domenica 9 febbraio 2020

RECENSIONE - Un inutile delitto di Jill Dowson


Secondo romanzo di Jill Dawson messo sotto la lente di ingrandimento del nostro blog, dopo aver pubblicato, sempre con questa casa editrice che sforna gioiellini di autori straordinari, Il talento del crimine, torna in libreria con Un inutile delitto, con il quale la scrittrice intende far luce su un vecchio delitto che balzò agli onori della cronaca nella Londra dei primi anni settanta, quello della tata Sandra Rivett, cercando, finalmente, quella giustizia che la stampa di allora non le riservò mai.
Londra, 1974. In una mattina di novembre la città è sconvolta da un efferato omicidio, Mandy River, una giovane donna, approdata da poco in città, è stata uccisa barbaramente da Lord Morven, l’ex marito della sua datrice di lavoro.
Ma prima di arrivare all’epilogo della storia, che già conosciamo visto il fatto di cronaca veramente accaduto a cui è ispirato, Jill Dawson prova a romanzare la storia che Mandy/Sandra aveva avuto prima della sua morte.
Piano piano l’autrice, ora dalla bocca di Mandy, ora da quella della sua amica Rosemary, ci racconta gli antefatti prima del brutale delitto.
Dalla venuta di Mandy a Londra, all’impiego presso Lady Morven per occuparsi dei figli James e Pamela. Alla svagatezza della stessa donna di cui Mandy parlerà spesso con Rosemary. Alla conoscenza di Neville, che dopo molte storie sbagliate, sembra sia l’uomo giusto per lei, e di cui scopriremo alcuni particolari importanti solo alla fine della storia e soprattutto il personaggio del cattivo, l’irascibile conte, Lord Morven, Dickie per tutti. Uomo che ai molti, compresa Rosemary, risulta un uomo affascinante, contornato ancora da quell’alone luminoso che aveva l’aristocrazia in quel periodo storico. Mentre Mandy sospetterà subito che possa essere un uomo molto pericoloso.
E infatti ne ha paura. Ma la scelta fatta di lasciare la provincia e una madre che la soffoca, la fanno desistere dal lasciare il lavoro appena trovato e soprattutto ha cominciato a voler bene ai bambini, che sono un po’ il surrogato dei suoi, e crede a quello che Lady Morven, Katharine le dice.
Ma Rosemary la convince che Dickie è un uomo affascinante e di mondo, e che quello che fa è per la mancanza dei suoi bambini.
Rosemary avrà di che pentirsi di non aver creduto alle parole dell’amica, soprattutto di non aver dato retta ai presagi che l’avevano messa in guardia.
L’autrice quindi, condisce la vera cronaca con un po’ di paranormale facendo assumere al personaggio di Rosemary un tocco di potere, quello di parlare con gli uccelli.
La storia va avanti un po’ ingarbugliata, tra strani presagi, silenzi colpevoli, inquietanti indizi e segreti inconfessabili, con atmosfere oscure e cariche di tensione.
È scritto bene, in alcuni punti c’è una giusta tensione, ma si dilunga troppo in alcuni particolari, e parla poco di altri. La parte del paranormale e di Rosemary che parla con gli uccelli, secondo me ha poco senso, se non quello di cercare un appiglio per avvalorare tesi che, da tempo memorabile, non sono state avvalorate nemmeno per il vero delitto. Infatti, ancora oggi, non si sa ancora cosa sia veramente successo, perché un vero processo con un vero colpevole non ci sono mai stati, vista la scomparsa dell’assassino.
Un romanzo che avrebbe avuto maggiori potenzialità, sicuramente un autrice da tenere d’occhio.
(a cura di Silvia Marcaurelio) (Recensione per Contorni di Noir https://contornidinoir.it/2020/02/jill-dawson-un-inutile-delitto-2/?fbclid=IwAR04Ih2LT4Mb-Am8usi8GBDfW6JjmIlUPTKmTvnNoY-EaUGOuB1hjzapQHg)

venerdì 24 gennaio 2020

RECENSIONE - Il gatto striato miagola tre volte. Un romanzo di Flavia de Luce di Alan Bradley

