martedì 30 maggio 2017

RECENSIONE – La bambina di neve di Eowyn Ivey



Alaska, 1920. Qui in questa terra aspra e al tempo stesso ricca, si sono rifugiati Mabel e Jack. Rifugiati è la parola giusta, perché sono proprio fuggiti dalla loro casa e dai loro cari. Soprattutto Mabel aveva voluto cambiare vita e ambiente dopo aver perduto quella che pensasse fosse la sua bambina durante il parto. Sembrava la guardassero tutti con una certa ostilità, come se non fosse stata capace a far nulla, e fuggire da loro era stata la sua unica possibilità. Ormai lei e Jack si avviano verso una vecchiaia dura e senza figli. A Mabel sembra una cosa innaturale, ma le cose tra di loro sono piatte e la loro vita incompleta. Jack ritorna a casa stanchissimo e lei non sa mai come comportarsi. La vita è dura e tirare fuori da quella terra  brulla è difficile, e l’inverno è vicino. In una serata magica, con la neve che cade, si scoprono a giocare come bambini, come non accadeva da tempo. Dopo essersi tirati palle di neve, decidono di farne un pupazzo. Mano a mano che viene su, le danno le sembianze di una bambina piccola e Mabel completa perfettamente il pupazzo con un paio di guanti, una sciarpa. Il succo di alcune bacche per colorarne le labbra e alcuni fili di paglia per farne i capelli. Il mattino dopo Jack scopre che il pupazzo non c’è più, sono rimaste delle strane orme sulla neve e sono scomparsi anche i guanti e la sciarpa. Nei giorni seguenti Jack e Mabel si accorgono di sentirsi osservati e vedono fuggevoli ombre tra gli alberi nei boschi. Mabel rammenta un vecchio libro che suo padre le leggeva quando era piccola. Un libro illustrato con le figure che lei amava dove si parlava di una bambina di neve. E proprio una bambina compare al limitare del bosco. Il suo nome è Pruina. Di primo acchito la bambina non è così socievole come loro vorrebbero, non vuole vivere con loro. Non sopporta di stare troppo a lungo nella casa riscaldata, ma per Mabel e Jack sarà un ritorno alla giovinezza, a quello che non hanno mai avuto, ma voluto con tutta l’anima. Mabel rifiorisce, e da donna sensibile e chiusa in se stessa, si rivelerà essere una donna forte, intelligente e creativa. La sua abilità con il disegno e con l’ago le permetteranno di  creare con Pruina un rapporto particolare. Diventerà ancora più forte, quando Jack  avrà un incidente che lo terrà incollato al letto per un po’ e lei dovrà prendere il suo posto, con l’aiuto dei Benson, i vicini con cui hanno fatto amicizia. Jack, d’altro canto, è un uomo  caparbio e forte, con i suoi principi morali. Ama tantissimo sua moglie e vorrebbe non farle fare quella vita di quasi stenti in cui sono costretti. Pruina sostituirà nell’affetto di Jack e Mabel quel figlio che non hanno mai avuto modo di avere. Il loro amore per questa bimba che, alla soglia di ogni primavera scompare per poi riapparire con la prima neve, è grande.  Mabel ha un sospetto che le viene dall’antico libro di favole di suo padre, che si è fatta mandare da sua sorella. Pruina è veramente una bambina di neve? Anche lei si scioglierà e li lascerà per sempre? I due fronteggiano con difficoltà la separazione che avviene ogni primavera, ma assaporano l’arrivo della neve con la sicurezza che Pruina torni da loro. Fino a che, Pruina ormai diciassettenne conosce il figlio più piccolo dei Benson, aiutante di Mabel e Jack. Mabel e Jack sono ormai guariti, sono anziani e sanno che Pruina, nonostante l’amore, non può rimanere segregata in una casa normale, prima o poi dovrà andare. Bello questo libro, quasi una favola. Ci incanta con i suoi paesaggi duri, ma magici. Gli animali, i luoghi, i panorami. Sembra quasi di sentire il vento freddo sulla pelle, che brucia. La dolcezza di Mabel che si sente incompiuta, la praticità e la caparbietà di Jack che si sente incapace di salvare chi ama, ma soprattutto l’amore disincantato della favola che è stata Pruina e che sarà il suo bambino. Voto: 7 

RECENSIONE – Anime e acciughe. L’aldilà come non l’avete mai immaginato di Achille Mauri



