domenica 28 dicembre 2014

RECENSIONE – LE PAROLE INFINITE DI NORA ROBERTS



Chiamatemi romanticona, ma a me le storie di Zia Nora piacciono, e anche tanto. Finora non ne ho trovata nemmeno una che mi abbia deluso o annoiato o che sia stata di difficile lettura. I protagonisti di questo nuovo romanzo, dove il titolo in italiano non c’entra praticamente nulla, sono Rowan Tripp, tostissima, bella e volitiva pompiere d’assalto della squadra degli Zoulie di Missoula e il sexy ed irresistibile novellino Gulliver (perché?) Curry. I due si ritrovano in una calda estate nella base di Missoula, tra foreste e montagne, paradisi naturali da difendere dagli incendi. Ma la loro vita è dura perché ogni volta che la sirena suona devono essere pronti per essere paracadutati nel cuore di ogni incendio, mettendo a repentaglio la propria vita. Ognuno di loro deve essere capace di pensare a se stesso, ma ognuno di loro deve anche fidarsi dei propri compagni. Rowan è una dei migliori Zoulie. Respira quell’aria da sempre, perché anche suo padre era uno di loro e si è appena ritirato in pensione. Lei è refrattaria ad ogni tipo di legame dopo la delusione più grande: l’abbandono di sua madre. Ma tra lei e Gull si instaurerà un fortissimo legame, dapprima di rispetto reciproco, poi di un fortissimo sentimento, nonostante la sua regola ferrea di non frequentare colleghi. Ma Gull ha qualcosa di diverso che l’attira come una falena verso la luce. Tra un battibecco e l’altro, tra una gara di shot e l’altra, tra una scazzottata in un bar e una corsa di allenamento, oltre agli incendi gli Zoulie dovranno vedersela con qualcuno che ce l’ha con loro. E’ un piromane assassino da cui dovranno difendersi per non rischiare le loro vite. Come al solito la Roberts sa mischiare il romanticismo alla suspense tanto da far risultare il libro tirato fino alle ultime pagine. Sorvolando sull’orrendo e inutile titolo che non ha nulla a che fare con la storia (il vero titolo è Chasing Fire), siamo davanti ad un bel libro. Bene i personaggi principali, ma anche i secondari che non si limitano a restare ai margini della storia, ma ne fanno parte integrante, rendendola piacevole e ammiccante. Voto: 7+

RECENSIONE – Patagonia Express di Luis Sepùlveda



Prima opera che leggo di Sepùlveda, anche se è uno scrittore affermato con milioni di lettori al seguito. Le sue opere finora non mi hanno mai attirato e c’è voluto il Book Jar per poter leggere qualcosa di suo. Complici i luoghi di cui il racconto parla e che da sempre vorrei visitare, il libriccino non mi è per niente dispiaciuto. Lo scrittore cileno in esilio, conosce a Barcellona Bruce Chatwin e tra una bevuta e l’altra accetta, appena potrà ritornarvi, di accompagnare lo scrittore inglese in un viaggio in Patagonia sulle orme dei due fuorilegge americani Butch Cassidy e Sundance kid, che terminarono la loro “carriera” in America Latina. Ma Sepùlveda quel viaggio lo farà da solo. Chatwin, avrà già intrapreso “quel viaggio inevitabile”, un lungo viaggio attraverso montagne e mari infiniti. Quindi lo ritroviamo in attesa, dopo la fine dell’esilio, nel porto di Chonchi, sulla grande isola di Chiloè, pronto per imbarcarsi sul Colono ed iniziare il viaggio, con la sua Moleskine al seguito, per appuntare tutto ciò che vedrà, tutto quello che sentirà. Conoscerà nel suo giro una umanità molto variegata. Leggenda e realtà si confonderanno spesso, ma le cose essenziali non si perdono mai di vista. L’autore si ritroverà a riscoprire se stesso, in tutte le persone che incontra e all’interno delle loro storie. E’ un viaggio interessante nel sud del mondo, dove tutto e tutti hanno un significato, non esiste l’indifferenza e ogni storia è degna di essere narrata. Bellissimi i paesaggi raccontati dallo scrittore, tanto da farmi spulciare ad ogni nuovo luogo le immagini su Google (molte persone dicono che dopo aver letto questo libro hanno desiderato mettersi in viaggio per la Patagonia, per me non è così… E’ un sogno ricorrente che faccio da tempo, anche prima di questo libro). Racconto dai toni lenti e pacati, la storia si rivela al lettore come un cammino di riscatto per ritrovare la perduta voglia di vivere, cercata proprio là, dove il mondo sembra finire. Voto: 7

