lunedì 3 gennaio 2022

RECENSIONE - I confini del cielo di Chris Whitaker



La prima cosa che posso dire di questo romanzo, e di solito non si dovrebbe fare, è che è un libro Meraviglioso. Esatto! Meraviglioso con la “M” maiuscola. Quest’anno è il libro che mi ha colpito di più e i suoi personaggi mi rimarranno nel cuore per un bel pezzo. Era successa una cosa del genere con “Una vita come tante” della Yanagihara, e ora con questo qui, che ha scalzato dal mio podio personale, un altro bellissimo libro di quest’anno, “Scrublands Noir” di Chris Hammer.
Siamo nell’estate del 2004, a Cape Haven un piccolo paesino sulla costa Californiana in piena erosione.
Duchess ha tredici anni, e si è autoproclamata «fuorilegge» per via del suo avo Blue Scott Radley, ma per comportamento ne dimostra trenta. È dedita con tutta sé stessa a far vivere una vita migliore al suo fratellino, Robin, che di anni ne ha quasi sei. D’altronde la loro non è la famiglia del Mulino Bianco; non hanno un padre, non sanno chi sia, e la loro madre, Star, è a dir poco problematica: è dedita all’alcol e alle droghe.

L’unico adulto a cui i due ragazzini si posso appoggiare è Walker, il comandante della polizia di Cape Haven, un uomo malato, cosa di cui nessuno è a conoscenza, e ancorato al passato. Un passato che lo riporta indietro di trent’anni, quando aveva quindici anni e già pensava di fare il poliziotto, di essere sempre dalla parte del giusto.
Walk, Martha, Star e Vincent, quattro amici che in una notte, per una tragedia, perdono tutto. L’amicizia, l’amore e la fanciullezza.
Ma adesso che Vincent, responsabile di quei fatti, è stato rilasciato, bisognerà fare i conti con il prezzo del suo ritorno.
Per molti, Vincent, ha scontato la sua pena ma non la sua colpa. Tra vecchi affetti e odi mai sopiti, il suo arrivo in città sconvolgerà per sempre i destini di Cape Haven.
In questo romanzo troveremo tutti i sentimenti insieme, ma amore e dolore la faranno da padroni. L’amore di Duchess verso Robin, che l’ha fatta crescere prima del tempo, facendola diventare un’adulta e saltare l’infanzia. Cosa che non vuole per il suo fratellino.
Troveremo rancore e vendetta e ancora odio e crudeltà.
Il dolore che leggeremo tra queste pagine è forte, travolgente, tanto da provarlo per davvero.

Il senso di appartenenza e di amicizia che troveremo tra i personaggi ci sorprenderà. L’amicizia “per sempre” di Walk verso Vincent, di Duchess e Robin e di Duchess e Walk.
La vendetta, che tutti vogliono. Che tutti i personaggi bramano, hanno due termini diversi, ma che portano dalla stessa parte: per i buoni è giustizia per i cattivi è sempre vendetta.
E poi ci sono le perdite. Quelle che non ti aspetti, quelle che ogni personaggio in questa storia subisce. Chi la perdita di sé, chi qualcuno di molto caro. E il dolore provato sarà al di sopra di ogni cosa.
La prima parte del romanzo è incentrata sulla conoscenza dei personaggi, ed è molto più calma e profonda, aulica quasi. Ci fa immergere nelle dinamiche tra i protagonisti, come il rapporto tra Duchess e Robin, e l’amicizia fra Vincent e Walk, al di sopra di tutto e di una lealtà senza condizioni.
Invece la seconda parte è più incalzante, più ficcante e i tasselli, che sembravano sparsi qua e là, cominciano a trovare la loro giusta collocazione, e i colpi di scena non mancano, riportando il lettore, a capire che effettivamente quello che sta leggendo è pur sempre un noir, il tutto condito però da un senso di dolore straziante e da una commozione vibrante che impregnano tutta la storia fino alla fine.

