lunedì 21 maggio 2018

RECENSIONE – Potete perdonarla? di Anthony Trollope



Anthony Trollope è stato uno di quegli scrittori ad avere la sfiga atavica di nascere in un periodo dove di scrittori, anche molto buoni, ve n’erano a bizzeffe. Lui si è trovato di fronte a scrittori come Dickens e Thackeray, e non dico altro. Ma Trollope è stato uno scrittore validissimo, di razza pura. Ha senso dell’umorismo, descrive molto bene le scene del romanzo, i suoi dialoghi risultano vivi e i suoi romanzi hanno anche tensione e suspense. Potete perdonarla? (primo volume del ciclo Pellisser), é la domanda che viene posta spesso al lettore dal narratore. Voce gentile che ci accompagna con i suoi commenti a volte neutri, a volte di parte, a volte ironici, ma sempre garbati, lungo tutto l’arco della narrazione. La domanda che è nel titolo “Potete perdonarla?” si riferisce alla protagonista della storia, Alice Vavassor, una signorina non ricca, ma imparentata con le migliori famiglie britanniche. Ha un’età al limite dello zitellaggio, è molto bella, ma ha un desiderio di indipendenza per l’epoca veniva visto come una discesa all’inferno, quello di poter decidere per conto proprio della sua vita. Lo può fare, perché è in possesso di una propria rendita che però attira corteggiatori come insetti. La troviamo, all’inizio del romanzo, fidanzata con John Grey, che non è altro che un gioco di parole per farci capire il carattere dell’uomo: pacato, saggio, prevedibile, senza grandi entusiasmi. John Grey vive in un posto considerato bruttissimo nel Cambridgeshire, Nethercoats, dove lui si trova benissimo. Ma Alice? Alice veniva già da un fidanzamento, con suo cugino George Vavasor, rotto per l’opposta situazione caratteriale del Sig. Grey; suo cugino è un farabutto, un imbroglione, un mangiasoldi, e tutto quello che ci può essere di male in un “gentiluomo” inglese. Tra la disapprovazione di tutti e complice un viaggio insieme al cugino e alla cugina in Svizzera, Alice romperà il fidanzamento con John Grey, pentendosene quasi immediatamente, per poi fidanzarsi di nuovo col cugino scellerato che mira solo al suo denaro, soprattutto ci mira nell’immediatezza, visto che gli serve per comprarsi un seggio in parlamento.
É un tomo di 1000 pagine che segue non solo le vicende di Alice, di George e di John, ma di una numerosa quantità di personaggi propri del romanzo vittoriano. Non mancano quindi la giovane Lady Glencora che molta parte avrà in questa storia, come la cugina Kate, sorella di George, come la vedova Greenhow. Tutte donne dal carattere forte e indipendente per quell’epoca. Donne che non sono contente, e ammettono anche di fronte ai propri mariti, di essersi sposate perché costrette. Sembrerebbe essere il matrimonio il tema principale del libro, ma non è così, tutto dipende dal reddito, il vero protagonista di questa storia è il denaro, che uno ha e che uno non ha. Per un gentiluomo e una gentildonna non era previsto lavorare, anche se il loro reddito era bassissimo, per questo molte di queste persone si sposavano solo per denaro. Per questo George corteggia Alice e per questo il ricco possidente Cheesacre tenterà di sposare la vedova Greenow. Trollope tesse una bella storia d’amore, ma comincia ad introdurci anche nei giochi politici dell’epoca. La sua caratterizzazione dei personaggi è straordinaria. Crescono mano a mano che la storia avanza. Li riempie di delicatezza e simpatia, di bruttezza e violenza, di dissoluzione e disillusione. Le donne soprattutto anticipano i cambiamenti che avverranno in seguito, nel tempo, reclamando quella sorta di indipendenza dal mondo maschile e dal matrimonio. Voto: 8