lunedì 22 dicembre 2014

RECENSIONE – Carne e sangue di Patricia Cornwell



Ventiduesimo volume dedicato all’anatomopatologa Kay Scarpetta. E’ il giorno del compleanno della Dottoressa Scarpetta e lei e suo marito stanno indugiando in giardino prima di partire per la vacanza regalo a Miami che quest’ultimo ha pensato per la moglie. In un momento la storia si ribalta e da una giornata di sole tranquilla diventa una giornataccia. Kay nota sette centesimi disposti in fila sul muro perimetrale del suo giardino. Sono tutti lucidissimi, tutti di rame, tutti messi di testa, e tutti del 1981. E’ una situazione stranissima, ma Kay non ha modo di pensarci su troppo perché Pete Marino la chiama sul cellulare. C’è stato un omicidio in pieno centro, hanno ucciso un professore di musica delle scuole superiori. Non ci sono testimoni. L’omicidio verrà ricondotto ad altre due storie simili successe qualche mese prima a Morristown, nel New Jersey. Gli omicidi sono compiuti da un cecchino infallibile che prende di mira persone che apparentemente non hanno legami tra loro, ma tutti portano, in un modo o in un altro a Kay Scarpetta e soprattutto alla sua geniale nipote Lucy. L’unica traccia che hanno a disposizione è un bossolo ritrovato nel corpo della vittima. E’ un bossolo particolare. E’ fatto di rame e ha un numero inciso sopra. Kay Scarpetta dovrà mettere in moto il suo intuito eccezionale, quello che lei stessa definisce “il fattore Scarpetta”, per riuscire a venire a capo della storia. Riuscire finalmente a comprendere cosa e chi ci sia dietro a questi omicidi.  Romanzo a dir poco ingarbugliato. Come al solito gli ultimi libri della Cornwell continuano a non piacermi affatto. Si perde in dettagli inutili, come sprecare 10 pagine di libro a parlarci del traffico bloccato per via dell’arrivo del presidente Obama, e di Marino che le tenta tutte per arrivare comunque in ritardo al CFC. Marino sempre più arrabbiato. Sua nipote Lucy che sembra avere il mondo in mano, data la sua super intelligenza, che invece si fa cupa e buia perché non riesce a risolvere i suoi problemi. Notizie che sfuggono al controllo, e-mail taroccate, password rubate… Il mondo di Kay Scarpetta sembra sempre più sottosopra. Tutti tendono a nasconderle qualcosa, compreso suo marito Benton Wensley, e lei si infuria sempre di più. Torneranno fantasmi da un passato prossimo e stavolta la Cornwell ci lascerà con i puntini di sospensione nell’attesa del suo prossimo romanzo… sperando che non sia come questo, confusionario in ogni suo aspetto, con la protagonista diventata sempre più pedante, piagnucolosa e destabilizzata. E se lo dice anche da sola nell’arco della storia per bocca del fido Pete Marino. Probabilmente è ora che i personaggi vadano in pensione e che la scrittrice si inventi qualche altra cosa e ritrovi la sua vena creativa di tanto, ma tanto, tempo fa. Voto: 5