Alan Bradley ci riporta per la nona volta a Buckshaw, a casa de Luce. Flavia è tornata dall’esilio canadese, dopo essere stata espulsa dall’Accademia per signorine della Signora Bodycote, dove i parenti l’avevano relegata. Ad aspettarla il solo Dogger, il fido maggiordomo. Suo padre, il colonnello de Luce, nobile decaduto, è ricoverato per una brutta polmonite.
Ritroveremo anche le perfide sorelle Daffy (Dafne) e Feely (Ophelia) e la cuginetta pestifera Undine, ma nessuno sembra curarsi di lei.
Flavia si sente sola e come spesso succede si rifugia presso la canonica di Bishop’s Lacey, a casa del vicario, dalla moglie Cinthya.
Proprio per aiutare la moglie del vicario oberata di compiti, si offre di consegnare una lettera all’intagliatore del paese vicino, il signor Sambridge. Ma circostanza vuole che Flavia si imbatta di nuovo in un cadavere. Proprio quello del signor Sambrige, trovato ucciso e legato a testa in giù a imitazione dell’uomo vitruviano di Leonardo a un elaborato marchingegno ligneo.
“Ma come potevo raccontare che per me imbattermi nell’ennesimo corpo senza vita era tutto tranne che terribile? Al contrario: era emozionante; era eccitante; era inebriante; era tonificante; per tacere del fatto che era elettrizzante e soprattutto appagante”.
Come al solito Flavia non ci pensa su due volte. Il suo spirito da detective la “obbliga” ad indagare. Tutto nella stanza del morto riporta al celebre scrittore per bambini Oliver Inchbald, anche lui morto in circostanze misteriose. A Flavia non resta che scartabellare in varie biblioteche, parlare con vecchi editori e addirittura scomodare vecchie conoscenze tra i servizi segreti di Sua Maestà.
Flavia si fa un’idea di cosa può essere successo al Signor Sambridge, tutto questo sotto la sorveglianza, nemmeno così accurata, dell’ispettore Hewitt.
In questo capitolo assisteremo anche a una Flavia diversa, un po’ distratta dal fatto che, per un motivo o per un altro, non riesce ad andare in ospedale a far visita a suo padre.
Il libro come al solito è scritto meravigliosamente da Bradley. Condito del solito umorismo impertinente della protagonista e da un horror addolcito dalla giovanissima età (12 anni) della stessa Flavia. Arguta, intelligentissima, impertinente, che non riesce, quasi mai, a starsene zitta.
Il piacere di leggere le avventure di Flavia de Luce è sempre immenso. L’autore riesce a tenerti incollata alla storia, quasi desiderando di tenere compagnia a Flavia mentre sfreccia con la fidata Gladys (la sua bicicletta) per le strade di Bishop’s Lacey, anche se quest’ultimo volume è velato di un po’ di malinconia e forse la nostra Flavia sarà costretta a crescere ancora un po’. Consigliatissimo.
(a cura di Silvia Marcaurelio)

giovedì 16 gennaio 2020

RECENSIONE – La vita bugiarda degli adulti di Elena Ferrante



Giovanna, detta Giannì, una ragazzina della Napoli borghese, crede di vivere in una famiglia felice, ma in realtà sta per scoppiare per una relazione extraconiugale del padre e, così, scopre che i genitori non sono perfetti innamorati ma nascondono i loro errori e istinti dietro una facciata di perbenismo. Il suo bel viso inizia a trasformarsi e a imbruttirsi (sebbene il corpo diventi sempre più oggetto di desideri maschili), assomigliando sempre più a quello della zia Vittoria, che da anni non ha più rapporti con il fratello, padre di Giovanna, e vive nella Napoli bassa. Spinta dalla curiosità di conoscere personalmente la zia, Giovanna viene attratta da questo mondo, fatto di povertà, disperazione e violenza. A contatto con la gente del Pescone, Giovanna cambia (smette di studiare, cede alle iniziative sessuali di Corrado, indossa abiti volgari e si trucca pesantemente) ma non smette di cercarsi. La vita bugiarda degli adulti è un romanzo di formazione, sul passaggio dall’adolescenza all’età adulta, che in Giovanna avviene in modo brusco ma logico. È un romanzo di ribellione, ma anche della sporcizia nascosta e delle menzogne degli adulti. Il tutto è narrato dal punto di vista delle donne, sempre al centro dell’universo della Ferrante.
(a cura di Maria Lombardi)