I personaggi sono meravigliosi. Su tutti Duchess che è protagonista a cui ci si affeziona, che la si vorrebbe poter aiutare in ogni modo, entrare nelle pagine del libro per fonderle coraggio e aiuto e conforto. Poi il piccolo Robin, che soffre e vorrebbe, effettivamente, la famiglia del Mulino Bianco, ma ha solo perdite e dolore. E Vincent, con la paura di vivere e il non perdono di sé stesso. E Walk, ancorato al passato, divorato dal presente e da un’amicizia a cui crederà per sempre.
La storia in sé che l’autore ci ha raccontato è struggente e dolorosa, ma la sua scrittura l’ha resa aulica e quasi sognante, con l’uso sapiente di una prosa sopraffina. Ringrazio anche il traduttore Gianno Pannofino che ci ha sicuramente messo del suo per rendere quest’opera così vibrante per i temi toccati.
Veramente consigliato, dalla prima all’ultima pagina! Per me il libro dell’anno.

Silvia Marcaurelio

mercoledì 15 dicembre 2021

RECENSIONE - Il commissario Maugeri e il pianista russo di Fulvio Capezzuoli

 

Settimo volume della saga del Commissario Maugeri.
Come in tutte le altre puntate, l’azione di svolge nel primo dopoguerra, esattamente nel 1949 in una caldissima estate milanese.
Un pianista russo, Ivan Golubev, mentre sta tornando in albergo dopo la sua esibizione alla Festa dell’Unità a Milano non proprio di successo, si imbatte nel cadavere di un uomo. Viene arrestato per l’omicidio di quest’ultimo, ma rimesso in libertà un paio di giorni dopo, per l’intervento del Consolato Sovietico di Milano.
Il commissario Maugeri viene mandato a liberare il pianista dalle grinfie del suo omonimo Aiello, dai suoi superiori. Appena lo conosce lo sente salutare perfettamente in italiano, quindi accompagnandolo in albergo in automobile, apprende dal pianista, che lui non è propriamente un pianista, ma uno studioso d’arte e che soprattutto è preparato sull’arte medievale del Quattordicesimo e Quindicesimo secolo.

Il clima da guerra fredda tra gli stati non permette fraintendimenti o scuse, e Maugeri è chiamato a svolgere un compito, che oltre ad essere diplomatico, deve comunque rispettare allo stesso tempo le indagini, perché il pianista è comunque un sospettato.
Il delitto in cui si trova coinvolto Golubev, è solo il primo dei tanti problemi che Maugeri si troverà ad affrontare: un esperto d’arte responsabile di una galleria, viene trovato morto e il pianista appena scagionato, sembra essere coinvolto.
Maugeri insieme ai suoi fidi Valenti e Palumbo, si ritrova coinvolto in strani traffici di opere d’arte e cimeli appartenuti alle ricche famiglie ebree sterminate dai nazisti che lo porterà a ricordare la guerra finita da pochi anni.
Riuscirà Maugeri a chiudere l’indagine prima di partire per le agognate ferie, o la povera moglie Giovanna, sarà costretta a viverle da separati, mentre il marito aspetta notizie davanti ad un telefono nella hall dell’albergo?

Mi è piaciuto molto questo piccolo gioiellino di Capezzuoli, si legge benissimo anche se non si è letto i precedenti episodi. Scritto molto bene, di facile lettura, con una trama gialla congegnata alla perfezione. Un romanzo che appassiona e con un ritmo cadenzato, che trasporta il lettore in un’atmosfera coinvolgente in cui il periodo storico del dopoguerra diventa non solo sfondo, ma protagonista assoluto.
La soluzione del giallo non è proprio a portata di mano, anzi, il lettore è invogliato a proseguire nella lettura proprio perché l’assassino non è poi così facile da individuare, né per Maugeri, né per chi legge.
Belli i personaggi di contorno, Palumbo e Valenti, collaboratori che svolgono un ruolo importante nella storia, anche se non sono caratterizzati fisicamente, bello il periodo storico preso in considerazione, quando ancora non c’erano cellulari e internet e le indagini andavano di pari passo con quello che si aveva a disposizione. Gli eventi raccontati con metodo e precisione rendono scorrevole la lettura e a Maugeri ci si affeziona.
Lo consiglio vivamente agli amanti del giallo classico, quelli dove l’indagine è il fondamento principale della storia.

