martedì 30 maggio 2017

RECENSIONE – La bambina di neve di Eowyn Ivey



Alaska, 1920. Qui in questa terra aspra e al tempo stesso ricca, si sono rifugiati Mabel e Jack. Rifugiati è la parola giusta, perché sono proprio fuggiti dalla loro casa e dai loro cari. Soprattutto Mabel aveva voluto cambiare vita e ambiente dopo aver perduto quella che pensasse fosse la sua bambina durante il parto. Sembrava la guardassero tutti con una certa ostilità, come se non fosse stata capace a far nulla, e fuggire da loro era stata la sua unica possibilità. Ormai lei e Jack si avviano verso una vecchiaia dura e senza figli. A Mabel sembra una cosa innaturale, ma le cose tra di loro sono piatte e la loro vita incompleta. Jack ritorna a casa stanchissimo e lei non sa mai come comportarsi. La vita è dura e tirare fuori da quella terra  brulla è difficile, e l’inverno è vicino. In una serata magica, con la neve che cade, si scoprono a giocare come bambini, come non accadeva da tempo. Dopo essersi tirati palle di neve, decidono di farne un pupazzo. Mano a mano che viene su, le danno le sembianze di una bambina piccola e Mabel completa perfettamente il pupazzo con un paio di guanti, una sciarpa. Il succo di alcune bacche per colorarne le labbra e alcuni fili di paglia per farne i capelli. Il mattino dopo Jack scopre che il pupazzo non c’è più, sono rimaste delle strane orme sulla neve e sono scomparsi anche i guanti e la sciarpa. Nei giorni seguenti Jack e Mabel si accorgono di sentirsi osservati e vedono fuggevoli ombre tra gli alberi nei boschi. Mabel rammenta un vecchio libro che suo padre le leggeva quando era piccola. Un libro illustrato con le figure che lei amava dove si parlava di una bambina di neve. E proprio una bambina compare al limitare del bosco. Il suo nome è Pruina. Di primo acchito la bambina non è così socievole come loro vorrebbero, non vuole vivere con loro. Non sopporta di stare troppo a lungo nella casa riscaldata, ma per Mabel e Jack sarà un ritorno alla giovinezza, a quello che non hanno mai avuto, ma voluto con tutta l’anima. Mabel rifiorisce, e da donna sensibile e chiusa in se stessa, si rivelerà essere una donna forte, intelligente e creativa. La sua abilità con il disegno e con l’ago le permetteranno di  creare con Pruina un rapporto particolare. Diventerà ancora più forte, quando Jack  avrà un incidente che lo terrà incollato al letto per un po’ e lei dovrà prendere il suo posto, con l’aiuto dei Benson, i vicini con cui hanno fatto amicizia. Jack, d’altro canto, è un uomo  caparbio e forte, con i suoi principi morali. Ama tantissimo sua moglie e vorrebbe non farle fare quella vita di quasi stenti in cui sono costretti. Pruina sostituirà nell’affetto di Jack e Mabel quel figlio che non hanno mai avuto modo di avere. Il loro amore per questa bimba che, alla soglia di ogni primavera scompare per poi riapparire con la prima neve, è grande.  Mabel ha un sospetto che le viene dall’antico libro di favole di suo padre, che si è fatta mandare da sua sorella. Pruina è veramente una bambina di neve? Anche lei si scioglierà e li lascerà per sempre? I due fronteggiano con difficoltà la separazione che avviene ogni primavera, ma assaporano l’arrivo della neve con la sicurezza che Pruina torni da loro. Fino a che, Pruina ormai diciassettenne conosce il figlio più piccolo dei Benson, aiutante di Mabel e Jack. Mabel e Jack sono ormai guariti, sono anziani e sanno che Pruina, nonostante l’amore, non può rimanere segregata in una casa normale, prima o poi dovrà andare. Bello questo libro, quasi una favola. Ci incanta con i suoi paesaggi duri, ma magici. Gli animali, i luoghi, i panorami. Sembra quasi di sentire il vento freddo sulla pelle, che brucia. La dolcezza di Mabel che si sente incompiuta, la praticità e la caparbietà di Jack che si sente incapace di salvare chi ama, ma soprattutto l’amore disincantato della favola che è stata Pruina e che sarà il suo bambino. Voto: 7 

RECENSIONE – Anime e acciughe. L’aldilà come non l’avete mai immaginato di Achille Mauri



Strano libro questo … che c’entrano le acciughe con l’aldilà. Nel corso della storia capiremo anche questo. Achille (che scopriremo ben presto è lo stesso scrittore), si ritrova di punto in bianco nel’aldilà. É morto, ma non ne ha risentito per niente. Ad accoglierlo trova niente di meno che il Maresciallo Radetzky che oltre a spiegargli  le prime cose da fare e come comportarsi, uscire dal proprio corpo  è una di quelle, ed è una cosa piuttosto semplice, gli racconta della sua favolosa impresa di un Europa Unita sotto un’unica bandiera. Achille comincia così la sua nuova “vita” nell’aldiquà, come viene chiamato dalle anime. Se ne trovano di tanti tipi di anime e Achille ne incontrerà diverse sul proprio cammino, ognuna con la sua storia di vita da condividere e raccontare. La condivisione tra le anime sembra una cosa molto, molto importante. Permette di acquisire i ricordi degli altri ma anche i propri e viene vista un po’ come si stesse facendo sesso nella realtà. Achille all’inizio non ha proprio voglia di condividere se stesso con nessuno, almeno non prima del suo funerale, anche se molte persone lo spingono a farlo. Tra le altre Lucrezia, una delle prime anime che conoscerà. Nel frattempo si è rifugiato nella Porche in un garage di Piazza San Marco a Milano, luogo molto frequentato. La Porche è la macchina di amici di famiglia e di solito ci vive anche il suo gatto, Ely. Incontrerà Elio Fiorucci, compianto stilista e amico in vita, e altre persone mai viste. Anime che propongono viaggi ed incontri con altre anime, si offrono come guide, nemmeno si fosse ancora nella vita reale. Achille non vuole tornare a casa, non riuscirebbe a sopportare il dolore dei suoi familiari. Il lettore si troverà catapultato in un “altrove” surreale, dove ritroveremo personaggi famosi come Umberto Eco, che è simpaticissimo e racconta barzellette e anime “normali” come quelle di Lucrezia e Marco, presentatisi come una donna fatale la prima e come un pastore il secondo, e scopriremo che sanno mentire. Non c’è un filo religioso nel racconto: “Non importa che tu sia cattolico credente, musulmano, buddhista o animista. La religione è una delle possibilità di esprimersi che ogni anima possiede. Una possibilità come può esserlo il sesso, l’età o il colore della pelle. Quello che è certo che tutti, proprio tutti si chiedono che diavolo ci sia dopo”. Passo passo, incontro dopo incontro scopriremo la vita di Achille, attraverso gli occhi delle altre anime che condivideranno la sua vita precedente, dai viaggi, dalla sua vita in Dahomey (l’attuale Benin), delle sue ricerche sul paranormale. Ma non ci sono solo gli uomini ad avere un’anima, conosceremo cani, gatti, uccelli, pesci, l’elefante Mario e un branco di acciughe. Tutti riescono a viaggiare velocemente. L’età è una cosa indefinita, anzi più si è stati vecchi nella passata vita, più si ha da raccontare e proporre e più si è cercati dalle anime che magari han vissuto meno. Non esiste un Paradiso, né un Purgatorio, né un Inferno, è una sorta di limbo una seconda opportunità dove le anime pesano esattamente 21 grammi. Tutte le anime del mondo  possono conoscersi e scambiarsi le proprie esperienze, fino a diventare un tutt’uno. Ciò che è stato interrotto nella vecchia vita, si può ricominciare nell’aldiquà. Un amore, un sogno, un viaggio possono essere portati a termine grazie all’unione delle anime, a questo amplesso senza carne. E le acciughe? Che c’entrano le acciughe? Non si sa, ma ci sono e Achille  le sa disegnare esattamente come sono. Libro molto particolare, con qualche parte divertente, molto surreale. Sembra quasi il testamento dell’autore alla sua famiglia … che a domanda risponde: “Può darsi, tanto non sono mica superstizioso!”. Voto: 7,5