mercoledì 8 gennaio 2020

RECENSIONE - 1793 di Niklas Natt och Dag



Esordio in grande stile per lo scrittore svedese Niklas Natt och Dag, edito per questo suo primo libro da Einaudi. Siamo a Stoccolma nel 1793. La Svezia è appena uscita da una guerra sanguinosa contro la Russia. Il Re Gustavo III è stato assassinato, e la nazione è sotto il pugno di ferro del Lord reggente Gustaf Adolf Reutherlorm, corrotto all’inverosimile, che non si sa per come o per cosa ha dato incarico come commissario di Polizia a Johan Gustaf Norlin, incorruttibile, e quindi scomodo e da rimuovere immediatamente. La Svezia è allo stremo, affamata e sente da lontano il vento della rivoluzione che viene dalla Francia. La paranoia prolifera come un morbo e per i vicoli di Stoccolma si sussurra di cospirazioni e complotti.
In una fredda notte autunnale viene ritrovato nel fetido Fatburen il corpo orrendamente mutilato di un uomo. Il commissario Norlin affida il caso al procuratore Cecil Winge, uomo geniale ma quasi allo stremo delle forze, malato da tempo di tisi. Ad aiutarlo nelle indagini c’è l’uomo che ha ripescato il corpo, Mickel Cardell, facente parte della guardia civica, un reduce della guerra contro la Russia, dove ha lasciato il suo braccio sinistro e forse anche qualcosa d’altro.
Tra i due si crea una collaborazione insperata, vogliono dare un nome al morto del Fatburen. Uno ha la ragione e la pazienza, tanto da saper smontare e rimontare un orologio per intero, l’altro ha la forza bruta, nonostante il braccio mancante, sostituito da una protesi di legno di frassino. Con i pochi indizi che hanno i due cominciano a indagare su chi possa essere quell’uomo. Da una prima ricostruzione, visionando il corpo, capiscono che è stato torturato barbaramente. Qualcuno gli ha asportato un arto per volta, facendo però rimarginare le ferite prima di tagliare di nuovo. All’uomo mancano anche la lingua e gli occhi. Oltre che con i pochi indizi che hanno, Winge e Cardell devono anche lottare contro il tempo, Norlin è stato rimosso, e prima che il nuovo commissario, al soldo del reggente prenda possesso del suo posto, devono trovare l’assassino. Si troveranno a indagare tra i bassifondi e i palazzi del potere, dove gli innocenti spesso finiscono sulla forca al posto dei veri colpevoli, perché non hanno i mezzi per difendersi.
Tra i quartieri degradati e freddi di una Stoccolma di cui l’autore ci fa sentire anche gli olezzi dei fetidi fiumi e dei canali di scolo, il freddo inverno col vento che taglia la faccia. Conosceremo una Stoccolma diversa da quella che oggi conosciamo; una Stoccolma povera all’inverosimile, dove pochi possono permettersi di che vivere, e per farlo, sono costretti a lavorare come schiavi fino alla morte, che giunge relativamente presto. Veramente molto bella l’ambientazione del romanzo, scritto in maniera scorrevole e leggibilissima. Bella la trama storica, che come dice lo stesso autore nella postfazione, ha subito delle piccolissime variazioni, ma si vede il lavoro certosino che c’è sulla sua costruzione. Buonissima l’idea di inserire nel romanzo personaggi veramente esistiti come Norlin, da cui far partire la storia e nel proseguo anche quelli del custode sadico Petter Petterson, dell’ispettore Björkman e del suo acerrimo nemico, il presbitero Neander.
Molto belli e particolari anche i co-protagonisti come Anna Stina e Kristofer Blix che avranno tanta parte nella storia: la prima con una forza e un coraggio incredibili e il secondo che ritroverà la sua anima perduta in un’azione inaspettata. Molto consigliato, sia per chi ama il genere noir, sia per chi ama il romanzo storico. Ben scritto, ben architettato, ben strutturato. Spero che Niklas Natt och Dag, abbia per i suoi personaggi un bel seguito, perché dal finale potrebbero nascere nuove storie, forse non con il procuratore Winge, ma almeno con Mickel Cardell.
Silvia Marcaurelio