Silvia Marcaurelio

giovedì 2 dicembre 2021

RECENSIONE - L'ordine delle cose di Linda Tugnoli



Secondo volume della serie dedicata al giardiniere detective, Guido Boggio-Martinet, nato dalla finissima penna di Linda Tugnoli.
Anni ottanta, 1984 per la precisione.
Guido è un giardiniere attento, a cui piace fare le cose per bene, a cui non piacciono i fiori chiassosi, e soprattutto i fiori comprati. Non hanno più profumo, non hanno più anima.
E lui di profumo se ne intende visto che pochi anni prima era un “naso” profumiere niente meno che a Parigi, la città dei profumi.
È tornato nella Valle Cervo, la valle che lo ha visto crescere e anche andare via in una delle metropoli più grandi del mondo. Tornato a casa dopo una disgrazia, che anche in questo secondo volume non riusciremo del tutto a capire, Guido ha impostato una routine giornaliera: la sua modesta cascina, i suoi cani capoccioni, i botta e risposta col Carlin, il vicino di casa, il caffè dalla Rita, due chiacchiere con Giovannino, il nipote autistico della barista, e il suo lavoro da giardiniere tre volte alla settimana alla villa, dove incontra anche il suo unico amico, il vecchio Osvaldo, che la mattina gli fa trovare il caffè caldo, ma solo se arriva in orario.
Ma una mattina in orario non ci arriva, perché al bar incontra niente di meno che il Commissario siciliano, quello che nel primo volume aveva tentato di accusarlo dell’omicidio di una donna. Questa volta il commissario è alla ricerca di un parere di un esperto per un omicidio di cui non riesce a venire a capo.

La morta è un’altra donna, Franca Costa, ritrovata in un parco a Biella, uccisa facendola cadere da un terrazzino, in un’aiuola sottostante.
Guido non ha proprio voglia di dare retta al commissario, che non gli sta proprio simpaticissimo, soprattutto quando lo scruta, e sembra leggergli dentro tutte le paure che si porta dietro da quando è morta Claire.
La deceduta però aveva nella tasca del vestito una bustina con dei semi, ed è per questo che il commissario sollecita il suo parere di esperto.
Guido di primo acchito non riconosce i semi che questi le mostra, ma la cosa comincia ad incuriosirlo, soprattutto quando scopre che la morta era una vecchia abitante della Valle, trasferitasi da bambina in città. L’uomo è sempre inseguito dalle ossessioni e quando si fissa su una cosa da portare a termine non ci sono dubbi che lui alla fine deve arrivare.
Le indagini del commissario proseguono anche con l’aiuto dello stesso Guido, tra giardini botanici e visite in città. Ma Guido delle volte ha delle intuizioni, che ha paura di tirare fuori, perché, come sempre sembrano metterlo in mezzo a situazioni in cui non vorrebbe essere.
Tra l’altro i semi che la donna aveva in tasca si rivelano essere un bel rompicapo, visto che sono tutti di piante infestanti che nessuno si sognerebbe mai di piantare in un giardino o in un parco. Ma chi era veramente Franca Costa, la donna dei semi?
Sembrava avere una vita veramente perfetta. Una casa, un lavoro, un marito. Un marito d’oro a quanto dice sua madre. Tutto perfetto, tutto ordinato, ma è poi così vero?

“L’ordine delle cose” è un giallo perfetto. Una storia nella storia, nella storia. Perché mentre leggi scopri la storia della Valle Cervo con i suoi usi e costumi, la storia di Guido che piano piano si dipana, la storia del commissario di cui finalmente conosceremo il nome, la storia di Giovannino e della sua passione per la musica, le storie partorite dalla mente di Guido, per la mancanza di Marta, la storia dell’Osvaldo e dei suoi rimbrotti, e la storia di Franca Costa, della sua vita e della sua morte.
La storia di un passato a noi vicino che ci sembra anche molto lontano. Un passato senza cellulari, senza tv satellitare, senza internet, con la mitica 127 di Guido col finestrino tenuto su col cacciavite, con le case senza riscaldamenti e senza corrente elettrica. Un passato di profumi che noi non sentiamo più: quelli dei boschi e dei fiori. Il dialetto della Valle, di cui ogni tanto leggiamo qualche frase. Tutte cose che abbiamo perso nel tempo, ma che la Tugnoli è brava a raccontarci e a farcele ricordare con piacere e nostalgia.
Non posso che dirle “brava!”, perché il secondo appuntamento non è mai facile!
Consigliato.