lunedì 29 maggio 2017

RECENSIONE – Volevo solo andare a letto presto di Chiara Moscardelli



Comprato per caso, soprattutto per lo strano titolo. Molte volte mio faccio attirare da un titolo strano. Letta la sinossi, mi sembrava anche carino ed alla fine sono stata contenta di averlo preso. Certo è un libro leggero, niente di trascendentale, ma ha avuto il merito di strapparmi più di qualche sorriso. Agata Trambusti (e già il nome dovrebbe darvi una traccia) è una donna di trentacinque anni. Lavora in una casa d’aste, è ipocondriaca e parecchio paurosa. Il tutto le viene da un’infanzia particolare, vissuta a Calcata con una madre single e un po’ hippy esperta di cristalloterapia. Quando le sue amichette giocavano con le Barbie e vestivano di rosa, lei indossava un sacco di iuta e aveva i poster con il simbolo della pace e una sfilza di vicini che facevano il bagno nudi nella piscina condominiale. La cosa che la fa più soffrire è che sua madre non ha mai rivelato chi sia suo padre e non perché non voglia, ma perché proprio non sa chi sia. Come sua madre è una donna promiscua, lei se ne vede ben donde. É diventata una maniaca dell’ordine. La sua casa sembra un obitorio, il suo abbigliamento la fa sembrare un’impiegata di Equitalia e la sua scrivania deve essere sistemata tutta in modo simmetrico. Per riuscire a sbloccare la sua vita, segue i consigli di uno strambo psicologo, in modo da mantenere la sua vita sotto controllo, senza nessuna emozione. Prima che  iniziasse la sua avventura. Mentre sta lavorando per la sua casa d’aste la sua vita viene stravolta dal mistero di un quadro scomparso. Ma non è solo il quadro a sparire, lo è anche chi ha commissionato il lavoro, e lei non è la sola a cercarlo. Si ritroverà infatti a scappare da qualcuno che sembra voglia ucciderla, ma che somiglia a Christian Bale! Il sosia di Bale non è altro che Fabrizio Calcaterra, professore di musica, non proprio uno stinco di santo, almeno in passato. I due si ritrovano ad indagare, legati a doppio filo: c’è il mistero dei quadri, per i quali entrambi finiscono di mettersi in pericolo, e c’è anche altro che lega i due in modo indissolubile. Ma non sono i soli a cercare il tesoro perduto. Bande di quartiere un po’ strambe, mafiosetti e strani uomini con gli occhiali da sole. Riuscirà Agata a lasciarsi andare e insieme a Fabrizio ed entrambi a risolvere il mistero dei quadri scomparsi? Come ho detto lettura leggera, per farsi quattro risate leggendo le avventure di Agata, dei suoi amici, dei suoi amori e delle sue ipocondrie. Lettura scorrevole e semplice, umorismo al punto giusto. La protagonista è buffa ed imperfetta e questo ce la fa piacere ancora di più. Per chi cerca un po’ di leggerezza e qualche sorriso. Voto: 6,5

giovedì 4 maggio 2017

RECENSIONE – Il palazzo d’inverno di Eva Stachniack



Russia, 1741. Elisabetta Pretovna, figlia minore di Pietro il Grande, prende il potere al posto del legittimo erede Ivan IV, facendo rinchiudere la madre e il figlio in un’eterna prigionia. D’altronde ha giurato che nel suo regno nessuno verrà giustiziato. Alla sua corte arriva Varvara Nikolaevna, figlia di un polacco, rilegatore di libri. Diventerà una protetta imperiale solo perché suo padre ha avuto il merito di riparare la Bibbia di Elisabetta quando lei era una bambina. Viene però relegata  al guardaroba imperiale, nel Palazzo d’Inverno, perdendo tutte le illusioni che aveva avuto per una vita migliore. Varvara è abbastanza carina da attirare le attenzioni dei soldati di stanza a palazzo, ma se non un giorno non si imbattesse nel conte Bestuzev, cancelliere di Russia, rimarrebbe sempre sotto le grinfie della capocameriera di corte, Madame Kluge. Persona sempre elegante il Cancelliere, è stato o è uno degli amanti di Elisabetta, scorge nella ragazza, fine osservatrice, un animo da spia. La prende sotto la sua ala protettrice e le insegna a trovare e ad aprire cassetti nascosti, staccare, senza lasciare segni, una ceralacca dalla lettere, riconoscere i libri cavi o i bauli con  sottofondi, trovare corridoi segreti. Oltre ad insegnarle il mestiere il conte, approfitta del suo potere, rendendola sua amante a solo 16 anni. Dopo svariati anni al servizio di Bestuzev, le viene affidato il compito di tenere d’occhio la principessa Sofia Anhalt-Zerbst, giovanissima tedesca, scelta da Elisabetta come promessa sposa del quindicenne Peter Ulrich ribattezzato Pietro Fedorovic, duca di Holstein, figlio di sua sorella, nominato principe ereditario. Sofia è molto graziosa, è delicata e nessuno sa che diventerà la futura imperatrice di Russia, Caterina la Grande. Varvara dapprima la spierà per conto della stessa imperatrice, ma rimarrà incantata dalla dolcezza di Sofia e penserà di aiutarla, visto che è in gioco la stessa vita di Sofia in un gioco, in cui tutti i giocatori barano. Vedrà Sofia soffrire molto, per i soprusi sia di Elisabetta che per quelli del marito Pietro. Avrà però l’aiuto inaspettato di Varvara nella scalata al potere che legherà le due donne da una profonda amicizia. Il romanzo racconta con gli occhi di Varvara, la crescita e l’ascesa di Caterina di Russia, prima come una timida e delicata principessa fino a divenire la grande imperatrice che ancora oggi in Russia viene venerata. É un romanzo elegante, le  parole si trasformano in immagini e sembra di trovarsi tra i corridoi del Palazzo d’Inverno, di Oraniembaum e di Carskoe Tselo, fino al nuovo palazzo di Peterhof.  La scrittura dell’autrice avvolge il lettore nella tela della trama tra intrighi di palazzo, tradimenti, amori  e guerre interne. Ci fa tornare indietro nel tempo descrivendo mirabilmente i luoghi dove la corte russa viveva, come a rappresentarci gli ingombranti vestiti dell’epoca, fino all’autorità che i sovrani avevano su tutte le persone. Storia e fantasia sono intessute alla perfezione dall’autrice, che ci regala due personaggi sontuosi, Varvara e Sofia, con uno stile fresco, intelligente, mai ridondante. Si può dire che questo romanzo può essere considerato molto “al femminile”, le protagoniste principali sono in effetti tre donne: Varvara, Sofia ed Elisabetta. E vedremo, nel corso della storia altre figure femminili che verranno tinteggiate dall’autrice, che nonostante il loro ruolo di co-protagoniste, avranno una luce propria. Tra amori clandestini, attentati sanguinari e splendide ricostruzioni storiche, Il Palazzo d’Inverno narra l’ascesa al potere di una delle imperatrici più moderne e amate di Russia: Caterina la Grande. E, illumina, insieme, una straordinaria amicizia femminile: quella tra l’imperatrice e una servetta di corte. Voto: 7,5