lunedì 7 maggio 2018

RECENSIONE - I Beati Paoli di Luigi Natoli


Questo romanzo viene pubblicato a cavallo tra il 1909 e il 1910. Sfondo del racconto è la bellissima Sicilia del diciottesimo secolo tra regni spagnoli e sabaudi, dove la nobiltà la faceva da padrone e il popolino era ignorante e schiavo. Ma come in tutte le storie che si rispettino, c’è sempre qualche persona “illuminata”, che nonostante il suo ceto elevato, considera ingiustizie tutte le cattiverie e i soprusi che il popolo vessato deve subire in silenzio, pena il carcere o la morte. C’è qualcuno che lavora nell’ombra e rende giustizia. Persone che non si conoscono tra di loro, perché agiscono sempre a volto coperto. Istituiscono processi, condannano ed eseguono sentenze, secondo la loro giustizia, quella dei Beati Paoli. La storia si apre nel gennaio del 1698, durante i festeggiamenti per la fine della guerra tra Spagna e Francia. Don Raimondo Albamonte, secondogenito di nobile stirpe, destinato all’avvocatura di Stato, non ha mai amato il Duca Emanuele, suo fratello, nonostante questi non gli abbia mai precluso nulla. Viene a sapere che suo fratello è morto in un’ultima battaglia, ma il suo disappunto è grande. Non è lui  che erediterà il titolo e i possedimenti degli Albamonte. Sua cognata Aloisia è incinta e a meno che non sia una femmina, il titolo andrà ad un lattante a cui dovrà baciare la mano. Appena sua cognata partorisce, un maschio che verrà chiamato come il padre Emanuele, Don Raimondo, con tutti mezzi illeciti, cercherà di uccidere la donna e il figlio, per arrogare a se il potere e tutto quello che ne deriverà in termine di soldi e possedimenti. Ritroviamo, nella seconda parte del libro, Don Raimondo ormai divenuto da tempo Duca della Motta, impegnato in altri festeggiamenti, quelli per l’incoronazione di Vittorio Amedeo di Savoia come Re di Sicilia. Impegnato a cercare di entrare nelle grazie del nuovo re, ma anche spaventato da oscure minacce che gli vengono recapitate nel suo ufficio o addirittura nel suo palazzo. Qualcuno conosce il suo segreto, le sue malefatte, la sua usurpazione del titolo. Entrano a questo punto in scena i personaggi che definire comprimari è difficile, per quanta parte hanno nella storia, alcuni dei quali sono realmente esistiti. Donna Gabriella, moglie del Duca della Motta è una bellissima donna e nonostante sia sposata ad un nobile importante è contornata da un “codazzo” di uomini che vorrebbero entrare nelle sue grazie, ma che lei, nonostante faccia un po’ la civetta, non ha mai considerato, anche se il suo è sicuramente solo un matrimonio di facciata. Il Duca, suo marito, è molto più vecchio di lei, è già stato sposato e ha una figlia adolescente. Dal nulla o quasi, spunta un ragazzo molto bello, Blasco da Castiglione, che in un modo un po’ somigliante a D’Artagnan entra in contatto con la nobiltà di Palermo e con la stessa contessa. Un frate sa che Blasco nasconde una parentela eccelsa e lo presenterà a quello che dovrebbe essere suo zio, il Duca Raimondo della Motta. Che Donna Gabriella noti la differenza di beltà tra Blasco e suo marito non c’è nemmeno da dirlo, ma che Blasco non approfitti della situazione, in quanto animo candidissimo, nemmeno la duchessa lo avrebbe previsto. Don Raimondo, non è uno stupido, e ha notato la forte somiglianza di Blasco con suo fratello Emanuele, e pensa di tenerlo legato a se in qualche modo. Ma Blasco, preferirà andare via dalla casa per non compromettere Donna Gabriella, e si trasferirà da un nobile che si è rivelato un vero amico, il nobile signore Coriolano della Floresta. Una sorte diversa avrà un altro personaggio, Emanuele, nipote di don Girolamo Ammirata, di cui sapremo subito essere il figlio scomparso e non morto di Donna Aloisia e Don Emanuele, quindi il vero erede del ducato della Motta. Peripezie, avventure, duelli e tribunali segreti, condanne, sentenze e uomini incappucciati. Travestimenti, tradimenti e giuramenti di sangue. Un po’ tra Il conte di Montecristo, I tre moschettieri e Robin Hood, cui sicuramente il Natoli ha dato più di un’occhiata e da cui ha attinto più di qualcosa.
“- Signore, - esclamò, - non avete forse alcun interesse per la vostra gola? Volete giocarla? Sono a vostra disposizione …
-       Voi dovete una spiegazione anche a me …
-       Non ve la negherò. Quando vorrete … - rispose Blasco.
-       Oggi alle quattro …
-       Vi domando perdono; alle quattro sono impegnato con un altro cavaliere della guardia reale sulla spianata dei Cappuccini. Vi prego di favorire là per le quattro e mezzo.
Se ne andò, lasciando i due nuovi avversari che si guardavano sorpresi, e pensando:
-       Adesso ne ho tre sulle braccia: andiamo a cercare questo testimonio benedetto.”
Molto belle le descrizioni della Palermo seicentesca di cui tutt’ora si possono ammirare tutti i palazzi che vengono nominati nella storia. Bello l’intreccio storico ai personaggi fittizi, ma di qui a dire che questo romanzo sia il vademecum della mafia odierna ce ne passa. Voto: 7