Strano libro questo … che c’entrano le acciughe con l’aldilà. Nel corso della storia capiremo anche questo. Achille (che scopriremo ben presto è lo stesso scrittore), si ritrova di punto in bianco nel’aldilà. É morto, ma non ne ha risentito per niente. Ad accoglierlo trova niente di meno che il Maresciallo Radetzky che oltre a spiegargli  le prime cose da fare e come comportarsi, uscire dal proprio corpo  è una di quelle, ed è una cosa piuttosto semplice, gli racconta della sua favolosa impresa di un Europa Unita sotto un’unica bandiera. Achille comincia così la sua nuova “vita” nell’aldiquà, come viene chiamato dalle anime. Se ne trovano di tanti tipi di anime e Achille ne incontrerà diverse sul proprio cammino, ognuna con la sua storia di vita da condividere e raccontare. La condivisione tra le anime sembra una cosa molto, molto importante. Permette di acquisire i ricordi degli altri ma anche i propri e viene vista un po’ come si stesse facendo sesso nella realtà. Achille all’inizio non ha proprio voglia di condividere se stesso con nessuno, almeno non prima del suo funerale, anche se molte persone lo spingono a farlo. Tra le altre Lucrezia, una delle prime anime che conoscerà. Nel frattempo si è rifugiato nella Porche in un garage di Piazza San Marco a Milano, luogo molto frequentato. La Porche è la macchina di amici di famiglia e di solito ci vive anche il suo gatto, Ely. Incontrerà Elio Fiorucci, compianto stilista e amico in vita, e altre persone mai viste. Anime che propongono viaggi ed incontri con altre anime, si offrono come guide, nemmeno si fosse ancora nella vita reale. Achille non vuole tornare a casa, non riuscirebbe a sopportare il dolore dei suoi familiari. Il lettore si troverà catapultato in un “altrove” surreale, dove ritroveremo personaggi famosi come Umberto Eco, che è simpaticissimo e racconta barzellette e anime “normali” come quelle di Lucrezia e Marco, presentatisi come una donna fatale la prima e come un pastore il secondo, e scopriremo che sanno mentire. Non c’è un filo religioso nel racconto: “Non importa che tu sia cattolico credente, musulmano, buddhista o animista. La religione è una delle possibilità di esprimersi che ogni anima possiede. Una possibilità come può esserlo il sesso, l’età o il colore della pelle. Quello che è certo che tutti, proprio tutti si chiedono che diavolo ci sia dopo”. Passo passo, incontro dopo incontro scopriremo la vita di Achille, attraverso gli occhi delle altre anime che condivideranno la sua vita precedente, dai viaggi, dalla sua vita in Dahomey (l’attuale Benin), delle sue ricerche sul paranormale. Ma non ci sono solo gli uomini ad avere un’anima, conosceremo cani, gatti, uccelli, pesci, l’elefante Mario e un branco di acciughe. Tutti riescono a viaggiare velocemente. L’età è una cosa indefinita, anzi più si è stati vecchi nella passata vita, più si ha da raccontare e proporre e più si è cercati dalle anime che magari han vissuto meno. Non esiste un Paradiso, né un Purgatorio, né un Inferno, è una sorta di limbo una seconda opportunità dove le anime pesano esattamente 21 grammi. Tutte le anime del mondo  possono conoscersi e scambiarsi le proprie esperienze, fino a diventare un tutt’uno. Ciò che è stato interrotto nella vecchia vita, si può ricominciare nell’aldiquà. Un amore, un sogno, un viaggio possono essere portati a termine grazie all’unione delle anime, a questo amplesso senza carne. E le acciughe? Che c’entrano le acciughe? Non si sa, ma ci sono e Achille  le sa disegnare esattamente come sono. Libro molto particolare, con qualche parte divertente, molto surreale. Sembra quasi il testamento dell’autore alla sua famiglia … che a domanda risponde: “Può darsi, tanto non sono mica superstizioso!”. Voto: 7,5