martedì 2 maggio 2017

RECENSIONE – Mia nonna saluta e chiede scusa di Fredrik Backman



La vita di Elsa non è semplice. Soprattutto quando hai quasi otto anni e sei considerata “diversa” dai tuoi compagni di scuola e “speciale” dai tuoi insegnanti. Praticamente etichettata come una pazza. Elsa sa di essere più intelligente dei suoi coetanei. É una bambina che fa della conoscenza la sua forza. Si appunta tutte le parole che non conosce e ha in Wikipedia il suo aiuto quotidiano. I suoi genitori sono divorziati da tempo e lei vive con sua mamma Ulrika e il suo nuovo compagno George. Suo papà invece vive in un’altra casa con Lisette. Elsa non riesce a capire ancora perché non possano vivere tutti insieme, visto che George piace a tutti e anche Lisette. Ma la persona che Elsa adora di più è sua nonna. Ex chirurgo, la nonna ha girato il mondo per aiutare gli altri. É un’anticonformista e ha sempre la polizia alle calcagna. Non gli piacciono molto le regole e la si vede spesso girare nuda per casa o fare la pipì con la porta del bagno aperta, cosa che fa uscire di testa sua madre. É una vecchietta sprezzante delle opinioni altrui che ha l’unico scopo di proteggere sua nipote. Per lei farebbe qualsiasi cosa e visto che la mamma di Elsa tra il lavoro come manager dell’ospedale cittadino e il nuovo bambino che sta arrivando, chiamato per ora Metà,  non ha molto tempo da dedicarle, la presenza della nonna è necessaria. Ma in ogni storia c’è un ma. Infatti la nonna non sta bene e non lo ha ancora confidato ad Elsa. Anche se lei lo sa da tempo perché ha origliato ciò che le dicevano i dottori. Pensavano non capisse, ma ha trovato la parola “tumore” su wikipedia e ha visto che è una cosa bruttissima. Ma Elsa non pensava che la nonna se ne andasse così presto, lasciandola sola, senza che nessuno si preoccupi più per lei. Non potranno più andare insieme a Miamas (che si pronuncia come pijamas), nel Paese-da-Quasi-Svegli, con i suoi fantastici abitanti e le loro storie. Storie che la nonna le raccontava spesso e delle volte ripetendole e aggiungendo solo dei piccoli , nuovi particolari. La nonna le lascia però un compito. Una specie di caccia al tesoro molto poco ordinaria. In una lettera le spiega che dovrà consegnare una busta al “Mostro” che abita nel suo stesso palazzo e dirgli che: “La nonna ti saluta e ti chiede scusa”. Ma scusa per cosa? Da queste parole e dalle altre lettere che mano a mano usciranno fuori, si verrà a conoscenza di tutti i personaggi che frequentano il condominio di Elsa e di sua nonna. Tra cui il Mostro, che non è sempre stato un uomo barbuto e spaventoso, con una terribile cicatrice che gli deturpa la faccia; o la donna con la gonna nera che non è la donna di successo che sembrerebbe, o il bambino con la sindrome e la sua mamma, Alf il taxista sempre arrabbiato, Maud e Lennart due vecchietti sempre accomodanti, e Kent sempre al telefono con Francoforte con sua mogliee Brit-Marie, che sembra la megera del condominio, ma nasconde solo la paura di lasciarsi andare. Attraverso gli occhi di Elsa, l’autore conduce il lettore nelle “fondamenta” del condominio, fatto di persone che sembrerebbero estranee tra loro, ma che in un modo o in un altro sono collegate, soprattutto alla nonna, e che hanno bisogno di ricordare il passato per vivere un nuovo futuro. Elsa con la sua franchezza e la sua innocenza, ereditate dalla nonna, riuscirà ad aiutare tutti ricreando il mondo di Miamas nel mondo reale, con i personaggi reali che la circondano e che riusciranno a far capire anche ai suoi genitori, che lei ha ancora bisogno di loro, del loro amore e del loro sostegno. I bambini, in fondo, hanno bisogno di eroi. “Avere una nonna è come avere un esercito. É il privilegio più grande di una nipote: sapere di avere una persona al proprio fianco, sempre e comunque. Perfino quando si ha torto. Soprattutto in quel caso, in realtà. Una nonna è una spada e uno scudo, è un tipo di amore tutto speciale.” Voto: 8

martedì 18 aprile 2017

RECENSIONE – La saga dei Cazalet. Gli anni della leggerezza vol. 01 di Elizabeth Jane Howard



Elizabeth Jane Howard viene scoperta in Italia postuma. La Fazi Editore si è assicurata la pubblicazione dei suoi romanzi tra cui la Saga dei Cazalet, che abbiamo letto nel suo primo capitolo, Gli anni della leggerezza, dove la Howard ci racconta l’intreccio tra le vite di una famiglia della borghesia in un paese alla vigilia della II Guerra Mondiale. Con uno stile raffinato e ironico la scrittrice ci “raffigura” i rituali della borghesia inglese del secondo dopoguerra, ancorati ai vecchi privilegi nobiliari dell’epoca vittoriana. Ci racconta le dinamiche  di coppia tra le varie famiglie che compongono la Dinastia dei Cazalet, importatori ed esportatori di legnami pregiati. Siamo nell’estate del 1937. Iniziano a sentirsi i primi venti di una nuova guerra, che si paventa addirittura più cruenta della precedente. I Cazalet sono riuniti per le vacanze nella casa di campagna. Il Generale e la Duchessa, come vengono chiamati i capostipiti della famiglia, William Cazalet e Kitty Barlow, sono l’incarnazione della passata epoca e della morale vittoriana. Hanno tre figli maschi e una figlia femmina. Hugh è il primo, tornato dalla Grande Guerra senza una mano e con delle schegge nella testa, soffre di tremende emicranie ed ha paura di una nuova guerra. É un padre integerrimo ed ha un bellissimo rapporto con sua figlia Polly ed ama molto sua moglie Sybil. Edward è il più bello dei maschi Cazalet. É il secondogenito, ma è quello più popolare. É stato anche lui in guerra, ma è ritornato, a differenza di suo fratello, fortificato, intatto e con qualche onorificenza da mostrare. É spostato con Viola, detta Villy, ma non ne è innamorato, infatti la tradisce spesso. Lascia a lei tutte le incombenze riguardanti i figli. Hugh ed Edward lavorano entrambi nell’impresa familiare. Poi c’è Rupert, il sognatore della famiglia, fa l’insegnante, ma vorrebbe dipingere. É stato sposato con Isobel, morta nel mettere al mondo suo figlio Neville. Si è risposato con l’attraente, giovanissima e frivola Zoe, ex attrice e ballerina. Hugh oltre a Neville ha un’altra figlia Clary, la sua maggiore, molto sensibile e che non ama per niente la sua matrigna. Zoe, tra l’altro, non ha nessunissima voglia di occuparsi dei due figliastri e lascia tutto nelle mani della loro tata. E poi c’è Rachel, l’unica donna Cazalet. Ha rinunciato a tutto pur di seguire in tutto e per tutto i suoi genitori. Ha rinunciato anche all’amore di Sid, nonostante sia riamata da lei. E poi ci sono i nipoti: Polly, Simon e William figli di Hugh e Sybil; Louise, Teddy e Lydia figli di Edward e Villy; Clary e Neville figli di Hugh e della compianta Isobel, tutti con i loro giochi, i loro sogni, con la minaccia imminente dello scoppio della Seconda guerra Mondiale. Questo romanzo è proprio leggero come il suo titolo “Gli anni della leggerezza” e forse l’autrice ha voluto, con la sua scrittura scorrevole, quasi poetica, farci percepire quella leggerezza che da il  titolo al romanzo. Questo capitolo è una sorta di “attesa” per ciò che verrà, è solo l’inizio della saga una sorta di preparazione, ma bello, ugualmente bello. Consigliato. Voto: 8