mercoledì 18 aprile 2018

RECENSIONE – Girl in snow di Danya Kukafka



Questo è il romanzo d’esordio di questa autrice Danya Kukafka. All’estero hanno molto parlato di questo romanzo, soprattutto per cercare in inserirlo in una categoria ben precisa. É un thriller, ma non lo è, è soprattutto, secondo me, un romanzo psicologico. I fatti si svolgono a Broomsville, una piccola cittadina americana in Colorado, sormontata da grosse ed eterne montagne innevate. Dove d’inverno fa veramente freddo e d’estate si trasforma in un deserto caldissimo. L’uccisione della ragazzina della porta accanto, Lucinda Haley, bellissima, biondissima, perfetta in ogni suo modo di fare, sconvolge la piccola comunità, che come sempre succede, nasconde sotto la sua patina moralista, più di qualche scomodo segreto. Le indagini portano subito a diverse ipotesi su chi possa essere l’efferato assassino: l’ex ragazzo della vittima, il ragazzo strano suo vicino, il guardiano notturno che ne ha trovato il corpo. I narratori della storia sono tre, che alternano le loro voci e le loro impressioni su quello che saranno le indagini della polizia per scoprire il l’omicida della  ragazzina. Cameron è un ragazzino di quindici anni, compagno di scuola di Lucinda. Ne è ossessionato. Cameron non è propriamente normale, lo capiamo subito dalla descrizione che l’autrice ne fa. É in costante lotta con sé stesso, “Aggrovigliato” o “Sbrogliato”. Bravissimo disegnatore, che disegna solo ciò che vede e fino a quel momento, quello che lui vedeva era solo Lucinda. É stato spesso visto a fissare la sua casa immobile come una statua. Ha un’eredità poco edificante, suo padre, un poliziotto è stato processato per omicidio, dopo la sua assoluzione, ha abbandonato moglie e figlio. Il ragazzo ne sente la mancanza, nonostante sappia che il genitore non è proprio una persona per bene. L’altro protagonista, è Jade. Ragazza difficile, soprattutto per ammortizzare le violente crisi della madre e l’indifferenza paterna. Jade ci narra sé stessa, o quello che vorrebbe essere, attraverso delle sceneggiature immaginarie, dove scrive quello che vorrebbe veramente dire o fare, ma non può farlo senza risultare una stronza. É l’unica a raccontarci che della morte di Lucinda non le interessa, perché in fondo lei era una rivale e ne era gelosa, tanto da aver tentato una stregoneria per farla sparire.  Infine c’è Russ, l’unico adulto. É un poliziotto, è stato amico fraterno di Lee, il padre di Cameron, oltre ad essere il cognato della guardia notturna che ha trovato il corpo. É un uomo con tantissimi problemi e limiti caratteriali che a poco a poco, ci verranno svelati da lui stesso nel corso della storia. L’omicidio di Lucinda, quindi, è utilizzato dall’autrice come mero espediente per raccontare una storia diversa, più grande, quella dell’emotività umana. Come apertura del romanzo l’autrice ci invita ad osservare il corpo della ragazzina morta. Può sembrare violento e inquietante, ma è il mezzo utilizzato per sovvertire i preconcetti, destabilizzare i pregiudizi verso le malattie mentali, l’immigrazione, la percezione della sessualità e l’applicazione della legge. Anche se le storie sembrano slegate, è la loro congiuntura a dare al lettore i particolari per risolvere il delitto, a suggerire come stanno veramente le cose, inserendosi nella mente di Cameron e nei suoi traumi, vagando nei tarli della mente di Russ e nella vita complicata di Jade. Nonostante tutto, non mi ha convinta fino in fondo. Ben scritto, con una lirica fluida e scorrevole, mi ha lasciata però con un senso di incompiuto. Quella sensazione di: “Voleva dire, voleva fare, ma non ha detto né fatto”. Non c’è mai stato un vero climax coinvolgente da dare il “là” finale alla storia. Voto: 6,5