Silvia Marcaurelio

mercoledì 10 novembre 2021

RECENSIONE - La voce della quercia di Andrew Michael Hurley

Richard e Juliette sono due persone normalissime.
Vivono a Leeds.
Lui è un professore universitario e lei un’infermiera e hanno un bambino, Ewan.
Quando il padre di Richard, anche lui un ricercatore, muore quasi pazzo in una clinica psichiatrica, lui eredita la tenuta di Starve Acre, una vecchia casa in mezzo alla brughiera a cui lui non teneva nemmeno un po’.
Sua moglie Juliette però pensa che trasferirsi in campagna possa fare bene a Ewan che ha cinque anni. L’aria aperta, il bosco e la piccola cittadina di campagna potrebbero aiutarlo ad aprirsi un po’ di più.
Ma poco dopo il loro trasloco, li troviamo invece che devono affrontare il dolore più grande che due genitori devono sopportare: la morte del loro bambino.
Quella che sembrava dover diventare una casa amata è diventata una fonte di dolore che ognuno dei due sopporta a modo proprio.

Se Richard si è buttato a capofitto nella sistemazione e catalogazione dei libri di suo padre, che negli ultimi anni della sua pazzia, aveva mescolato in svariati scatoloni, e nella ricerca di una famosa quercia maledetta che dovrebbe essere nel terreno legato alla casa, Juliette è convinta che Ewan sia ancora lì con loro e si appoggia ad un gruppo di occultisti.
Tra passato e presente rivivremo i momenti della vita che Richard, Juliette e Ewan vivranno nella casa di Starve Acre. Di come la comunità di Stylwhite consideri Ewan un bambino malato e propenso alla violenza. Degli svariati episodi che legano il bambino e le sue malefatte ad una vecchia storia su una vecchia quercia teatro di una sommaria giustizia avvenuta addirittura nel medioevo.

Che nesso c’è fra il passato remoto di quel luogo, teatro di forme di sommaria, brutale giustizia, e la strana malattia che si è portata via Ewan, e la sua attitudine a distruggere e far male? La terra rivoltata darà le sue risposte, e non sono quelle che ci si aspetta.
Nel romanzo possiamo vedere lo scontro di due visioni diametralmente opposte, lo scetticismo della persona razionale che ritroviamo in Richard, e la credenza in arcani poteri, come l’occultismo per Juliette. Ma anche lo scontro del reale con il fantastico, fino alla follia.

L’autore sa intrecciare bene questi opposti elementi, anche se è vero che la storia decolla veramente solo nella seconda parte.
I personaggi non sono caratterizzati particolarmente a parte il loro senso del razionale o della credenza in un mondo spirituale. La loro fisicità non esiste, ma probabilmente è una cosa voluta dall’autore stesso, per lasciare quell’aura di mistero che li circonda.
Consigliato a chi ama particolarmente il paranormale.

Silvia Marcaurelio

 

RECENSIONE - Quelli che uccidono di Angela Marsons

Settimo volume legato alla saga della detective Kim Stone ed alla sua squadra composta dai sergenti Bryant e Dawson e dall’agente Stacey.
La detective Kim Stone si trova in una situazione terrificante, almeno per lei. Mentre prova a far partire la sua macchina sotto una bufera di neve, nota qualcosa di strano sulle mura di cinta della stazione di polizia di Halesowen, dove lavora. Si avvicina e quello che di primo acchito sembra un fagotto di stracci è un bambino di circa tre mesi. Kim lo prende e lo porta subito al caldo, ma è nota per non sapere cosa fare in certe situazioni, quindi chiama a raccolta tutta la squadra.
Il bambino è ben coperto e si nota che fino a quel momento è stato trattato bene. Non è denutrito ed è ben vestito e oltre alle due tutine, per ripararlo dal gelo, è stato avvolto da uno scialle molto particolare.
Ma Kim non ha tempo di occuparsi di lui, quindi lo lascia nelle mani capaci del Sergente Dawson e dell’agente Stacey, che da quel momento riprenderà servizio attivo, dopo la pericolosa avventura capitatagli nel precedente episodio. Saranno loro due a dover risolvere l’enigma sul suo abbandono.
Kim, insieme al fido Bryant, dovranno occuparsi di ben altro.