martedì 11 aprile 2017

RECENSIONE – Yeruldelgger. Morte nella steppa di Ian Manook



La Mongolia con il suo paesaggio ancestrale sospesa tra le tradizioni dei nomadi della steppa selvaggia e la modernità violenta della sua Capitale, fa da sfondo alla storia del commissario Yeruldelgger in questo primo libro della trilogia di Ian Manook, pseudonimo del giornalista francese Partick Manoukian. Il luogo è duro e inospitale, i visi delle persone sono corrosi e cotti da un vento secco che penetra nelle ossa, il paesaggio si perde in un orizzonte senza fine. In una mattinata così, Yeruldelgger si muove svogliato verso un paesino a pochi chilometri dalla capitale Ulan Bator. É apparso dal terreno un pedale di una bicicletta, mentre una famiglia nomade stava scavando il terreno. Sotto il pedale c’è una mano, piccola. É di una bimba sepolta da parecchio tempo con il suo triciclo. Un’altra grana da pelare per Yeruldelgger, oltre all’omicidio di tre cinesi avvenuto quella stessa notte nella capitale in una fabbrica in periferia; sembrerebbe, per come sono stati ritrovati i cadaveri, che siano stati sottoposti ad un macabro rito sessuale. Ma il commissario non sa che il peggio deve ancora arrivare. Sulla sua strada troverà politici e potenti locali, magnati stranieri alla ricerca di investimenti e divertimenti illeciti, poliziotti corrotti e delinquenti neonazisti, per contrastare i quali, non dovrà utilizzare le moderne tecniche di investigazione, quanto riappropriarsi della saggezza dei monaci guerrieri discendenti di Gengis Khan. Yeruldelgger avrà il compito di unire la modernità e la cultura tradizionale se vorrà venire a capo dei delitti, ma anche per se stesso, messo in pericolo dalle sue indagini. Un thriller a tinte forti in un’ambientazione insolita, dove pagina dopo pagina l’autore ci tiene desti con scene ad alta tensione. L’intrigo poliziesco rivela anche la complessità delle questioni geopolitiche, per i  rapporti della Mongolia con gli interessi economici ingombranti di Russia e Cina, con la scoperta di terre rare, ricche di minerali necessari ad alimentare l’industria tecnologica. L’autore descrive con stile essenziale, asciutto i vari personaggi, tanto che di Yeruldelgger sappiamo solo come sono fatte le sue mani. É un romanzo questo tutto da gustare, per scoprire un’ambientazione unica e coinvolgente, per seguire gli avvenimenti ad alta tensione inframmezzati da momenti in cui la poeticità dei sentimenti prende il sopravvento, e anche momenti di velato umorismo. Non lasciatevi sviare dalla collera del commissario. Quella collera si trasformerà in forza di volontà, un modo di spogliarsi dei propri incubi e di tornare se stesso. In conclusione ci colpisce l’inusuale ambientazione, originale e affascinante. Una trama ben scritta, complessa e ricca di emozioni, narrata con una prosa densa e coinvolgente. E soprattutto un grande protagonista che non può che conquistare. Voto: 8

lunedì 10 aprile 2017

RECENSIONE – La famiglia Fang di Kevin Wilson



I Fang, strana famiglia è la loro. Annie e Buster ormai cresciuti stanno vivendo una parte della loro vita un po’ deludente.  Annie attrice molto promettente, tanto da essere arrivata vicinissima alla vincita di un premio Oscar come miglior attrice, è reduce dall’interpretazione di un film non proprio di successo, anzi sta ricevendo solo critiche. La sua relazione con uno dei maggiori sceneggiatori di Hollywood sta vivendo alti e bassi, soprattutto per le recenti notizie di gossip che sono apparse su siti e giornali. Una sua collega ha millantato una relazione lesbica con lei, e una sua foto a seno nudo ha fatto il giro del web. Per questo la sua addetta stampa l’ha mollata e lei non fa altro che bere e deprimersi. In più il suo ragazzo si è rifatto sotto, vuole che parta con lui in uno chalet desolato del Wyoming solo per essere a sua completa disposizione. Malauguratamente ha anche accettato, e non sa come tirarsene fuori. Nel frattempo suo fratello Buster è alle prese con l’ennesimo articolo su futili argomenti. Ormai riesce a scrivere solo quelli. Ex scrittore di successo, vincitore di un premio letterario con il suo primo romanzo, non riesce più a scrivere nulla, soprattutto dopo l’insuccesso della sua seconda fatica. Parte per conoscere un gruppo di ex militari alle prese con un’invenzione particolare, uno spara-patate, e qui subisce un incidente di percorso e si ritrova in ospedale con la mandibola rotta, un trauma facciale esteso, e un debito di diciottomila euro con la sanità. Non gli resta che tornarsene a casa. Ma non a casa sua, no, visto che non ha più un soldo, a casa dei suoi genitori i famigerati Fang.  Buster chiama Annie e l’avverte di quello che sta per fare e lei trova la scusa per non partire più con il suo ex e andare in soccorso di suo fratello. Quindi in due si ritrovano nella casa natale. I genitori Fang, Caleb e Camille sono due attori folli ed egocentrici. La loro vita è consacrata alla loro arte. Le loro performance sono programmate a tavolino, ma somigliano molto ad una serie di scherzi, irresistibili, ma anche un po’ pesanti. I ragazzi Fang, quando erano piccoli, erano costretti a partecipare a queste performance, ma le hanno sempre odiate in tutto e per tutto, quindi fare ritorno a casa per loro è come rituffarsi immediatamente nel passato, con la probabilità che i loro genitori li coinvolgano di nuovo in qualcosa che non vogliono veramente fare. C’è chi ammira e stima i loro genitori, ma anche chi li deride. Caleb è quello più convinto della sua arte. É un capofamiglia diabolico, creativo e cinico, mentre Camille, pur dandogli tutto il suo appoggio, è più sensibile e protettiva nei confronti dei figli. Insomma, sono dei genitori terribili. Finché erano in casa i loro nomi erano solo e soltanto A e B, per rappresentare bene le loro creazioni e di qui la loro fuga una volta cresciuti, anche se l’influenza dei loro genitori rimane comunque forte. Il fardello che Caleb e Camille hanno lasciato ai loro figli è molto pesante da portare e difficile da mollare. Tutto quello da cui credevano di essere fuggiti per sempre, le performance, le stranezze, la musica punk sparata a tutto volume durante il processo creativo dei genitori, ma soprattutto il dolore, tornerà a sommergerli. Un giorno Caleb e Camille scompaiono senza lasciare nessuna traccia. Sembra siano stati rapiti e uccisi nei pressi di una stazione di rifornimento in Nord Carolina, la polizia almeno è quello che dice. Ma è vero che sono stati uccisi o è di nuovo una loro performance artistica dove Annie e Buster hanno la parte di rintracciarli? Il concetto di arte è un tema ricorrente nelle pagine di questo romanzo. Più volte i personaggi si interrogano sul fine ultimo dell’arte stessa, su cosa sia veramente bello. Per Caleb Fang l’arte è caos, distruttivo e prolungato nel tempo, un vortice di follia. Oltre all’arte il romanzo ci parla anche di scelte, come quella di anteporre l’arte alla famiglia, di cui Caleb non avrà pentimento. La famiglia Fang non avrà una redenzione, non ci sarà un lieto fine o un equilibrio. Non esistono pozioni magiche, non c’è nessun palcoscenico da cui scendere, perché nel teatro che è la vita, l’unica soluzione è tagliare le corde che trattengono il sipario, senza mai voltarsi indietro, almeno per Annie e Buster. Voto: 7