giovedì 19 dicembre 2019

RECENSIONE – La morte non fa rumore. Gereon Rath vol. 02 di Volker Kutscher



La morte non fa rumore è il secondo volume della saga di Gereon Rath, il commissario della squadra omicidi di Berlino all’epoca della Repubblica di Weimar, nato dalla penna di Volker Kutscher edito da Feltrinelli. Dopo Babylon Berlin, di cui è stata creata anche una serie tv di successo, esce questo secondo capitolo. Durante le riprese di un film sonoro, la famosa attrice Betty Winter perde la vita in quello che sembra un terribile incidente. Il caso viene affidato a Gereon Rath, che ha sempre modo e maniera di finire nei guai, soprattutto perché non è un uomo retto e onesto, e perché gli piace essere un solitario e navigare a vista. Tutto, come già detto, fa pensare ad un incidente, ma un vecchio “conoscente” del commissario Rath, il produttore Manfred Oppenberg, già conosciuto nell’altro libro, lo mette a conoscenza che la sua attrice di punta e sua amante, Vivian Franck, è scomparsa. A questo punto Gereon cambia idea, e comincia ad indagare sia sull’omicidio della Winter che sulla scomparsa di Vivian Franck. Come al solito, inviso dal suo superiore diretto, il commissario capo Böhm, Gereon penserà bene di seguire la sua pista in solitaria che lo porterà a conoscere i lati oscuri del glamour, e la rivalità tra produttori cinematografici, tra chi aspira ad entrare nella produzione del nuovo mondo del sonoro e chi non si rassegna alla sparizione dei film muti, considerati la vera arte. Oltre a tutto questo, c’è sempre l’ombra del padre, sempre più invischiato negli affari politici, che gli affida il compito di aiutare a rintracciare il ricattatore del borgomastro di Colonia. Per fortuna di Gereon, non ci sono solo brutte nuove, ma anche buone. Nella sua vita ritorna Charly, la sua ex, mai dimenticata e l’arrivo in casa di Kirie, una cagnolina che troverà un posto nel cuore dell’ombroso commissario. Leggendo il libro si capisce da subito che si tratta di un classico poliziesco. Scritto bene, ricco di complotti, di rovesciamenti di fronte e mai banale. In più c’è anche la storia non proprio perfetta di Rath, che è un uomo piuttosto incasinato che non riesce a sottostare a nessuna regola imposta. Figuriamoci poi se chi gliele impone è considerato un inetto. Fa riferimento solo al suo istinto Rath, e le sue azioni sono spesso motivo di scontro con i colleghi e il suo capo Böhm. Molto più giallo di Babylon Berlin questo secondo capitolo, dove si affrontano sì, i demoni che inseguono Gereon e che lo hanno costretto al suo trasferimento a Berlino, ma molto meno presenti che nel primo volume. L’intreccio giallo è scritto estremamente bene, anche perché si contorce su sé stesso, fino a ritrovare la giusta via, ma lo fa appositamente per far perdere il lettore nelle pagine e per dar modo allo stesso, di continuare la lettura e cimentarsi a capire chi è il famoso assassino o se esiste veramente un assassino. Belli i personaggi di contorno, tra cui il capo Gennat detto il Budda, Charly che è la vera Sherlock, l’amico giornalista Weinert sempre pronto ad aiutarlo oltre che a carpire scoop succulenti. Consigliato.
(a cura di Silvia Marcaurelio)

giovedì 5 dicembre 2019

RECENSIONE - Le piume del Drago di Lorenzo Visconti (alias Paolo Roversi)