lunedì 29 maggio 2017

RECENSIONE – Volevo solo andare a letto presto di Chiara Moscardelli



Comprato per caso, soprattutto per lo strano titolo. Molte volte mio faccio attirare da un titolo strano. Letta la sinossi, mi sembrava anche carino ed alla fine sono stata contenta di averlo preso. Certo è un libro leggero, niente di trascendentale, ma ha avuto il merito di strapparmi più di qualche sorriso. Agata Trambusti (e già il nome dovrebbe darvi una traccia) è una donna di trentacinque anni. Lavora in una casa d’aste, è ipocondriaca e parecchio paurosa. Il tutto le viene da un’infanzia particolare, vissuta a Calcata con una madre single e un po’ hippy esperta di cristalloterapia. Quando le sue amichette giocavano con le Barbie e vestivano di rosa, lei indossava un sacco di iuta e aveva i poster con il simbolo della pace e una sfilza di vicini che facevano il bagno nudi nella piscina condominiale. La cosa che la fa più soffrire è che sua madre non ha mai rivelato chi sia suo padre e non perché non voglia, ma perché proprio non sa chi sia. Come sua madre è una donna promiscua, lei se ne vede ben donde. É diventata una maniaca dell’ordine. La sua casa sembra un obitorio, il suo abbigliamento la fa sembrare un’impiegata di Equitalia e la sua scrivania deve essere sistemata tutta in modo simmetrico. Per riuscire a sbloccare la sua vita, segue i consigli di uno strambo psicologo, in modo da mantenere la sua vita sotto controllo, senza nessuna emozione. Prima che  iniziasse la sua avventura. Mentre sta lavorando per la sua casa d’aste la sua vita viene stravolta dal mistero di un quadro scomparso. Ma non è solo il quadro a sparire, lo è anche chi ha commissionato il lavoro, e lei non è la sola a cercarlo. Si ritroverà infatti a scappare da qualcuno che sembra voglia ucciderla, ma che somiglia a Christian Bale! Il sosia di Bale non è altro che Fabrizio Calcaterra, professore di musica, non proprio uno stinco di santo, almeno in passato. I due si ritrovano ad indagare, legati a doppio filo: c’è il mistero dei quadri, per i quali entrambi finiscono di mettersi in pericolo, e c’è anche altro che lega i due in modo indissolubile. Ma non sono i soli a cercare il tesoro perduto. Bande di quartiere un po’ strambe, mafiosetti e strani uomini con gli occhiali da sole. Riuscirà Agata a lasciarsi andare e insieme a Fabrizio ed entrambi a risolvere il mistero dei quadri scomparsi? Come ho detto lettura leggera, per farsi quattro risate leggendo le avventure di Agata, dei suoi amici, dei suoi amori e delle sue ipocondrie. Lettura scorrevole e semplice, umorismo al punto giusto. La protagonista è buffa ed imperfetta e questo ce la fa piacere ancora di più. Per chi cerca un po’ di leggerezza e qualche sorriso. Voto: 6,5