martedì 4 aprile 2017

RECENSIONE – Un gentiluomo a Mosca di Amor Towles



Mosca, 1905. Il conte Aleksandr Il’ic Rostov, membro della vecchia aristocrazia russa, viene scortato in Cremlino per un faccia a faccia con il Comitato d’Emergenza del Commissario del popolo. Verrà condannato dal Tribunale del Popolo, senza nessun appello, agli arresti domiciliari presso l’Hotel Metropole. Non potrà mai lasciare l’albergo, perché il solo sorpassarne la porta potrebbe condannarlo alla fucilazione. Il conte è un uomo fiero, un gentiluomo molto colto e molto arguto e non è affatto intenzionato a lasciarsi scoraggiare dalla sfortuna. Non è un uomo vendicativo come l’Edmond Dantes di Dumas, ma è un uomo che sa governare le circostanze, e decide di affrontare la sua prigionia mantenendo la propria determinazione. La pena in effetti non è così grave. Il Metropole è il migliore Hotel di Mosca, anzi tra i più sfarzosi di Russia. In stile art déco, ha al suo interno rinomati ristoranti, punto di ritrovo delle persone ricche, influenti ed erudite. Certo il conte è un uomo di mondo, abituato a viaggiare in lungo e in largo, con una intensa vita sociale, la reclusione, anche se in un albergo di lusso, sembra essere un gabbia dorata, ma pur sempre una gabbia. E mentre nel mondo al di fuori dell’albergo imperversa la politica di Stalin, che ha preso il controllo del paese, e vede assottigliarsi i rapporti con i paesi occidentali, il conte decide di vedere i lati positivi della prigionia e di considerarsi l’uomo più fortunato della Russia.  Nonostante, i cambi di direzione dell’albergo che lo fanno diventare sempre meno di lusso e sempre più un ramo della burocrazia russa, Rostov reinventa se stesso e questo lo fa sopravvivere. Da uomo abituato a non avere nessuna occupazione si ritrova a servire a quegli stessi tavoli dove poco prima mangiava lui, servito e riverito. A distrarlo e a tenerlo su di morale ci pensa anche una piccola e curiosa inquilina che come lui, vive al Metropol, Nina Kulikova, figlia di un uomo di governo, che la lascia sempre e costantemente da sola. I due vivono l’albergo, riescono a farlo espandere, scovando passaggi nascosti e stanze segrete, forse solo reinventandole. Sarà Nina che si occuperà della rieducazione del Conte, che lo porterà a comprendere quando sia vasto il mondo e affascinanti i personaggi che lo popolano, anche solo tra le quattro pareti di un albergo. Con un linguaggio ricco di umorismo, un cast di personaggi scintillanti, tra rivoluzionari intransigenti, stelle del cinema, e intellettuali disillusi, la storia si snoda, tramite la scrittura quasi poetica di Towles, donandoci un protagonista che ha il pregio di rendersi indimenticabile. Bellissimi anche i co-protagonisti Sofia, figlia di Nina, Marina la sarta dell’Hotel, Vasily il portiere, Emile lo chef del ristorante Boyarsky, Andrey il maitre, senza dimenticare Anna, Osip e Mishka, che diventeranno tutta la sua famiglia. Il personaggio del conte è ben costruito, ha una sua personalità, che subirà cambiamenti nell’arco della narrazione. Subirà un’evoluzione con il ribaltamento della sua posizione sociale. Dalla camera extra-lusso al sottotetto dell’albergo, dall’essere un nobile, al divenire un cameriere. Ma quello che sarà la svolta della sua vita ha solo un nome: Sofia. Un gentiluomo a Mosca è un libro composto da molti elementi tutti ben legati tra di loro. Dramma, commedia, riflessione politica resi con stile dalla narrativa dell’autore. Vi consiglio la sua lettura, perché oltre ad essere un romanzo piacevole, vi rimarranno nel cuore i protagonisti, e vi farete anche qualche sana risata. Voto: 8+

giovedì 9 marzo 2017

RECENSIONE - Il diario segreto di Lizzie Bennet di Bernie Su e Kate Rorick

A parte la quantità inusitata di errori che ho trovato in questo libercolo, tra verbi sbagliati, traduzioni estemporanee, parole inventate ed orrori ortografici, penso che la Austen, ormai polvere, abbia comunque provato un moto di repulsione e abbia avuto anche qualche conato di vomito (come me d’altronde!), per quello che queste due scrittrici (???) hanno fatto del suo romanzo. Consiglio: LASCIATE PERDERE! Evitatelo se potete … E per fortuna che la Newton Compton ha deciso (per ora) di editarlo solo come e-book, ma non per questo li salvo da tutti gli “orrori” visti e letti. Dovrebbe essere una Elizabeth Bennet in chiave moderna … ma a parte lei che è anche antipatica, gli altri personaggi sono stravolti all’inverosimile … già la Austen con i nomi non è che avesse avuto delle buone idee, ma addirittura trasformare il povero Bingley in Bing Lee … e Kitty in un gatto …  Voto: Zero

lunedì 6 marzo 2017

RECENSIONE – Caos di Patricia Cornwell

Ventiquattresimo titolo per il filone dedicato alla anatomopatologa Kay Scarpetta, personaggio creato dall’autrice nell’ormai lontano 1990. Lontanissimo ormai, sia per stile che per risultati. In effetti mai titolo fu più azzeccato di questo, Caos. Il libro è un vero proprio caos. Mi sono trovata durante le prime pagine a tornare più volte indietro, non si riusciva nemmeno a capire di cosa si stesse parlando e chi raccontasse la storia. Come le ultime storie, si svolge tutto durante una giornata ed è forse la cosa che non riesco a mandare giù. Un ritmo che dovrebbe essere frenetico, diventa estenuante e lento. Le ore non sembrano passare mai, sia nella storia, sia per chi sta leggendo, annoiandosi, attraverso un continuo ripetersi di frasi ed azioni … non so quante volte avrò letto le parole “borsa criminalistica” … le avrei quasi volute contare e criminalistica mi suona pure male! Esisterà come parola? Come potete capire il risultato non è dei migliori e continuerò a ripetere all’infinito: ehi Patricia, cambia ghostwriter perché questo non è bravo! La storia parte da un pastrocchio creato e confuso tra Bryce (il segretario di kay Scarpetta), la stessa dottoressa e Pete Marino. Telefonate fasulle al 911 e dell’Interpol, messaggi video di minacce in forma di poesie in italiano, e un nuovo personaggio cattivo, tale Tailend Charlie, che riusciremo a scoprire a più di metà libro a cosa è inteso il nome. Mentre Bryce e Kay litigano per un futile motivo, e Pete Marino la insegue in macchina, Elisa Vandersteel, una giovanissima canadese che Kay aveva incontrato due volte in pochissimo tempo, muore, ma le cause della sua morte sono da subito un caos. Un caos è montare un sistema che non faccia intervenire sulla scena del crimine giornalisti ficcanaso, un caos è trovarsi un poliziotto come Barclay che vuole solo celebrare il suo ego e della morta non gli frega niente, un caos avere come uniche testimoni due gemelle ritardate di quattordici anni che potrebbero aver inquinato la scena del crimine, un caos è se questo omicidio viene collegato dall’FBI, e quindi anche da Benton (marito di kay che continua a starmi sulle balle), ad un altro illustre omicidio, quello del colonnello Briggs, professore, capo e un tempo, solo per una volta, amante di kay Scarpetta. Una morte tanto improvvisa, quanto grave che fa pensare a tutta la combriccola di Kay, che c’è lo zampino di una sola persona: quella Carrie Grethen che continua a perseguitarli. Ma qual è il suo fine stavolta? Cosa lega la morte di Elisa Vandersteel, quella di un’altra donna e quella di Briggs e gli interventi di Tailend Charlie? Fatto sta, che come succede da tempo, il tutto si conclude banalmente nelle ultimissime pagine, e quello che ti rimane del romanzo non è altro che CAOS. Voto: 5