Le piume del Drago è il secondo capitolo della serie Dragon nata dalla penna di Lorenzo Visconti, alias Paolo Roversi, edito da Cairo.
Due indagini, all’apparenza slegate tra loro, aprono il romanzo di Visconti/Roversi. Una per il Drago e l’altra dove il protagonista è il suo amico, il maresciallo Rodrigo Barillà.
Anche la storia si svolge, così, su due piani paralleli, ma alla fine avrà un punto d’incontro nonostante il diverso contesto in cui è maturata.
Drago è chiamato a indagare sulla scomparsa di una donna, Marina Zamperini; la sorella, Valeria, sospetta che sia morta, visto che sono cinque mesi che la ragazza non si fa sentire in nessun modo; ma vuole sapere perché, e vorrebbe almeno ritrovarne il corpo per mettersi l’anima in pace. Così Drago, aiutato dal non sempre felice Jamel, un francesino mago dei computer, inizia la sua indagine alla ricerca della ragazza. Non sarà facile. Non ha nessun indizio, nessun appiglio se non i soliti a cui ha pensato anche la polizia e quindi non gli rimane che un unico posto dove cercare, l’ultimo posto dove la cella del cellulare della ragazza la collocava, finché è rimasto acceso: il suo luogo di lavoro. Drago non si dà pace, perché quello che ha in mano è davvero poco, ma se lo dovrà far bastare.
Nel frattempo il maresciallo Barillà, coadiuvato dal magistrato Federica Della Lovere, meglio conosciuta nell’ambiente come “figa di legno”, è alle prese con un serial killer che imperversa lungo le sponde del Po, dove uccide le sue vittime in modo sadico e perverso.
L’approccio dei due alle indagini è molto diverso.
Da una parte c’è Drago che ha svestito la divisa da poliziotto proprio per non dover sottostare alle regole e per poter operare al di fuori della legge, mentre dall’altra c’è Barillà che è il classico professionista tutto d’un pezzo, un vero tutore della legge.
L’altro protagonista del romanzo è il Po. Il fiume ammalato d’inquinamento. Abitato da specie non originarie del posto, ma che sono lì per gli errori dell’uomo. É proprio sugli errori ambientali che il Killer della Bassa agisce, sbeffeggiando la legge mostrando la sua bravura, telefonando al maresciallo per comunicargli che la prossima vittima ha le ore contate.
In qualche modo anche Drago finisce per trovare gli indizi sulla scomparsa di Marina in un’ex raffineria che riporta ad un infausto disastro epocale avvenuto nel Parco del Lambro esattamente cinque mesi prima, proprio quando è scomparsa anche la ragazza.
Qualcuno parla, qualche indizio spunta. I due dovranno solo far convergere i loro ragionamenti per risolvere i loro enigmi che in comune hanno il petrolio e il Po.
Roversi scrive un libro “ecologista” mostrandoci quello che succede nella società odierna, dove non importa se si commette un reato di disastro ambientale, visto che è punibile solo con un’ammenda. Ma soprattutto gli stessi inquinatori potranno recuperare il denaro proponendosi come bonificatori di quello che hanno inquinato. Ci racconta anche, come l’uomo delle volte pensa di essere “dio” tentando di risolvere i problemi da lui creati, creandone di nuovi.
In questo secondo capitolo, Roversi, si occupa molto di più del maresciallo Barillà, svelando una parte del suo carattere e ciò che l’ha forgiato, quello che lo ha fatto diventare quello che è ora. La nascita dello strano rapporto con il magistrato Federica Della Lovere, altro bel personaggio che spero di ritrovare in un prossimo capitolo. Di Drago, ritroviamo i suoi soliti ragionamenti schietti e senza peli sulla lingua. La sua solita voglia di menare le mani che, se non ci fosse la sua ex collega Lara a riportarlo qualche volta sulla retta via, potrebbe portarlo all’autodistruzione.
Roversi ha una mano felice. Scrive semplice, ma le sue storie sono ben articolate e anche quando sembra che non arrivino da nessuna parte, alla fine ci si ritrova con tutti i tasselli che vanno a posto, definendo la trama. Coinvolge molto questa storia, sarà anche per l’argomento trattato che sa molto di attualità, vista l’ondata ecologista che monta anche in questi nostri giorni. Fa venire anche molta rabbia, pensando al disastro veramente avvenuto nel parco del Lambro nel non lontano 2010. Consigliato.

martedì 19 novembre 2019

RECENSIONE - Nevernight. Mai dimenticare. Libro primo degli accadimenti di Illuminotte di Jay Kristoff.