Infatti, poco prima, la detective, ha ricevuto una chiamata sul suo cellulare: una giovane prostituta, Kelly Rowe, è stata trovata morta in strada ad Hollytree, pugnalata svariate volte. Le ferite sembrerebbero frutto di un raptus, ma la rapina è esclusa, perché la ragazza ha ancora i soldi nella borsa.
Le due indagini seguono logicamente strade diverse e mentre Dawson e Stacey si troveranno a dover indagare presso una comunità di immigrati, vista la nazionalità quasi certa del bambino, Kim e Bryant dovranno indagare nel mondo della prostituzione.
Due mondi che hanno in comune non poco: persone sfruttate, quasi schiavizzate, che lavorano per pagare debiti.
Ma purtroppo per Kim e la sua squadra, gli omicidi non si fermano.
Vengono trovati altri due cadaveri, un’altra prostituta, uccisa come la prima a coltellate in modo brutale e lasciata in strada che lascia quasi presagire che ci sia un serial Killer; e un uomo, probabilmente immigrato, lasciato morire al freddo e al gelo con una gamba completamente frantumata.
Le indagini di entrambe le squadre si fanno ingarbugliate, e sembra che le matasse siano difficili da sbrogliare. Solo i cadaveri sono certi; potrebbero esserlo anche gli assassini, ma hanno tutti un’aria molto rispettabile, e agiscono spavaldi ed arroganti, sotto la luce del sole.

Nella storia, logicamente, si intrecciano anche le vite private dei personaggi. Anche se è solo il primo libro che leggo dell’autrice, non ho trovato difficoltà a seguire il filo conduttore sugli episodi passati, che ogni tanto vengono citati nella storia, viste le piccole spiegazioni che vengono subito date, rendendo il romanzo accessibile a tutti, anche a chi legge la serie per la prima volta.
La Marsons costruisce una storia molto attuale, dove tratta argomenti che sono due delle piaghe mondiali: il mercato del sesso e l’immigrazione, tanto che nel Regno Unito è stata formulata una legge sulla schiavitù moderna, contro coloro che inducono persone di altri paesi in una totale sottomissione tramite lavoro forzato portando via i loro documenti, oppure costringono persone a un lavoro coatto per indebitamento, facendo cadere i malcapitati in una spirale di debiti, in modo che non possa mai restituire il dovuto, legando anche i suoi parenti ad una prigione infinita.
La storia è costruita molto, molto bene. Si nota che l’autrice si è documentata per proporre questo tipo di storia. Quindi oltre a lasciarci un giallo molto ben costruito, ci lascia anche una sorta di veicolo per dare risalto ai problemi dei nostri giorni.

Il romanzo è adrenalinico come il susseguirsi delle indagini. La Marsons è molto brava a tenere il lettore incollato alle pagine della sua storia, perché si vuole vedere la fine, sperando che i protagonisti vincano sul male e sulle spaventose barbarie che sono costretti a combattere ogni giorno.
Molto ben caratterizzati i personaggi, a ogni romanzo si conosce un po’ di più di loro. Vengono svelati segreti e problemi esistenziali, che come tutti gli esseri umani, vivono nella vita privata. Non sono persone perfette, anzi, direi che sono molto imperfette. Ma questa loro imperfezione li fa sembrare molto più veri.
Ora non mi resta che reperire i precedenti, perché Kim Stone non è un personaggio facile da dimenticare, e la curiosità sulle storie precedenti è cresciuta mano a mano che leggevo quest’ultima fatica dell’autrice.
Fortemente consigliato!

Silvia Marcaurelio

 

mercoledì 13 ottobre 2021

RECENSIONE - Un uomo pericoloso di Robert Crais


Con “Un uomo pericoloso” Robert Crais è arrivato al diciottesimo volume della saga dedicata a Elvis Cole e Joe Pike. Nonostante la longevità, la storia non perde la sua essenza adrenalinica, che è il fattore fondamentale nelle storie di Crais.

Per chi non fosse un “frequentatore assiduo” delle storie una breve presentazione dei due protagonisti è d’obbligo. Elvis Cole è un fine detective con un’agenzia molto attiva, reduce decorato dal Vietnam, ex vigilante, ed esperto di arti marziali. Lui si definisce con molta ironia “il miglior detective del mondo” e forse è anche vero. L’altro personaggio di punta è Joe Pike ex marine, ex poliziotto, contractor quando vuole, molto apprezzato negli ambienti del Ministero della Difesa degli Stati Uniti, proprietario di un’armeria e quando vuole detective in società con Cole. Taciturno tanto quanto è solare il suo amico.