venerdì 19 dicembre 2014

RECENSIONE – La lingua del fuoco di Don Winslow


Don Winslow è sicuramente uno dei più significativi autori di thriller di questi anni. Se paragonata al “Potere del Cane” e a “L’inverno di Frankie Machine”, “La lingua del fuoco” si può considerare un’opera minore, ma possiede una forza raramente riscontrabile nei thriller che ho letto negli ultimi tempi. Winslow riesce a stupire cambiando meccanismi e spunti a ogni libro pur restando fedele a se stesso e alle sue passioni, tra cui il surf, e ad un certo disincantato romanticismo che accomuna tutti i suoi personaggi da Bobby Z a Art Keller, da Frankie Machine a Boone Daniels fino a Jack Wade. Il mondo si restringe ad una tavola da surf, una longboard, e alla ricerca della Grande Onda. E’ una mitologia che se ben sfruttata, fa già metà del romanzo. L’altra metà è la capacità di Winslow di costruire l’intreccio letterario, che pare dividersi in mille rami, ma è comunque saldamente nelle sue mani. Il gioco di fili, ti porta in una direzione e ti lascia spesso a bocca aperta, perché tutto si ricollega piano, piano mentre la storia subisce svariati capovolgimenti da una pagina all’altra. La storia inizia con un “semplice” incendio, dove una donna viene trovata morta nel suo letto. La polizia liquida la faccenda come un incidente accidentale. La donna, Pamela Vale,  si è addormentata ubriaca con la sigaretta in mano. Ma Jack Wade non la pensa allo stesso modo, secondo le prove da lui raccolte minuziosamente, la donna è stata uccisa prima che l’incendio avesse inizio, quindi è omicidio e l’incendio è solo una scusa per coprirlo. Jack Wade è un ex rappresentante  delle forze dell’ordine, allontanato perché accusato di adottare metodi poco ortodossi, anche se utili all’incriminazione dei colpevoli. Specializzato in tutto ciò che riguarda gli incendi, si è reinventato perito di una grossa compagnia di assicurazioni. Jack, tra le poche passioni che coltiva, c’è la sua ora di surf all’alba, sulla sua longboard, e l’altra è il suo lavoro, perché come gli diceva suo padre: “E’ importante fare bene il proprio lavoro”. Quando Jack si imbatte in una richiesta di risarcimento danni come quella presentata di Nick Vale, dà prova di essere una vera star del fuoco. Nick Vale, è secondo Wade , l’accusato principale. Lui è il marito della donna, che gli aveva appena chiesto il divorzio e non ha perso nemmeno un secondo a richiedere il risarcimento dei danni, nemmeno il tempo di far raffreddare letteralmente il corpo della sua povera moglie.  Ma la cosa non è così semplice. Entrano in scena gangster, traffici interraziali, frodi  assicurative, un variegato panorama di personaggi che recitano tutti la loro parte per avvincere e stupire. E Winslow non sbaglia un passaggio, non perde una sola occasione per toccare le corde del lettore. E così tutto tiene, tutto ti costringe a leggere pagina dopo pagina. Una cosa è certa: Winslow dimostra di essere non solo un bravo intrattenitore, ma anche uno di quegli scrittori “molto attesi”, di quelli che dopo aver letto un suo libro ci si chiede quanto si dovrà aspettare affinché ne esca un altro. “La lingua di fuoco” non delude, e risulta superiore alla precedente “La pattuglia dell’alba”. Gli intrecci narrativi sono molteplici e relativi a contesti disuniti che s’innestano alla perfezione nel corpo della trama primaria. Winslow denuncia un’intera economia sommersa che ruota attorno alla categoria del risarcimento danni, mantenendo alta l’attenzione del lettore con continui colpi di scena e facendo una vera e propria disamina del fuoco. Voto: 7,5/8