giovedì 16 febbraio 2017

RECENSIONE – L’ultima legione di Valerio Massimo Manfredi



L’anno è il 476 d.C., l’Impero Romano d’Occidente è in disfacimento. Sul trono imperiale siede un ragazzino che ha solo 13 anni, Romolo Augusto. Odoacre, generale delle armate dell’impero, facente parte della nuova linfa barabarica, lo cattura e lo depone, uccidendo suo padre. Vicino al ragazzo rimane soltanto il precettore britannico Ambrosinus. Nel frattempo a Dertona dove è di stanza la “Nova Invicta”, l’ultima legione voluta da Oreste, il padre dell’imperatore, è sotto attacco e in numero molto minore dei suoi nemici. L’ufficiale Aureliano Ambrosio Ventidio viene mandato dal suo comandante alla ricerca di aiuti proprio a Rimini, da Oreste. Naturalmente Aureliano trova l’uomo in fin di vita. La sua richiesta è di salvare e proteggere suo figlio, ultimo imperatore di Roma. Dopo svariate peripezie e un tentativo di salvataggio andato in malora, dove Romolo Augusto perde anche sua mamma, Aureliano conosce Livia Prisca che lo salva dal barbaro Wulfila. Livia fa parte di una piccola comunità che spera ancora che l’Impero Romano viva e prosperi, e che vada nelle mani giuste, quelle del piccolo Romolo Augusto. Alleata con diversi personaggi importanti, insieme ad Aurelio intraprende l’avventura di riportare sul trono il piccolo imperatore e parte alla volta di Capri per liberarlo. Ai due si uniscono due soldati della vecchia Nova Invicta catturati a Dertona, Vatreno e il gigante Batiato e due schiavi, Orosio e Demetrio. I quattro devono tentare l’impossibile, assaltare la fortezza sull’isola di Capri e far evadere Romolo Augusto e il suo precettore. Incredibilmente ci riescono e i sei scappano cercando di mettere quanta più strada possibile tra loro e un Wulfila molto, molto arrabbiato. Il piccolo Romolo sull’isola ha trovato in un “santuario” la vera spada di Giulio Cesare. Ambrosinus comincia a credere alla profezia che molto tempo prima, aveva sentito in Britannia, decide quindi, con la piccola compagnia di portarvi Romolo Augusto. Mentre viaggiano ogni personaggio viene quasi psicanalizzato dall’autore, soprattutto Aurelio, il piccolo Romolo Augusto e il suo precettore Ambrosinus, che sono i veri protagonisti della storia. Scopriremo che Aureliano e Livia hanno un passato comune, che il soldato non ricorda, non vuole ricordare. Livia che ne è innamorata sa che se il soldato non verrà a patti con il suo passato, per loro due non ci sarà mai futuro. Il piccolo Romolo Augusto, pensa di non essere altro che un bambino, e così vorrebbe vivere, se solo glielo permettessero, ha perso tutto, che senso ha che continuino a chiamarlo Cesare. Cesare di cosa? Il suo precettore Ambrosinus è convinto che il suo protetto è “il ragazzo che viene dal mare” di cui parla la sua vecchia profezia. Inizieranno un viaggio lunghissimo tra l’Europa post imperiale, devastata e imbruttita, fino ad arrivare in Britannia, dove si concluderà la loro storia, con la rinascita dell’ultima legione, i ricordi al loro posto, e un nuovo impero da fondare. Libro scorrevole che lega la fine dell’impero romano con la nascita della storia arturiana. Manfredi è bravissimo a farci conoscere la storia di cui è maestro, ma anche a romanzarla e ad unire personaggi inventati come quello di Aurelio ad un mito come Ambrosinus (non vi rivelo chi é perché vi rovinerei la lettura) ad altri vissuti veramente come il piccolo imperatore d’occidente Romolo Augusto con la sua infausta storia. Ottimo libro da cui è stato tratto un film dall’omonimo titolo con protagonista nel ruolo di Aurelio niente di meno che Colin Firth, Ben Kingsley nella parte di Ambrosinus. Voto: 7,5

lunedì 30 gennaio 2017

RECENSIONE – Non tutto si dimentica di Wendy Walker



Miglior esordio per questa autrice non poteva esserci. Con questo libro l’autrice ha dato vita ad una storia molto particolare ed originale. Può essere importante per una vittima dimenticare il carnefice e quello che le ha fatto? Questo è il riassunto della trama del libro in pochissime parole, ma dentro al romanzo, c’è molto di più. E’ una sera d’estate e Jenny Kramer è stata invitata ad una festa di un compagno di scuola. E’ una brava figliola, e i suoi genitori le hanno permesso di andare, con le solite raccomandazioni: non bere, bada a chi c’è in casa, torna ad un orario decente, non fare cose che non ti sono permesse fare. Jenny è stata invitata da un ragazzo molto in vista della scuola ed è contentissima quella sera. Ma noi la ritroviamo piangente in un bosco poco lontano dalla casa dove si svolge la festa, due ragazzi la vedono in lacrime e sconvolta, con abrasioni e ferite e sangue su tutto il corpo, con i vestiti strappati. Jenny è stata aggredita da qualcuno, ma nessuno lo ha visto. I suoi genitori, Tom e Charlotte, arrivano stravolti all’ospedale dove la ragazzina è stata ricoverata e decidono, cioè Charlotte decide, di sottoporla ad una terapia farmaceutica che le cancellerà i ricordi di quello che è avvenuto, della brutale violenza subita. Ma riuscirà a dimenticare tutto? Quello che è successo cambierà profondamente il rapporto, già non troppo idilliaco, dei suoi genitori. Tutto quello che hanno è solo apparenza. L’uomo era contrario alla terapia, avrebbe preferito che la figlia fosse cosciente e riuscisse a ricordare quello che le era successo, soprattutto per cercare di prendere il colpevole, cosa che diventa la sua ossessione. La donna invece, pensa che dimenticare e mettersi il tutto alle spalle sia la cosa migliore. Sua figlia dovrà comportarsi normalmente, come se nulla fosse successo, perché è l’apparenza è quella che conta. Almeno per lei è stato così. Ma in realtà il corpo di Jenny non ha dimenticato quello che le è successo, e a poco a poco, delle sensazioni portano la ragazza sull’orlo del suicidio. L’unico rimedio è riuscire a recuperare i suoi ricordi, seppur dolorosi e di questo si occuperà un esperto, il dottor Forrester. Mentre il dottore terrà in terapia Jenny, si verrà a conoscenza di verità nascoste sotto la superficie tranquilla e perfetta di una cittadina di provincia. A narrare la storia è la voce dello psichiatra, che ha in cura non solo Jenny, ma tutta la famiglia. Tutti i protagonisti riveleranno a lui i loro segreti e le scomode verità, che hanno portato la famiglia ad una crisi e ad uno stallo. L’autrice non si limita a scavare nella mente di Jenny, ma anche in quella dei suoi genitori, nelle loro dinamiche familiari e nei comportamenti esterni alla famiglia, la loro vita sociale. Quello che ne viene fuori è un’analisi accurata dei due genitori di Jenny. Vari sentimenti passeranno nella mente del lettore, mentre ogni personaggio verrà analizzato. Odio, rabbia, stima, comprensione. La Walker è riuscita a creare una buonissima alchimia tra psicologia, introspezione, fragilità emotive, psichiatria e relazioni familiari. Da quello che si legge l’autrice ha sicuramente approfondito svariate ricerche sui temi sia riguardanti la memoria, sia i legami familiari in quanto ne parla con cognizione di causa. La scrittura risulta di facile comprensione e scorrevole nonostante i temi trattati e i non proprio facili argomenti. Insomma un bel thriller psicologico che piacerà sicuramente agli amanti del genere. Compreso il colpo di scena finale. Voto: 7,5