giovedì 4 maggio 2017

RECENSIONE – Il palazzo d’inverno di Eva Stachniack



Russia, 1741. Elisabetta Pretovna, figlia minore di Pietro il Grande, prende il potere al posto del legittimo erede Ivan IV, facendo rinchiudere la madre e il figlio in un’eterna prigionia. D’altronde ha giurato che nel suo regno nessuno verrà giustiziato. Alla sua corte arriva Varvara Nikolaevna, figlia di un polacco, rilegatore di libri. Diventerà una protetta imperiale solo perché suo padre ha avuto il merito di riparare la Bibbia di Elisabetta quando lei era una bambina. Viene però relegata  al guardaroba imperiale, nel Palazzo d’Inverno, perdendo tutte le illusioni che aveva avuto per una vita migliore. Varvara è abbastanza carina da attirare le attenzioni dei soldati di stanza a palazzo, ma se non un giorno non si imbattesse nel conte Bestuzev, cancelliere di Russia, rimarrebbe sempre sotto le grinfie della capocameriera di corte, Madame Kluge. Persona sempre elegante il Cancelliere, è stato o è uno degli amanti di Elisabetta, scorge nella ragazza, fine osservatrice, un animo da spia. La prende sotto la sua ala protettrice e le insegna a trovare e ad aprire cassetti nascosti, staccare, senza lasciare segni, una ceralacca dalla lettere, riconoscere i libri cavi o i bauli con  sottofondi, trovare corridoi segreti. Oltre ad insegnarle il mestiere il conte, approfitta del suo potere, rendendola sua amante a solo 16 anni. Dopo svariati anni al servizio di Bestuzev, le viene affidato il compito di tenere d’occhio la principessa Sofia Anhalt-Zerbst, giovanissima tedesca, scelta da Elisabetta come promessa sposa del quindicenne Peter Ulrich ribattezzato Pietro Fedorovic, duca di Holstein, figlio di sua sorella, nominato principe ereditario. Sofia è molto graziosa, è delicata e nessuno sa che diventerà la futura imperatrice di Russia, Caterina la Grande. Varvara dapprima la spierà per conto della stessa imperatrice, ma rimarrà incantata dalla dolcezza di Sofia e penserà di aiutarla, visto che è in gioco la stessa vita di Sofia in un gioco, in cui tutti i giocatori barano. Vedrà Sofia soffrire molto, per i soprusi sia di Elisabetta che per quelli del marito Pietro. Avrà però l’aiuto inaspettato di Varvara nella scalata al potere che legherà le due donne da una profonda amicizia. Il romanzo racconta con gli occhi di Varvara, la crescita e l’ascesa di Caterina di Russia, prima come una timida e delicata principessa fino a divenire la grande imperatrice che ancora oggi in Russia viene venerata. É un romanzo elegante, le  parole si trasformano in immagini e sembra di trovarsi tra i corridoi del Palazzo d’Inverno, di Oraniembaum e di Carskoe Tselo, fino al nuovo palazzo di Peterhof.  La scrittura dell’autrice avvolge il lettore nella tela della trama tra intrighi di palazzo, tradimenti, amori  e guerre interne. Ci fa tornare indietro nel tempo descrivendo mirabilmente i luoghi dove la corte russa viveva, come a rappresentarci gli ingombranti vestiti dell’epoca, fino all’autorità che i sovrani avevano su tutte le persone. Storia e fantasia sono intessute alla perfezione dall’autrice, che ci regala due personaggi sontuosi, Varvara e Sofia, con uno stile fresco, intelligente, mai ridondante. Si può dire che questo romanzo può essere considerato molto “al femminile”, le protagoniste principali sono in effetti tre donne: Varvara, Sofia ed Elisabetta. E vedremo, nel corso della storia altre figure femminili che verranno tinteggiate dall’autrice, che nonostante il loro ruolo di co-protagoniste, avranno una luce propria. Tra amori clandestini, attentati sanguinari e splendide ricostruzioni storiche, Il Palazzo d’Inverno narra l’ascesa al potere di una delle imperatrici più moderne e amate di Russia: Caterina la Grande. E, illumina, insieme, una straordinaria amicizia femminile: quella tra l’imperatrice e una servetta di corte. Voto: 7,5