mercoledì 11 aprile 2018

RECENSIONE – 4321 di Paul Auster



Ammetto di aver avuto un po’ di difficoltà a leggere questo libro. Solo  a metà sono riuscita a capire il 4321 del titolo ed i puristi mi perdonino di questo. Il libro è una fonte continua di magie. É una scatola piena di balocchi con cui il lettore si può dilettare. É una storia, sono quattro storie. É un protagonista, Archibal Isaac Ferguson, anzi no, i Ferguson sono quattro. Forse Auster riteneva semplicistico raccontare solo la storia di un Ferguson e ne ha create 4 in uno “sliding-door” continuo. All’inizio, sbagliando, forse, ho seguito lo scorrere delle storie, poi però mi sentivo alquanto confusa e ho iniziato da capo, rileggendo le storie una per volta. Sono ripartita dal capitolo 1.1 proseguendo col 2.1, 3.1 ecc., portando così a termine una storia per volta. Non so se ho barato, ma ho preferito così, trasformando un unico libro in 4 libri a sé stanti, magari perdendo qualcosa. Probabilmente, prima o poi lo rileggerò adottando il sistema “logico” dell’autore. Certo le caratteristiche principali del protagonista, Ferguson, rimangono quasi inalterate in tutte e quattro le storie. É sempre un divoratore di libri, un ascoltatore di musica appassionato, un amante della scrittura e del cinema. Però saranno le opportunità o le azioni a cambiare gli eventi e i fatti narrati. Il motivo per cui ho cambiato modo di leggere è stato il continuo tornare avanti e indietro delle storie; lasciare un Ferguson tredicenne a fine capitolo e ritrovarlo in quello dopo di nuovo a 5/6 anni con situazioni diverse, co-protagonisti uguali, ma diversi, con diversi modi di vivere, nuovi personaggi, amici che diventano fratellastri o cugini, cambi di case ed indirizzi, addirittura la stessa partita di baseball che finisce in maniera diversa. Questa cosa mi ha mandata fuori giri tanto da “costringermi” a tornare indietro e a ricominciare tutto daccapo. Anche se, come ho detto, le storie sono 4, ci sono molti dei personaggi che rimangono sempre nella vita di Ferguson anche se assumeranno posizioni diverse, come Amy, di cui Ferguson, nonostante le diverse storie e le diverse Amy, finirà sempre con l’innamorarsene. Però 4321 non è solo Ferguson, ma anche quello che gli fa da sottofondo, cioè il periodo storico della sua vita. Auster attraverso di lui ci racconta il dopoguerra, passando poi per tutti gli anni sessanta con le lotte per i diritti civili, la guerra del Vietnam, la corsa del programma spaziale, la morte di Kennedy e Martin Luther King, le violenze di quel periodo, il maccartismo, la guerra fredda, fino ad arrivare alla fine degli anni settanta. Ma non solo la storia, anche la musica, la letteratura, i film di cui il libro è pieno di riferimenti. Un mescolarsi continuo di eventi, di vita, di morte di gioia e sofferenza, di paure che l’autore ci racconta attraverso gli occhi di Ferguson. E poi New York. Sempre presente. Descritta abilmente in ogni sua sfaccettatura , tanto da recepire gli odori delle strade sporche, o l’immaginarsi di vedere la povera gente agli angoli delle strade, o ad un tavolo di un ristorante. La violenza, pura e cruda, ma anche la bellezza, che suscitano dalle parole di Auster. Voto: 8