RECENSIONE – Le sette sorelle. La ragazza nell’ombra vol. 03 di Lucinda Riley



Terzo capitolo della serie delle Sette sorelle di Lucinda Riley. In questa puntata la protagonista è Asterope detta Star. La più enigmatica delle sei sorelle. Star e CeCe. Già perché Star non è mai da sola, c’è sempre sua sorella CeCe con lei, come un corpo inseparabile. Come se fossero gemelle siamesi. Gli ultimi anni sono stati viaggi continui, sempre insieme, guidate dallo spirito indomito di Cece, di cui Star è abituata ad assecondare ogni desidero. A Star non piace molto parlare, ha talento per la letteratura e per la cucina, quindi a farlo per lei è sempre stata CeCe, tanto che da piccole avevano un linguaggio dei segni tutto loro che usavano per comunicare. “Guardandomi indietro mi rendevo conto che CeCe e io eravamo diventate il contrario l’una dell’altra: io parlavo piano e poco, lei forte e spesso. E più lei parlava, meno io sentivo il bisogno di farlo; le nostre personalità erano agli antipodi. … Tutto ciò che faceva, lo faceva rumorosamente. Sembrava proprio che non riuscisse, per esempio, ad appoggiare sul tavolo una tazza di caffè senza sbatterla forte e rovesciarne il contenuto. Non sapeva cosa significasse “parlare a bassa voce”, e sin da piccola gridava a un volume tale che Ma’, preoccupata, l’aveva portata a farle controllare l’udito.”  Star da sola si sente persa, anche se ultimamente ne sente quasi la necessità, sente che il rapporto con sua sorella CeCe la sta soffocando. Ha voglia di cambiamento, soprattutto perché CeCe da per scontato che ogni cosa lei faccia le stia bene. Come l’ultima follia: spendere la sua eredità per acquistare un mega appartamento a Londra. Un appartamento molto comodo sì, ma freddo e con poca anima, non certamente come Atlantis, il vecchio maniero di famiglia. Quindi dopo aver parlato con Ally, delle sue disavventure e avventure, anche Star decide di aprire la lettera che le ha lasciato Pa’ Salt dopo la sua morte,  con le sue coordinate. Non deve andare tanto lontano. Le sue origini sono proprio dove si trova, a Londra. Oltre alle coordinate Pa’ Salt le ha lasciato una miniatura di un gatto e un indirizzo, quello della libreria Arthur Morston e un nominativo Flora MacNichol. Ci pensa e ci ripensa Star prima di entrare nella libreria e fare la conoscenza di Orlando Forbes. E qui Star inizia il suo cammino di conoscenza, alla ricerca delle sue origini. Tra vecchi libri antichi, lettere ingiallite, e storie passate che vanno dal Kent al Lake District nel primo novecento. Incroceremo nella storia figure realmente esistite, come Beatrix Potter, Vita Sackville-West e Alice Keppel e le sue figlie Violet e Sonia. Figure passate in qualche modo legate a Star. Conosceremo la bellissima e struggente storia di Flora MacNichol e della sua famiglia, che ci porterà a scoprire quanto potevano essere infidi i meccanismi all’interno dell’aristocrazia inglese nel novecento. Tutto questo porterà Star alle sue origini e a capire cosa possa legarla a Orlando a suo fratello Mouse, a Rory e a Marguerite e alla bellissima magione di High Weald. Come i precedenti capitoli, l’opera è progettata su due livelli. Quello moderno con la voce di Star e degli altri protagonisti, e quello storico con da voce soprattutto a Flora MacNichol e alla sua storia. In questo capitolo della storia,  si ha proprio la sensazione di soffocamento che Star sente nei confronti dell’esuberanza di CeCe. Si sente la sua disperazione per non avere il dono dell’ubiquità per essere in due posti contemporaneamente, lontana e allo stesso tempo a fianco di Cece che le chiede aiuto. Ma è ora per Star di crescere, di lasciare l’ombra di CeCe, che dovrà imparare anche lei a farcela da sola,  e di diventare indipendente e forte, come la sua antenata Flora MacNichol. Voto: 7

mercoledì 25 gennaio 2017

RECENSIONE – Scomparsa di Joyce Carol Oates



Luglio 2005. Carthage, cittadina all’estremo nord dello stato di New York, nella regione degli Adirondack. Una comunità dove tutto sembra essere fermo nel tempo. Dove tutti i segreti vengono nascosti agli occhi degli altri. Dove tutti si conoscono, ma non così bene come sembra. E dove tutti cercano di scoprire tutto degli altri. In questa piccola comunità vivono i Mayfield. Famiglia benestante e molto in vista. Zeno Mayfield, un omone grande e grosso, è stato il sindaco della cittadina. Onesto, affabile. E’ un avvocato e un padre tutto d’un pezzo. Le sue due figlie Juliet e Cressida lo adorano e così sua moglie Arlette. Juliet è da tutti considerata la figlia bella, mentre Cressida che bella sicuramente non è, viene menzionata come quella intelligente. Ma non sono così perfetti come sembrano, non proprio. Soprattutto Cressida è sicuramente molto strana. In questo idillio familiare si inserisce Brett Kincaid, fidanzatino di Juliet; bello come il sole, classico giovanotto americano, tutto sport. Brett e Juliet sembrano la coppia perfetta, finché lui non decide di arruolarsi nell’esercito, dopo la tragedia delle Torri Gemelle. Torna a casa Brett, ma non è più lui. Né nel fisico, né psicologicamente. Ha visto qualcosa di molto brutto in Iraq, è tornato, ma non è più in sé. Prende tranquillanti e psicotici, e Juliet, nonostante tutta la sua carità cristiana è costretta a lasciarlo e ad interrompere i preparativi del matrimonio. La mattina del 9 Luglio Arlette ha un presentimento e si sveglia. Qualcosa non va. Si alza e gira per le stanze, quella di Cressida è vuota. La sera prima era uscita per andare da una sua amica, ma non è mai tornata. Dov’è? Cosa le è successo? Cominciano le ricerche nella riserva di Nautauga, sugli Adirondack. Tutti i volontari sono impegnati. Zeno è con loro. Non ha scelta. Quella è sua figlia e vuole ritrovarla a tutti i costi. Dei testimoni dicono di averla vista in un pub malfamato della zona insieme a Brett Kincaid. Brett sembra essere l’ultimo ad averla vista, ma dov’è andata? Brett non ricorda, non è lucido, viene ritrovato in macchina, col viso graffiato, del sangue sul vetro davanti, e ubriaco. Lui che, con quelle medicine che prende, l’alcool non dovrebbe vederlo nemmeno da lontano. Confesserà di averla uccisa e sepolta nella riserva di Nautauga, ma il corpo della giovane non verrà mai ritrovato. Questo l’antefatto che ci portiamo dietro per ben 200 pagine. Molte digressioni dell’autrice si potevano evitare snellendo la trama. Molte servono ai lettori per riuscire a concatenare i vari piani narrativi della storia. Già, perché questa storia è suddivisa tra i vari personaggi. Ognuno ha la sua voce. Ognuno ha i suoi pensieri, la sua psicologia. Quindi sentiremo Zeno, uomo tutto d’un pezzo, che si sente sconfitto da questa scomparsa. Sente che non può fare nulla e che la sua famiglia si sta sgretolando davanti a lui e non può porvi rimedio. Ma è soprattutto lui, che non si accorge, di star crollando sotto il peso del suo insuccesso. Poi c’è Juliet, che non solo ha visto i suoi piani sentimentali fallire, ma il suo ex fidanzato è anche implicato nella scomparsa di sua sorella, ma non riesce del tutto ad assopire i sentimenti verso quello che è rimasto dell’uomo, del ragazzo che era partito. E nonostante tutta la sua religiosità il suo risentimento è più per Cressida che per Brett. Il narratore fuori campo cattura l’attenzione, rendendo partecipi, fornendo dettagli, svelando pensieri. Non ho apprezzato molto questo romanzo, ci sono talmente tante cose in ballo che l’autrice si è persa nei meandri della sua stessa storia. Tratta tanti argomenti, forse troppi, ma alla fine non ti rimane nulla. E’ contro ogni tipo di guerra? Ce l’ha con il sistema carcerario americano? Ha qualcosa contro la religione? Ma gli argomenti sono poco trattati e quindi risultano insufficienti. Poi, se devo dire la sincera verità, ho odiato da subito la protagonista. Non mi è mai stata simpatica. Cressida ha una personalità borderline. Viene dipinta come quella intelligente ma brutta. Ci viene ripetuto in continuazione, quasi non se ne può più. Anche se non ci viene detto, soffre come minimo di una forma di autismo. Potrebbe essere la più intelligente di tutti, ma appena subisce una critica, si ritira in se stessa e preferirebbe non essere mai nata e preferisce scomparire dalla circolazione, piuttosto che ripresentarsi a casa dopo il suo goffo tentativo di seduzione di Brett Kincaid. Ho trovato inverosimili il salvataggio di Cressida e il suo incontro con l’Investigatore. Non servono a nulla nella trama del libro, se non ad allungare il brodo e a confondere il lettore. Avrei sprecato la carta, per una fine diversa da quella proposta dalla Oates. Insomma, non mi ha per niente convinto. Il tentativo di psicanalizzare tutti i personaggi, quello di voler entrare nelle loro menti, nei loro pensieri, non convince. Tutte quelle citazioni di grandi filosofi, rendono ridondante il tutto. Sarà pure una scrittrice da Premio Nobel (così ho letto), ma a me la sua storia non è piaciuta.  Voto: 5