Mai dimenticare è il primo volume della trilogia fantasy degli Illuminotte firmata da Jay Kristoff per Oscar Mondadori. Stranamente la trilogia è uscita tutta in un un’unica data, non distanziando i libri tra loro. Probabilmente erano già sicuri che avrebbe funzionato? E in effetti il primo libro lo ha fatto… ora però mi attendo tanto anche dagli altri due. La nostra protagonista all’inizio della storia ha soltanto dieci anni, si chiama Mia Corvere e fa parte di una delle famiglie più importanti della Repubblica di Itreya. La troviamo piangente su una balconata insieme alla sua regale madre che la costringe a guardare la morte per impiccagione di suo padre, considerato un traditore. La madre gli sussurra quello che sarà per Mia un mantra che ripeterà spesso: “Mai tirarsi indietro. Mai avere paura. Mai dimenticare.” Quello sarà il giorno in cui perderà tutto compresa la sua innocenza. Verrà strappata a sua madre e al suo fratellino, messa a morte da quello che lei considera il mandante dell’assassinio di suo padre e di tutta la sua famiglia, il console Scaeva. Riuscirà con l’aiuto di un amico inaspettato, un gatto ombra che si nutre delle sue paure, Messer Cortese, a liberarsi e a fuggire. Mia è una “Tenebris”, un’eletta della dea Niah, la dea dell’assassino benedetto e Mercurio, un antiquario un po’ strano, che la troverà per la strada, l’aiuterà nel cammino da seguire per entrare a far parte della Chiesa Rossa e diventare una Lama della dea Niah. All’inizio della storia si fa un po’ fatica a capire quello che si sta leggendo, ma a mano a mano che si prosegue nella lettura si riesce ad entrare nel meccanismo creato da Jay Kristoff, con note a piè di pagina che aiutano il lettore a capire e ad addentrarsi di più nel mondo da lui raccontato. É una storia di sangue, crudeltà e assassini, ma soprattutto di vendetta. Quella che Mia Corvere ha in mente da sempre. Ma per farlo deve entrare a far parte della Chiesa Rossa come accolita e diventarne una Lama, e allora sarà libera di vendicarsi. Logicamente la scuola di Mia non è una scuola normale, ma forma assassini e la competizione tra gli accoliti è al massimo. C’è chi muore senza neanche entrarvi e chi muore partecipando alle lezioni e tutti finiscono in una tomba senza come. La Chiesa Rossa mira ad annullare le emozioni e i sentimenti, ma Mia non vuole dimenticare, visto che ha bisogno di ricordare tutto quello che le è successo, per portare a termine la sua missione: uccidere Julius Scaeva Console Unico di Itreya, Francesco Duomo, gran Cardinale della Chiesa della Luce e Marcus Remus, tribuno della Legione dei Luminatii, nomi che sentiremo spesso da parte di Mia. (Mi hanno fatto un po’ ricordare la lista di Arya Stark). All’interno della Chiesa Rossa avrà modo di conoscere altri accoliti come lei, Tric, Ashlinn e suo fratello Orzick, Zitto e Carlotta, Jessamine e Diamo. Con alcuni instaurerà quasi un rapporto di amicizia, con altri rapporti molto conflittuali. E le prove a cui saranno sottoposti acuiranno ancora di più queste connessioni tra loro. Ma la prova maggiore che Mia dovrà affrontare sarà quella con sé stessa e con le sue ombre, che gli sono alleate, perché lei è una Tenebris, ma non è ancora a conoscenza di come utilizzare tutte le sue capacità o forse, non vuole farlo, perché dovrebbe ricordare e quel “non guardare” che troveremo spesso nelle pagine, avrà un senso. Jay Kristoff è stato capace di inventare un mondo davvero incredibile, un mondo pieno di luce, ma con tante, tantissime ombre. Non è certamente un fantasy per ragazzini, troppo crudo. Come già detto, questo è solo il primo volume dedicato a Mia Corvere, ci aspettano gli altri due, sperando che siano all’altezza di questo. Lo stile dell’autore è particolare, perché mentre racconta parla direttamente con il lettore rendendolo partecipe della storia. Particolari le note a piè di pagina, alcune utilissime per spiegazioni di particolari importanti, altre divertentissime. Perfetti i comprimari della storia, come i cattivi-cattivi come Scaeva e Remus, e i cattivi-buoni come Naev, Tric, Zitto, Ashlinn e Jessamine. Fantastico e inaspettato il finale di questo primo volume che ci invoglia subito a proseguire nella lettura del secondo. Voto: 7,5
(a cura di Silvia Marcaurelio)