martedì 16 dicembre 2014

RECENSIONE – Vittime del peccato di Brenda Joyce



New York, 1902. Anche in quei tempi la città era tutt’altro che tranquilla. Il romanzo si apre, infatti, con la scoperta di un omicidio. Una giovane donna è morta con il collo tagliato. Il modus operandi fa pensare ad un serial killer, Il Coltello, che finora si era limitato a ferire, ma ora ha valicato quel limite. A condurre le indagini c’è il commissario di polizia Rick Bragg coadiuvato dall’investigatrice privata, ed ex fidanzata, Francesca Cahill. I sospetti che i due hanno nell’indagare spaziano tra ex mariti, fidanzati e pretendenti. Il Coltello è ovviamente qualcuno che odia le donne, soprattutto se irlandesi, rosse di capelli e che abbiano avuto un matrimonio finito male. Presa dall’indagine Francesca coinvolgerà gli uomini della sua vita. L’attuale fidanzato il magnate Colder Hart, nonché fratellastro dell’ex fidanzato e commissario Rick Bragg. Come prassi vuole, (non c’è dato di sapere perché) i due si odiano a morte. Questo sarà spesso causa di scontri tra la ragazza e il suo attuale fidanzato che pensa sia ancora innamorata del fratellastro e soffre di gelosia acuta. Colder ha un passato non proprio limpido. E’ stato fino ad allora un libertino incallito e la famiglia di Francesca non vede di buon occhio questo fidanzamento, arrivando addirittura a cercare di impedirlo. I guai di Francesca però, non sono solo a livello sentimentale. Il killer le ha lanciato una sfida, perché anche lei è vista come una donna di facili costumi ed una traditrice e la sua stessa vita verrà messa a rischio. Riuscirà Francesca con la sua solita caparbia ostinatezza a salvare un’altra ragazza dalla morsa del Coltello, a salvare se stessa e il suo fidanzamento e a ricomporre il matrimonio del suo ex con sua moglie? Romanzetto banale, senza pretese. Anzi… si nota soprattutto che la casa editrice ha dimentica di pubblicare le storie precedenti, visto i continui (e fastidiosi) riferimenti che l’autrice ne fa nella storia. Si può tranquillamente evitare di leggerlo. Voto: 4

