposare la vedova
Greenow. Trollope tesse una bella storia d’amore, ma comincia ad introdurci
anche nei giochi politici dell’epoca. La sua caratterizzazione dei personaggi è
straordinaria. Crescono mano a mano che la storia avanza. Li riempie di
delicatezza e simpatia, di bruttezza e violenza, di dissoluzione e
disillusione. Le donne soprattutto anticipano i cambiamenti che avverranno in
seguito, nel tempo, reclamando quella sorta di indipendenza dal mondo maschile
e dal matrimonio. Voto: 8
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