martedì 2 maggio 2017

RECENSIONE – Mia nonna saluta e chiede scusa di Fredrik Backman



La vita di Elsa non è semplice. Soprattutto quando hai quasi otto anni e sei considerata “diversa” dai tuoi compagni di scuola e “speciale” dai tuoi insegnanti. Praticamente etichettata come una pazza. Elsa sa di essere più intelligente dei suoi coetanei. É una bambina che fa della conoscenza la sua forza. Si appunta tutte le parole che non conosce e ha in Wikipedia il suo aiuto quotidiano. I suoi genitori sono divorziati da tempo e lei vive con sua mamma Ulrika e il suo nuovo compagno George. Suo papà invece vive in un’altra casa con Lisette. Elsa non riesce a capire ancora perché non possano vivere tutti insieme, visto che George piace a tutti e anche Lisette. Ma la persona che Elsa adora di più è sua nonna. Ex chirurgo, la nonna ha girato il mondo per aiutare gli altri. É un’anticonformista e ha sempre la polizia alle calcagna. Non gli piacciono molto le regole e la si vede spesso girare nuda per casa o fare la pipì con la porta del bagno aperta, cosa che fa uscire di testa sua madre. É una vecchietta sprezzante delle opinioni altrui che ha l’unico scopo di proteggere sua nipote. Per lei farebbe qualsiasi cosa e visto che la mamma di Elsa tra il lavoro come manager dell’ospedale cittadino e il nuovo bambino che sta arrivando, chiamato per ora Metà,  non ha molto tempo da dedicarle, la presenza della nonna è necessaria. Ma in ogni storia c’è un ma. Infatti la nonna non sta bene e non lo ha ancora confidato ad Elsa. Anche se lei lo sa da tempo perché ha origliato ciò che le dicevano i dottori. Pensavano non capisse, ma ha trovato la parola “tumore” su wikipedia e ha visto che è una cosa bruttissima. Ma Elsa non pensava che la nonna se ne andasse così presto, lasciandola sola, senza che nessuno si preoccupi più per lei. Non potranno più andare insieme a Miamas (che si pronuncia come pijamas), nel Paese-da-Quasi-Svegli, con i suoi fantastici abitanti e le loro storie. Storie che la nonna le raccontava spesso e delle volte ripetendole e aggiungendo solo dei piccoli , nuovi particolari. La nonna le lascia però un compito. Una specie di caccia al tesoro molto poco ordinaria. In una lettera le spiega che dovrà consegnare una busta al “Mostro” che abita nel suo stesso palazzo e dirgli che: “La nonna ti saluta e ti chiede scusa”. Ma scusa per cosa? Da queste parole e dalle altre lettere che mano a mano usciranno fuori, si verrà a conoscenza di tutti i personaggi che frequentano il condominio di Elsa e di sua nonna. Tra cui il Mostro, che non è sempre stato un uomo barbuto e spaventoso, con una terribile cicatrice che gli deturpa la faccia; o la donna con la gonna nera che non è la donna di successo che sembrerebbe, o il bambino con la sindrome e la sua mamma, Alf il taxista sempre arrabbiato, Maud e Lennart due vecchietti sempre accomodanti, e Kent sempre al telefono con Francoforte con sua mogliee Brit-Marie, che sembra la megera del condominio, ma nasconde solo la paura di lasciarsi andare. Attraverso gli occhi di Elsa, l’autore conduce il lettore nelle “fondamenta” del condominio, fatto di persone che sembrerebbero estranee tra loro, ma che in un modo o in un altro sono collegate, soprattutto alla nonna, e che hanno bisogno di ricordare il passato per vivere un nuovo futuro. Elsa con la sua franchezza e la sua innocenza, ereditate dalla nonna, riuscirà ad aiutare tutti ricreando il mondo di Miamas nel mondo reale, con i personaggi reali che la circondano e che riusciranno a far capire anche ai suoi genitori, che lei ha ancora bisogno di loro, del loro amore e del loro sostegno. I bambini, in fondo, hanno bisogno di eroi. “Avere una nonna è come avere un esercito. É il privilegio più grande di una nipote: sapere di avere una persona al proprio fianco, sempre e comunque. Perfino quando si ha torto. Soprattutto in quel caso, in realtà. Una nonna è una spada e uno scudo, è un tipo di amore tutto speciale.” Voto: 8

martedì 18 aprile 2017

RECENSIONE – La saga dei Cazalet. Gli anni della leggerezza vol. 01 di Elizabeth Jane Howard



Elizabeth Jane Howard viene scoperta in Italia postuma. La Fazi Editore si è assicurata la pubblicazione dei suoi romanzi tra cui la Saga dei Cazalet, che abbiamo letto nel suo primo capitolo, Gli anni della leggerezza, dove la Howard ci racconta l’intreccio tra le vite di una famiglia della borghesia in un paese alla vigilia della II Guerra Mondiale. Con uno stile raffinato e ironico la scrittrice ci “raffigura” i rituali della borghesia inglese del secondo dopoguerra, ancorati ai vecchi privilegi nobiliari dell’epoca vittoriana. Ci racconta le dinamiche  di coppia tra le varie famiglie che compongono la Dinastia dei Cazalet, importatori ed esportatori di legnami pregiati. Siamo nell’estate del 1937. Iniziano a sentirsi i primi venti di una nuova guerra, che si paventa addirittura più cruenta della precedente. I Cazalet sono riuniti per le vacanze nella casa di campagna. Il Generale e la Duchessa, come vengono chiamati i capostipiti della famiglia, William Cazalet e Kitty Barlow, sono l’incarnazione della passata epoca e della morale vittoriana. Hanno tre figli maschi e una figlia femmina. Hugh è il primo, tornato dalla Grande Guerra senza una mano e con delle schegge nella testa, soffre di tremende emicranie ed ha paura di una nuova guerra. É un padre integerrimo ed ha un bellissimo rapporto con sua figlia Polly ed ama molto sua moglie Sybil. Edward è il più bello dei maschi Cazalet. É il secondogenito, ma è quello più popolare. É stato anche lui in guerra, ma è ritornato, a differenza di suo fratello, fortificato, intatto e con qualche onorificenza da mostrare. É spostato con Viola, detta Villy, ma non ne è innamorato, infatti la tradisce spesso. Lascia a lei tutte le incombenze riguardanti i figli. Hugh ed Edward lavorano entrambi nell’impresa familiare. Poi c’è Rupert, il sognatore della famiglia, fa l’insegnante, ma vorrebbe dipingere. É stato sposato con Isobel, morta nel mettere al mondo suo figlio Neville. Si è risposato con l’attraente, giovanissima e frivola Zoe, ex attrice e ballerina. Hugh oltre a Neville ha un’altra figlia Clary, la sua maggiore, molto sensibile e che non ama per niente la sua matrigna. Zoe, tra l’altro, non ha nessunissima voglia di occuparsi dei due figliastri e lascia tutto nelle mani della loro tata. E poi c’è Rachel, l’unica donna Cazalet. Ha rinunciato a tutto pur di seguire in tutto e per tutto i suoi genitori. Ha rinunciato anche all’amore di Sid, nonostante sia riamata da lei. E poi ci sono i nipoti: Polly, Simon e William figli di Hugh e Sybil; Louise, Teddy e Lydia figli di Edward e Villy; Clary e Neville figli di Hugh e della compianta Isobel, tutti con i loro giochi, i loro sogni, con la minaccia imminente dello scoppio della Seconda guerra Mondiale. Questo romanzo è proprio leggero come il suo titolo “Gli anni della leggerezza” e forse l’autrice ha voluto, con la sua scrittura scorrevole, quasi poetica, farci percepire quella leggerezza che da il  titolo al romanzo. Questo capitolo è una sorta di “attesa” per ciò che verrà, è solo l’inizio della saga una sorta di preparazione, ma bello, ugualmente bello. Consigliato. Voto: 8