martedì 9 dicembre 2014

RECENSIONE – L’orribile karma della formica di David Safier




Kim Lange è una presentatrice di un talk show di successo in Germania. Ha tutto per poter essere una donna felice, ma non lo è. Ultimamente è insoddisfatta. Ha un marito Alex e una figlia di 5 anni Lilly, ma la sua vita lavorativa e la sua voglia di successo non le permettono di stare con loro, più che altro non le interessa. Come al solito non ha avuto nemmeno il tempo di comprare un regalo per il compleanno di Lilly che compie 5 anni, e ha deciso di non perdersi la premiazione per il miglior presentatore dell’anno, piuttosto che presenziare alla festa della figlia. D’altronde c’è Alex a pensarci. Lui fa il casalingo e si occupa di tutto, ma è da un po’ che non vanno più d’accordo, nemmeno a letto. Durante la premiazione, causa lo sbaglio nella consegna del vestito, Kim fa una pessima figura in eurovisione, mostrando a tutti il suo didietro e nonostante la vittoria del premio lei non è affatto contenta e si rifugia in lacrime nella sua stanza d’albergo. Il suo collega Daniel la raggiunge per confortarla e tra un bicchiere di champagne e l’altro, Kim dimentica tutto, figlia e marito compresi. Dopo aver fatto sesso con Daniel si concede una boccata d’aria sul terrazzo dell’albergo, ma sfiga vuole che dei pezzi di un satellite impazzito, piombino proprio in quel momento sulla terra, e uno di quelli la prenderà in pieno. Kim muore e il suo karma fa talmente schifo che si ritrova reincarnata in una formica. D’altronde ha tradito il marito, ha trascurato sua figlia e ha investito tutti i suoi risparmi nella ristrutturazione della mega villa in cui abitava, quindi li ha anche lasciati senza un soldo. Nonostante la vita da insetto non sembri fare per lei, con l’aiuto dell’aitante Giacomo Casanova, anche lui trasformato in formica, riesce a ritornare a casa e ad assistere al suo banchetto funebre, ma incredibile, trova nel suo salotto Nina, la sua ex migliore amica, quella che tentò fino all’ultimo di rubarle Alex, che in questo momento è troppo debole per difendersi dalle sue attenzioni. Kim a questo punto deve tentare la difficile risalita da insetto ad essere umano, passando per una serie di altre, orribili forme animali. Riuscirà a rientrare nel corpo di una donna e a riconquistare il marito, prima che questo finisca definitivamente nella braccia della sua ex migliore amica? Questo libro è molto, ma molto originale. Molte persone mi avevano consigliato di leggerlo, dicendo che era molto diverte, da morire dal ridere. Certo non è proprio così. Si sorride, non ci si sbellica. Però è l’originalità dell’argomento, delle avventure che la povera Kim in compagnia di Giacomo Casanova si ritrova a vivere, passando da formica a criceto, da criceto a mucca, da mucca in lombrico, da lombrico in scoiattolo e infine in beagle ad essere modo divertenti. E’ un’avventura, un viaggio che la protagonista deve ripercorrere per trovare la via del Karma positivo. La protagonista “cresce” attraverso i propri errori. Il bene è la chiave di tutto. Ma per capire fino in fondo il messaggio di Buddha (che lo si trova ogni volta che Kim si reincarna sotto svariate forme) la protagonista dovrà imparare dai propri errori a produrre energia positiva fino a risalire la china e a divenire di nuovo un essere umano e poter stare con la sua famiglia. Ma le buone azioni dovranno essere fatte con il cuore e se prima le costava una fatica disumana, pian piano inizia a diventare una parte di lei. Kim è un personaggio negativo e positivo insieme. Non si perde d’animo nemmeno quando si trova reincarnata in un lombrico. Non perde mai carisma e non frena i suoi commenti acidi e pungenti quando parla con Buddha. Diventa pronta ad affrontare ogni sfida che le si pone davanti, pur di veder ricompensata la sua fatica. Libro che sparge ottimismo in ogni pagina, simpatico e divertente con qualche piccola perla di saggezza sparsa qua e là. Voto: 7