Ne “Un uomo pericoloso” il protagonista principale della storia è Joe Pike, ma non mancherà certamente Elvis Cole.

Joe Pike sta vivendo una tranquilla giornata e sbrigando faccende che ogni tanto deve pur fare. Quindi è in coda in banca per versare i suoi incassi. In cassa c’è Isabel Roland, che insieme alla sua collega parlottano tra loro. Pike non passa certo inosservato, soprattutto i suoi tatuaggi non lo fanno: due frecce rosse, una per ogni bicipite.

Ma Pike, non sa, che sarà proprio Isabel a far sì che la sua giornata cambi e di molto.

Mentre risale in macchina dopo aver sbrigato le sue faccende, nota che Isabel uscita dalla banca, viene avvicinata da un tipo, che sembra domandarle qualcosa, ma che la spinge in una macchina che poi parte a tutta velocità.

Nessuno si è accorto di niente, tranne Pike, che ha capito che Isabel è stata rapita, e parte all’inseguimento della vettura. Riesce a trovare la macchina ferma ad un semaforo, quindi con la sua abilità di ex soldato, poliziotto e detective, ferma i due rapitori, li fa arrestare e salva Isabel. Tutto sembra finito lì, ma per Pike e Isabel è solo l’inizio.

Pike non è molto amato dai suoi ex colleghi per un tragico evento accadutogli quando era poliziotto anche lui, quindi viene interrogato. Ma lui non sa nulla, sa solo che Isabel la sera prima lo ha cercato, gli ha lasciato un messaggio a cui lui non ha potuto rispondere.

A questo punto Pike cerca l’aiuto di Elvis Cole per ritrovare la ragazza e sgominare la banda di rapitori.

Il romanzo segue la storia di ogni personaggio, un capitolo per ciascuno. Parlano i buoni, ma anche i cattivi. È questo il modo di Crais di farci entrare nei pensieri di tutti i protagonisti della vicenda che è molto adrenalinica.

Né Pike, né Cole capiscono il motivo che c’è dietro il rapimento di Isabel, ma anche di tanta violenza che ne seguirà. Cosa c’entra Isabel, una ragazza non certo ricca, di ventidue anni, con le azioni di una banda criminale?

Tra i misteri del passato e le minacce del presente Joe Pike mette tutto sé stesso per ritrovare e salvare Isabel dalle grinfie di una banda di malfattori e di quello che è il loro mandante. Pike non dovrà vedersela solo con i cosiddetti “cattivi”, ma anche con la polizia e con i Marshal che lo ritengono troppo coinvolto nel caso.

Anche con l’aiuto di un altro “amico” particolare, John Chen analista della Scientifica di Los Angeles, Joe Pike comincerà a mettere insieme i pezzi di un puzzle che si rivela abbastanza complicato.

Come sempre Crais ci dona un romanzo dove Pike e Cole danno il meglio di sé, ma è anche la loro co-protagonista Isabel “Izzy” a rendere con la sua presenza non certamente passiva, molto buona la storia. Bella anche la figura dell’amica di Izzy, Carly, una esuberante peperina tutta chiacchiere.

Come ho già detto l’adrenalina la fa da padrona. I capitoli sono sincopati e sembra, leggendo, di correre una maratona con loro.

Insomma l’accoppiata Pike e Cole funziona sempre, visto che i personaggi stessi, sono quelli più amati dallo stesso autore, con la figura di Cole ispirata da suo padre, investigatore di polizia. Consigliato soprattutto a chi adora i classici film americani sparatutto, con gli eroi che riescono a scansare tutte le pallottole fino alla fine.


Silvia Marcaurelio

martedì 21 settembre 2021

RECENSIONE - I guardiani del Faro di Emma Stonex

 

Il teatro del romanzo I guardiani del Faro di Emma Stonex è la Cornovaglia alla fine del 1972, in un paesino con un nome che è tutto un programma: Mortehaven.
La barca di Jory Martin accosta il Faro sullo Scoglio della Fanciulla per dare il cambio ai custodi. Ma nessuno si vede, nessuno risponde ai richiami, nessuno è alla porta ad attendere la barca come dovrebbe essere.
Il primo guardiano Arthur Black, il primo assistente William “Bill” Walker e il secondo assistente Vincent Bourne, non ci sono.
Di loro non vi è nessuna traccia, sono svaniti nel nulla.