lunedì 26 marzo 2018

RECENSIONE – Una vita come tante di Hanya Yanagihara



Questo romanzo è, forse, uno dei libri più belli che ho letto negli ultimi 5 anni e di libri ne ho letti parecchi. Prima di leggerlo avevo sentito e letto pareri molto discordanti. Chi lo aveva trovato bellissimo, un capolavoro della letteratura moderna, molto pochi e chi, tanti, lo avevano tacciato di essere noioso, lungo e addirittura una “furbata” commerciale. Io, da parte mia, l’ho trovato struggente, dolce, malinconico, entusiasmante e crudele, tanto crudele, ma bellissimo. Molti lo considereranno un romanzo sull’amicizia, ma non è solo questo, è molto di più. É anche una storia sull’accettazione di sé, sulla psiche umana, sui maltrattamenti, sull’autolesionismo, i sensi di colpa e la vergogna,  e sul dolore fisico e dell’anima.  Il romanzo ha per protagonista Jude St. Francis e gran parte della sua vita. Lo conosciamo intorno ai vent’anni, età in cui si apre il romanzo, mentre vive e studia all’Università di Boston insieme a tre inseparabili amici: Willem Ragnarsson, aspirante attore, Malcolm Irvine aspirante architetto e JB Marion aspirante pittore. Ancora al di là dall’affermarsi professionalmente, sempre a contare gli spicci per andare avanti a parte Malcolm ricco di famiglia, ma forti della loro amicizia. Ma Jude ha una storia che nasconde a tutti anche ai suoi amici, nonostante gli voglia bene. Una storia di traumi indelebili di un’infanzia violata, un corpo malato di cui deve tener conto e la sua incapacità di instaurare un rapporto di fiducia con gli altri e di accettare e prendere per veri i pochi momenti di felicità che la vita gli riserva. La storia è raccontata a capitoli alternati dai vari protagonisti di cui ascolteremo tutte le voci, le impressioni, le emozioni, ma saranno incentrati tutti sul rapporto che hanno con Jude, che è uno dei personaggi più belli che ho incontrato nei libri di letteratura contemporanea. É un uomo lacerato sia nel fisico che nella psiche, ha un dolore incurabile di cui si prende tutte le colpe,  ma nonostante questo risulta essere un personaggio bellissimo ed è difficile non rimanerne conquistati, anche se delle volte ho sopportato a fatica il suo autolesionismo. Forse il titolo in italiano non rende molto ed è distante dalla trama del libro, il titolo originale tradotto, “Una piccola vita” avrebbe forse reso meglio il senso della storia. Anche se la scrittrice è una donna, la storia è tutta al maschile, le donne restano sullo sfondo, molto sfumate. Uomini che risultano essere vittime e carnefici, capaci delle peggiori bassezze e crudeltà, ma anche della più umana gentilezza. La Yanagihara fa una profonda esplorazione dell’universo maschile: le paure, la vergogna di esporsi soprattutto per rispettare i canoni imposti dalla società. Una vita come tante affronta, insieme ai suoi protagonisti, tutte le sfumature della psiche umana: gli abusi subiti in età infantile, il trauma che accompagna l’età adulta, i sensi di colpa, la vergogna, l’autolesionismo, fino al desiderio di morire. L’autrice riesce a raccontare tutto con estrema delicatezza e sensibilità. É un bel tomo di millecento pagine che mi hanno conquistata. Un libro che ha vita propria e che da vere sensazioni di claustrofobia, gioia, affetto, sofferenza, nausea e libertà. Bellissima la caratterizzazione di quelli che sono i co-protagonisti, Willem, Malcolm e JB. Non dimenticando Harold, Julie, Andy e Richard, più sfumati, ma con una parte fondamentale nella storia. “Essere amico di Jude significava spesso non porsi le domande che ci si sarebbe dovuti porre, per paura delle risposte”. Consigliatissimo. Voto: 10