RECENSIONE – Il mistero dei giardini di Hampton Court di Julia Stuart



Siamo nella Londra di fine Ottocento. La protagonista principale del nostro romanzo è Sua Altezza Alexandrina, detta Visù, figlia del maharaja di Prindur. La troviamo subito nella pagina più infelice della sua vita. Suo padre, il maharaja, è appena morto e deve affrontare la dipartita del suo illustre genitore, con tutto quello che ne consegue. Avendo vissuto all’oscuro di tutto quello che il suo genitore aveva combinato fino a quel momento, si ritrova priva di sussistenza, costretta a vendere il palazzo dove fino ad allora aveva abitato e a licenziare tutti i domestici, tranne la fida Pooki, cameriera tuttofare. Grazie all’interessamento della Regina Vittoria, anche se considerata da lei e da suo padre una ladra (non le ha mai restituito i gioielli di famiglia), ha la possibilità di trasferirsi in un piccolo palazzo di Hampton Court, ex dimora reale, dove ci sono altri abitanti come lei. Ex nobili decaduti e ridotti in povertà, vedove di guerra, e personaggi davvero curiosi ed un medico condotto, il dottor Henderson, davvero fuori dalle righe. L’evento chiave della vicenda accade durante il Pic-nic della vigilia della Pasqua, quando i residenti si riuniscono in uno dei giardini privati del palazzo per sfuggire alle orde dei turisti che lo invadono nei giorni di vacanza. Tutti i residenti debbono portare qualcosa, e Visù è incaricata di portare un pasticcio di piccione. Dovrà fare una piccola differenza per il generale George Bagshot, uomo odiato da tutti i residenti, all’uomo non piace l’uovo, quindi avrà un suo pasticcio a parte. Pooki, prepara amorevolmente i due pasticci, ma il generale muore mangiandolo. A seguito di un’indagine si scopre che l’ex militare è morto avvelenato dall’arsenico, e l’unica indiziata è Pooki, la cameriera della principessa. Pur di non far incolpare la sua Pooki, Visù comincia ad indagare per conto suo, scoprendo incredibili notizie su tutti i personaggi che abitano il palazzo; dai nobili abitanti fino al più umile dei giardinieri, al guardiano della vite, e al guardiano del labirinto, tutti sembrano avere avuto un movente per liberarsi del generale, un uomo risultato sgradevole da subito alla stessa principessa. Chi ha ucciso il generale e soprattutto perché? E’ una vendetta? Qualcuno ha qualcosa da guadagnarci? Numerosi sono gli equivoci e i misteri attorno ai personaggi. Libro molto carino davvero, e si sorride leggendolo. Da gustare fino alla fine. Ho trovato la narrazione molto accattivante. E’ un giallo vittoriano, che però, da spesso l’idea di una commedia surreale. Divertente e non scontato, una piacevole sorpresa. Le ambientazioni sono descritte alla perfezione, d’altronde l’autrice, mentre scriveva il romanzo, ha soggiornato proprio nel palazzo di Hampton Court, famosissimo per i giardini e il suo labirinto. Voto: 7

venerdì 5 dicembre 2014

RECENSIONE - TROPPO TARDI PER LA VERITA' di Gianni Simoni

Ennesima avventura della squadra di Polizia della Mobile di Brescia, con i noti personaggi del Giudice Petri e dei due Commissari Miceli e Bruni. In questo suo ultimo libro Simoni, ci racconta un’altra storia in cui gli indizi portano a sospettare di diverse persone. Quello che apparentemente sembrava un incidente stradale con investimento da parte di un pirata della strada, rivela nascondere molti segreti. L’uomo investito è senza documenti, e talmente sfigurato da non riuscire ad essere identificato. L’automobilista che l’ha investito, forse impaurito dalle conseguenze di quello che ha fatto, è fuggito. Ma ci sono due testimoni che raccontano alla Polizia Stradale l’accaduto. Ma l’abilità del Sovrintendente Salvatore Armiento (spero di ritrovarlo nelle prossime storie!), uomo minuziosissimo nel suo lavoro, fa scoprire che non è un banale incidente stradale, ma ha ben altro dietro. Armiento non si lascia ingannare dall’apparenza e inizia ad indagare da solo. I due testimoni dell’incidente, si dileguano, dopo aver rilasciato di nuovo testimonianza e confermando quello che avevano visto il giorno prima. Si presenta anche il presunto pirata insieme al suo avvocato, pentito di come si è comportato e per raccontare la sua versione dei fatti. Ma qualcosa nelle sue dichiarazioni non conferma quello che hanno visto i due testimoni, e soprattutto con un altro testimone fattosi avanti dopo aver letto dell’incidente sui giornali, che forse sembra il più attendibile degli altri, e cambierà le sorti delle indagini. Il caso passerà da essere un omicidio colposo, ad omicidio volontario e finirà nelle mani del Commissario Bruni che oltre all’aiuto del Giudice Petri e del Commissario Miceli, e ai vari soliti comprimari, avrà quello del giovane Sovrintendente Armiento, distaccato per il caso, alla Squadra della Mobile. Riusciranno a risolvere il mistero. Simoni come al solito, non si occupa solo di risolvere il caso e di trovare il colpevole, ma analizza in profondità i caratteri dei vari protagonisti. Il personaggio del Sovrintendente Armiento è molto ben caratterizzato, e il fatto che sia ancora capace ad arrossire è fantastico! La scrittura è come sempre scorrevole e il libro si lascia leggere facilmente. Il lettore è spronato ad andare avanti, per scoprire, insieme ai protagonisti il risvolto della storia, che non è mai quello che si può immaginare. Voto : 7