martedì 11 aprile 2017

RECENSIONE – Yeruldelgger. Morte nella steppa di Ian Manook



La Mongolia con il suo paesaggio ancestrale sospesa tra le tradizioni dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della sua Capitale, fa da sfondo alla storia del commissario Yeruldelgger in questo primo libro della trilogia di Ian Manook, pseudonimo del giornalista francese Partick Manoukian. Il luogo è duro e inospitale, i visi delle persone sono corrosi e cotti da un vento secco che penetra nelle ossa, il paesaggio si perde in un orizzonte senza fine. In una mattinata così, Yeruldelgger si muove svogliato verso un paesino a pochi chilometri dalla capitale Ulan Bator. É apparso dal terreno un pedale di una bicicletta, mentre una famiglia nomade stava scavando il terreno. Sotto il pedale c’è una mano, piccola. É di una bimba sepolta da parecchio tempo con il suo triciclo. Un’altra grana da pelare per Yeruldelgger, oltre all’omicidio di tre cinesi avvenuto quella stessa notte nella capitale in una fabbrica in periferia; sembrerebbe, per come sono stati ritrovati i cadaveri, che siano stati sottoposti ad un macabro rito sessuale. Ma il commissario non sa che il peggio deve ancora arrivare. Sulla sua strada troverà politici e potenti locali, magnati stranieri alla ricerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti, per contrastare i quali, non dovrà utilizzare le moderne tecniche di investigazione, quanto riappropriarsi della saggezza dei monaci guerrieri discendenti di Gengis Khan. Yeruldelgger avrà il compito di unire la modernità e la cultura tradizionale se vorrà venire a capo dei delitti, ma anche per se stesso, messo in pericolo dalle sue indagini. Un thriller a tinte forti in un’ambientazione insolita, dove pagina dopo pagina l’autore ci tiene desti con scene ad alta tensione. L’intrigo poliziesco rivela anche la complessità delle questioni geopolitiche, per i  rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina, con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l’industria tecnologica. L’autore descrive con stile essenziale, asciutto i vari personaggi, tanto che di Yeruldelgger sappiamo solo come sono fatte le sue mani. É un romanzo questo tutto da gustare, per scoprire un’ambientazione unica e coinvolgente, per seguire gli avvenimenti ad alta tensione inframmezzati da momenti in cui la poeticità dei sentimenti prende il sopravvento, e anche momenti di velato umorismo. Non lasciatevi sviare dalla collera del commissario. Quella collera si trasformerà in forza di volontà, un modo di spogliarsi dei propri incubi e di tornare se stesso. In conclusione ci colpisce l’inusuale ambientazione, originale e affascinante. Una trama ben scritta, complessa e ricca di emozioni, narrata con una prosa densa e coinvolgente. E soprattutto un grande protagonista che non può che conquistare. Voto: 8