giovedì 15 marzo 2018

RECENSIONE – Orient di Christopher Bollen



Bollen è un romanziere americano che si è voluto cimentare per la prima volta in un giallo. Ha voluto provare, vista la sua dichiarazione di essere un discepolo di Agatha Christie. Il prologo che Bollen scrive per presentare il romanzo ai lettori è una sorta di esca per convincere a proseguirne la lettura. Come dicevo è un giallo, ma forse è più un thriller psicologico, diciamo che sta nel mezzo. Siamo ad Orient, un piccolo villaggio nei pressi di Long Island. É un paradiso tranquillo, o almeno sembra, e i suoi abitanti ne sono molto orgogliosi. In quel luogo i residenti sentono di appartenere, e tutto ciò che viene da fuori é considerato un intruso e pericoloso: possa essere un turista o un ragazzino di diciannove anni. Infatti Mills, protagonista del romanzo, arrivato lì insieme a Paul, vecchio proprietario di una casa di famiglia, viene considerato un intruso, e soprattutto pericoloso, visti i suoi non proprio chiari trascorsi. Soprattutto i vicini di Paul, i Muldoon sono quelli più attivi nel voler contenere l’arrivo del numero di persone esterne a Orient. Li conosceremo piano, piano gli abitanti di Orient. Pagina dopo pagina, verremmo a sapere i loro oscuri segreti, la loro grettezza, tutto quello che si può nascondere sotto un tappeto, facendo finta di nulla. Finché non accade l’ineluttabile: due omicidi. Omicidi che riguardano due vecchi abitanti di Orient, il tuttofare e l’apicoltrice. E non è da qui che il romanzo ha la vera scossa, perché per ben 333 pagine riusciamo con fatica a seguire la trama, che di giallo non ha nulla, nonostante il doppio omicidio. Dalla pagina 334, dopo un accadimento particolare, si inizia la corsa fino ad arrivare alla fine. Il tranquillo paesino, dove tutti pensavano di conoscere tutti, viene scosso fino alle fondamenta da questi corpi senza vita. E insieme ai dubbi emergono gli scheletri nell’armadio di più di qualche persona, e la falsa facciata di tranquillità viene travolta e lacerata dagli eventi. Gli abitanti però fanno fronte comune e il principale sospettato è “quello che viene da fuori”, quindi il ragazzino strano ospitato da Paul. Mills è costretto ad indagare parallelamente all’indagine di polizia. Anche lui ha i suoi segreti e non vuole certamente rivelarli a nessuno, ma non ha ucciso lui quelle persone. Lo aiuta Beth Fielding, artista fallita, tornata ad Orient con il marito Gavril, anche lui artista, ma molto famoso, che fa parte di quella branchia di persone che i residenti di Orient odiano. Come ho già detto Bollen ha avuto solo il demerito delle prime noiose 333 pagine, che non sono scritte male, anzi … ma fondamentalmente se si parla di thriller e gialli, si pensa che il libro debba correre, e correre sempre. Invece l’inizio è lentissimo, quasi che quello che Bollen ci stia raccontando, faccia parte di un’altra storia a sé stante. Però la seconda parte, la parte del thriller del giallo è ben congegnata, scritta benissimo. Bella la psicologia dei personaggi che viene svelata senza fretta, concedendo ad ogni pagina, piccoli indizi che vanno piano piano a formare un’unicum. Orient è un buon giallo, non superlativo e Bollen deve farne di gavetta per raggiungere le vette della sua adorata Agatha. Voto: 6,5