lunedì 1 dicembre 2014

RECENSIONE – LO HOBBIT di J. R. R. Tolkien



Se pensate ai film di Jackson prendendo in mano questo volumetto, vi avviso che state leggendo qualcosa di completamente diverso. Quindi se cercate le mirabolanti avventure narrate nei film, questo non è il libro giusto. Lo lessi per la prima volta a quattordici anni; me lo ricordavo molto diverso. Letto oggi è un altro libro. A differenza de “Il Signore degli Anelli”, “Lo Hobbit” è una storiellina carina, qualche volta divertente, ma certamente non un grossissimo capolavoro. Il protagonista è Bilbo Baggins, un hobbit della Contea. In un normalissimo giorno nella Contea, Gandalf lo Stregone, si presenta alla porta di casa Baggins. Lui è un vecchio amico di un suo zio dalla parte dei Tuc. Gli chiede di partecipare ad un’avventura, ma come ci verrà spesso ricordato, gli hobbit sono tipini molto casalinghi a cui non piace proprio spostarsi dalla loro comoda casetta, anzi è visto come una cosa da pazzi. Quindi, anche Bilbo che non è proprio avvezzo alle avventure, anche se tra i suoi parenti qualche scellerato vi è stato, rifiuta decisamente la proposta di Gandalf. Ma Gandalf, in qualche modo oscuro, sa che Bilbo è la persona giusta per completare la compagnia di nani guidata da Thorin Scudo di Quercia. Decide quindi per lui, lasciando un segno sulla sua porta di casa, in modo che i nani possano comunque trovarlo. Dopo una traumatizzante serata con un’orda di nani, che mangiano tutto ciò che lo hobbit ha in dispensa, Bilbo decide di entrare nella compagnia iniziando il viaggio che sarà denso di pericolose avventure. Lo scopo del viaggio è quello di recuperare il tesoro dei nani rubato molto tempo addietro dal drago Smaug e quindi uccidere lo stesso, terribile drago. “Lo Hobbit” è molto diverso da “Il Signore degli Anelli”, ed è quasi una favola per ragazzi, anche per il linguaggio semplicistico utilizzato e per la poca caratterizzazione dei personaggi e il fatto di essere stereotipati (lo hobbit è un pantofolaio, i nani mangiano tanto, sono avidi e anche poco coraggiosi, gli stregoni sono misteriosi e sfuggenti). Comunque rimane una lettura piacevole, soprattutto per chi volesse avventurarsi, con calma, nel mondo tolkeniano. Voto: 6,5