martedì 3 gennaio 2017

RECENSIONE – The Chemist. La specialista di Stephenie Meyer



Stephenie Meyer ci riprova. Dai vampiri della saga di Twilight, agli alieni di The Host, all’essere umano, ma non proprio umanissimo di The Chemist, la specialista. Già dal titolo si capisce che abbiamo a che fare con qualcosa di chimico, qualcosa di tossico e velenoso. La protagonista della storia è Juliana Fortis, ma nel corso della lettura, da una pagina all’altra avrà tantissimi nomi, da confondere i lettori (sono dovuta spesso tornare sui miei passi per capire chi stesse parlando!)  rendendo la trama frammentaria, saltellante e poco gradevole. Lei è una chimica molto brava, più che altro il suo lavoro è torturare le persone con le sue invenzioni chimiche, le sue droghe. E’ in fuga da ormai tre anni. Anche se per gli altri, le persone normali e i suoi familiari, è morta in un incendio del laboratorio dove lavorava; il governo la cerca, in pratica quelli che un tempo sono stati i suoi capi. Lei e il dottor Barnabis, suo collega, si sono sicuramente imbattuti in qualcosa più grande di loro, lui ci ha rimesso la vita, non senza prima avvertire Juliana che un giorno sarebbe potuto succedere, e lei era preparatissima. La sua vita oggi, è fatta di tantissime identità, di tantissimi posti in cui vivere, nessun contatto umano, e tantissime misure di sicurezza, compresa una maschera antigas e trappole chimiche, mentre dorme. I cattivi che le danno la caccia la ritrovano, nella persona del suo ex capo, Carston. Lui le propone di rientrare nel giro promettendogli la salvezza ed una vita assolutamente tranquilla, di nuovo a lavoro nel laboratorio, ma deve fermare un individuo molto pericoloso, un certo Daniel Beach, che sembra essere un normalissimo professore di inglese e pallavolo in un liceo americano, ma in lui si nasconde un orco, un terrorista. Juliana che ora è Alex, non sa che pesci prendere. Il governo la sta prendendo in giro? Daniel è veramente quello che loro dicono o semplicemente un’esca per farla cadere in trappola? Purtroppo il peso di migliaia di vittime contro la sua sola vita, e gli incartamenti che è riuscita a recuperare, la fanno pendere per i suoi vecchi datori di lavoro. Ma Juliana/Alex vuole uscire dagli schemi, d’altronde continua a non fidarsi di nessuno, quindi elabora un piano tutto suo, contravvenendo a quello impostole da Carston.  Rapisce Daniel  nascondendolo in un luogo isolato. Ma Daniel non cede. Non le dice ciò che lei vuole sentire, quindi comincia ad avere dei seri dubbi che quello che le hanno raccontato non sia vero e soprattutto che Daniel sia la persona giusta, ma che in qualche modo c’entri suo fratello gemello, Kevin. Le vite dei tre personaggi si intrecceranno tra di loro con ricchi di colpi di scena, intrecci, descrizioni, sparatorie, fughe, camuffamenti, rapimenti, cani addestrati, spie amiche e nemiche, forse troppa carne al fuoco per un solo capitolo (che penso diventerà una saga, sigh!). Sono rimasta sconcertata dalla protagonista, una fredda e calcolatrice, che non prova un briciolo di rimorso, ma nemmeno risentimento … sembra apatica in tutto quello che fa. Uno può arrivare a pensare, be’ è il lavoro che fa che l’ha cambiata in quel modo. Ma secondo me un essere umano ha sempre delle emozioni, positive o negative che siano. No, lei non esprime nulla. Tranne quando incontrerà Daniel, e da lì cambierà completamente. E Daniel? Ne vogliamo parlare? Torturato quasi a morire, si innamora della sua torturatrice. Sindrome di Stendhal? No, è stato un colpo di fulmine in metropolitana, prima del rapimento. E nonostante tutti i dolori che le ha fatto passare, rimane ancorato al suo amore. A differenza della protagonista è forse troppo empatico ed emotivo, e non ha nessuna paura a mostrare i suoi sentimenti a chiunque. Sembra fin troppo ingenuo. L’altro componente è Kevin, è completamente l’opposto di suo fratello gemello. Ex agente CIA, quindi molto più addentrato nel mondo di Alex. Molto duro e determinato, coraggioso e super organizzato con i stessi nemici di Alex, i suoi ex datori di lavoro. Le loro storie si intrecciano in azioni di salvataggio e di attacco, fatto di prede che diventano predatori. E il colpo di scena finale, che rivelerà tutto, sarà oltremodo banale, banalissimo, per tutto il casino alzato nella storia. Come ho già detto, troppa carne al fuoco. Una storia che dovrebbe essere trepidante, parte lentissima e poi non da nemmeno un attimo al pensiero. Addirittura nelle prime pagine è difficoltoso capire cosa ci voglia raccontare l’autrice, che non scrive male, per carità, ma è confusionaria, con tutti quei nomi, quei posti, quelle fughe. All’iniziano sembrano fuori luogo e senza senso. E niente, non sono riuscita a farmelo piacere. Avrei sperato in qualcosa di meglio. E’ comunque un libro costruito per farne un film e si vede lontano un miglio. Voto: 5