sabato 3 febbraio 2018

RECENSIONE – Canto della pianura di Kent Haruf




Canto della pianura di Haruf è probabilmente una delle cose più intense, liriche e reali che ho letto ultimamente. Lo è anche tra i molti romanzi contemporanei che affollano gli scaffali delle librerie. Seguendo il consiglio di chi lo aveva letto prima di me ho letto questo come primo libro, ne seguiranno altri due, Crepuscolo e Benedizione, che, secondo alcuni possono anche essere letti a sé. Però io, dopo il primo, non mi farò scappare il seguito della trilogia di Holt. Holt per l’appunto. Questo immaginario paesino americano dove si respirano anni 50/60, dove vivono, alle volte con difficoltà persone normali. E forse è questa la forza di questo libro, raccontare uno spaccato di vita normale, di quella di tutti  i giorni. Il romanzo è scritto a voci alterne di una manciata di personaggi. Un microcosmo di uomini e donne, con i loro drammi, i sogni e le speranze – semplici e misurate – con le passioni e le solitudini quotidiane. Haruf non eccede mai e nel rappresentare questo spaccato di vita, sceglie il dettaglio, lasciando al lettore lo sforzo di immaginare ciò che resta sotto la superficie, interpretare i silenzi e le paure.  Facciamo perciò la conoscenza di Ike e Bobby, hanno dieci e nove anni, sono i figli del professor Tom Guthrie, ma non per questo non si debbono in qualche modo guadagnare da vivere. Li troviamo che prima  della scuola, fanno il loro giro in bicicletta per il paese a consegnare i giornali. Sono una forza, sono speciali. Sono legati da una vera fratellanza, da una complicità incredibile, forse perché devono alleviare l’assenza della loro madre, che è una persona instabile e chiusa in se stessa, che passa le sue giornate chiusa in una stanza buia. Il loro padre Tom, è una persona per bene ed un professore che tende ad educare e pretendere che ognuno faccia il proprio dovere, non accetta compromessi. Anche per se stesso. Sa che una parte della colpa del fallimento del suo matrimonio è sua, ma lui è intenzionato ad andare avanti a non fermarsi. Canto della pianura è un inno alla vita. E’ carico di speranza e fiducia nelle possibilità di riscatto. E’ il racconto di chi è capace di accogliere, ma anche di escludere con la stessa intensità. E’ un luogo fuori dal tempo della provincia americana, bellissima e crudele, che per qualcuno significa casa ed affetti, e per altri è soffocomento e solitudine. E’ la storia di rapporti familiari, laddove la famiglia non è determinata dai legami di sangue. E’ la vita che inizia: delle nuove strade da prendere, dei nuovi rapporti e dei cambiamenti necessari. Come la storia di Victoria, sedici anni, ripudiata da sua madre perché incinta, senza un posto dove andare a stare, viene accolta da due vecchi fratelli, nella più improbabile delle situazioni, e vi trova casa e famiglia. Il rapporto tra Victoria e i Fratelli McPheron non è privo di difficoltà; all’inizio i due non sanno come comportarsi, sono solitari e taciturni, come sono sempre stati, ma lentamente si conoscono, mettendo in discussione tutto quello che è stata la loro vita fino ad allora. Nel legame che si crea tra loro c’è quasi tutto il romanzo. Non vorresti separarti mai da quei due vecchi fratelli. Due vite intrecciate da sempre, scandite dal duro lavoro, da ritmi e abitudini da tempo consolidate, in quella vecchia casa solitaria. Ogni giorno più o meno uguale a quello precedente, finché non arriva Victoria a sconvolgere ogni cosa e a darle un senso. L’atttenzione per i dettagli e per come vengono messi in parola diventano quasi poesia come per la descrizione del sole dorato che illumina la polvere sollevata da un furgone in movimento o diventa cruda e diretta quando rappresenta la cernita delle mucche gravide, il parto difficile della mucca o l’abbattimento e l’autopsia del cavallo, tutte scene descritte con dovizia di particolari, con brutalità, ma dove si riesce a cogliere bellezza e vita. Non aspettatevi colpi di scena ad ogni pagina, non ne troverete, o stravaganze o epici drammi. No, la grandezza di questo libro sta tutta nel potere della parola e di come vengono raccontate vite comuni, rese straordinarie dalla letteratura. Nella fittizia comunità di Holt, lo scrittore crea la vita e la carica di bellezza, anche quando è tragica e disperata. Celebra i sentimenti dell’uomo comune, le esistenze ordinarie; i giorni che passano lenti scanditi dal lavoro, dal passaggio delle stagioni, da felicità misurate. Nonostante tutto c’è speranza, fiducia nell’uomo e nei suoi istinti. Voto: 9