Sono pochi gli indizi per chi avrà il compito di appurare cosa sia veramente successo ai tre dispersi. Gli orologi, in cucina e in soggiorno, sono entrambi fermi alle 8,45. La tavola è pronta per un pasto che non è mai stato consumato. La torre è vuota e il registro, dove il capo dei guardiani riporta le previsioni del tempo, parla di una forte tempesta che ha investito il faro. Ma contrariamente a quanto scritto, non c’è stato cattivo tempo da almeno una settimana.
Cosa è successo ai tre uomini?
Si scatenano pettegolezzi di ogni genere, illazioni, voci. Ma nessuno sa realmente cosa sia successo in quel faro che ancora si erge solitario nel mare di fronte a Mortehaven.
Vent’anni dopo Helen moglie di Arthur, Jenny moglie di Bill e Michelle fidanzata di Vince, vivono una vita diversa da quella che molti si sarebbero aspettati.

La tragedia comune, che avrebbe dovuto unirle, le ha invece allontanate ancora di più. Le tre sono diversissime tra loro per età e carattere. Non è stata la tragedia a dividerle, ma qualcosa di antecedente, e il tempo e la tragedia hanno fatto il resto. Fino a che uno scrittore, Dan Sharp, le contatta per scrivere un libro sul mistero della scomparsa dei loro uomini. Vuole che le tre donne raccontino la loro versione di quello che pensano sia successo ai loro mariti e compagni, affrontando finalmente le proprie paure e i segreti mai rivelati, e forse una sorta di verità potrà finalmente emergere dalle onde di quel mare che circonda lo Scoglio della Fanciulla.
Scopriamo che ogni persona che ha avuto un coinvolgimento anche minimo con il faro ha una storia diversa da raccontare e che tutti ritengono di aver avuto un ruolo importante in quello che è successo.

Tramite l’utilizzo dei flashback, l’autrice riporterà le voci dei guardiani e li farà raccontare la propria storia in prima persona. Poi, tramite le interviste alle tre donne, le loro vite, quelle all’esterno del faro, verranno messe a nudo.
Ogni persona, uomo o donna, di questo romanzo, nasconde un segreto. Segreti che hanno, alla lunga, avvelenato le loro vite.
Ognuna delle tre donne riuscirà a liberarsi confessando a Dan il proprio segreto.
La Stonex, oltre al romanzo in sé, ci offre uno spaccato di vita che i guardiani dei fari, soprattutto quelli lontani dalla terraferma, conducevano realmente.
La convivenza forzata, la mancanza di spazio, la noia di un lavoro praticamente ripetitivo, la mancanza di luce, dei conforti minimi, la sensazione claustrofobica degli spazi ristretti, tutto poteva diventare disturbante e portare dalla frustrazione alla follia, fino a vedere cose che non esistono.
Fantasmi reali e fantasmi “mentali” hanno portato alla sparizione dei tre uomini? Con un crescendo di misteri e ossessioni, la realtà si mescola all’immaginazione, addirittura sfiorando l’occultismo, l’inquietudine e lo straniamento.
Il romanzo si può tranquillamente definire un giallo psicologico, dove la mente e i suoi capricci sono elementi fondamentali nello svolgimento della trama.
I personaggi sono ben delineati anche a livello psicologico.

La narrazione è scorrevole e ritmata. Buona la suddivisione tra passato e presente e il cambio di voci tra mariti e mogli.
Sappiamo inoltre che la Stonex è stata ispirata nella scrittura di questo romanzo da un fatto vero accaduto nel dicembre del 1900. Tre guardiani del faro di Eilan Mòr sparirono nel nulla. Ma questo è tutto ciò che accomuna il romanzo e la tragedia vera e propria. La sua, ha ribadito, è un’opera di finzione e non ha nulla a che vedere con quello che è realmente accaduto a Thomas Marshall, James Ducat e Donald MacArthur.
Consiglio la lettura di questo romanzo agli amanti del mare. Non del mare estivo vissuto sotto un ombrellone, no. Ma il mare al tramonto delle spiagge vuote d’inverno o il mare arrabbiato e in tempesta, quello che spazza tutto.

Silvia Marcaurelio