giovedì 27 novembre 2014

RECENSIONE – Anna vestita di sangue di Kendare Blake




Esordio per questa autrice nel mondo dello young-adult. So che qualcuno odia questo genere di romanzi, ma a me tocca leggerli uguale!  Devo dire, nonostante la storia sia propriamente ideata per le ragazzine, che l’autrice non fa per niente una brutta figura, anzi. Molto più storia gotica che young-adult, anche se i protagonisti sono comunque dei ragazzini di diciassette anni. Kendare Blake ha creato una storia in cui il confine tra i vivi e morti è più sottile di quanto si potrebbe immaginare, in cui la vendetta è il piatto forte e riempie di vita anche le ombre dei cadaveri e in cui l’oscurità e l’amore non sono poi così diversi. Con le sue connotazioni horror e la sua brillante narrazione, la Blake ha dato vita ad una storia originale. Il protagonista è un cacciatore di fantasmi, Teseo Cassio “Cas” Lowood, che con il suo fedele pugnale,”l’athame”, ereditato dal padre, riesce a uccidere gli spettri assetati di vite umane. Cas però è un diciassettenne e non bisogna dimenticarlo. Non è facile per lui essere sempre in viaggio, sempre con lo zaino in spalla, viaggiando di città in città per svolgere il suo lavoro, accompagnato solamente da sua madre, una strega “bianca” e dal fedele gatto nero avvistatore di fantasmi “Tebaldo”. Nel mondo di Cas i fantasmi, in modo particolare quelli  uccisi da morte violenta, sono delle creature divorate dal bisogno di uccidere chiunque gli si avvicini, per infliggere il loro stesso dolore. Cas ha un potere particolare che glieli fa vedere e riconoscere, ma soprattutto riesce ad ucciderli di nuovo, grazie all’eredità lasciatale dal padre ed al suo pugnale che porta sempre con se. Cas è un bel personaggio. Non è il solito supereroe tutto muscoli, anzi. Ha tutti i difetti che hanno i ragazzini di diciassette anni. E’ ossessionato dalla morte di suo padre e ne vorrebbe vendicare la morte. Sboccato, autoironico e davvero molto umano, Cas sa davvero come entrare in sintonia con il lettore. La nuova missione che lo aspetta, dopo anni di lotta ai fantasmi, è quella di annientare il fantasma di Anna vestita di sangue. Fantasma che vive a Tunder Bay e che appartiene ad una ragazza morta a sedici anni nel 1958. Anna stava andando al ballo della scuola, ma venne uccisa da qualcuno, che le tagliò quasi la testa. Il fantasma di Anna si presenta con lo stesso vestito con cui è morta, ma intriso del suo sangue, da questo il nomignolo. Dopo la sua morte, Anna ha straziato e ucciso chiunque abbia messo piede nella sua vecchia casa e per ora è invincibile. Cas deve ucciderla di nuovo, prima che Anna commetta altri omicidi. Ma Anna non è un semplice fantasma. Anna è un appuntamento con il destino che cambierà la vita non solo di Cas, ma anche quella di altre persone, altri ragazzi che potrebbero essere gli amici che Cas non ha mai avuto finora. La sua squadra diventerà inaspettatamente folta e variegata e, tra stregoni voodoo, telepati e cheerleader agguerrite da gestire, Cas avrà decisamente molto di cui preoccuparsi. Ma quello che lo metterà più in difficoltà sarà la stessa Anna, che non essendo un fantasma come gli altri è capace anche di strapparti il cuore e farlo a pezzi. Anna vestita di sangue è un romanzo, carismatico, ironico e coinvolgente. La storia è violenta e sanguinosa, piena di scene forti e terrificanti, magistralmente descritte dall’abile penna della Blake. Tuttavia, per quanto cruento possa essere, adrenalinico e anche un po’ scurrile,  il romanzo risulta essere incredibilmente suggestivo e poetico. Kendare Blake ha saputo creare due personaggi, Cas e Anna, per cui fare il tifo. Sono agli opposti, ma si attraggono, e nonostante tutto l’amore può nascere anche nella lotta per la redenzione. Anna è una figura tragica e terrificante al tempo stesso, è una spietata assassina nella parte del fantasma, ma riesce a tornare una ragazzina al cospetto di Cas. La sua storia farebbe vacillare chiunque, anche il più intrepido dei cacciatori di fantasmi, che vive per la vendetta e non crede nelle seconde possibilità. I due si ritroveranno a lottare insieme contro i propri demoni superando dei limiti che non avrebbero mai creduto possibile valicare. L’autrice ha saputo mescolare, senza mai abbandonare il suo stile fresco e dissacrante, horror, paranormale, riti voodoo e maledizioni di ogni sorta. Lo stile è ricco e dettagliato,  i tempi narrativi sono vincenti e i personaggi secondari sono interessanti e ben costruiti. Il finale è decisamente inatteso, ma lascia una porta aperta per un secondo capitolo. Adatto per lettori dai 15 ai 17 anni. Voto: 7 

lunedì 24 novembre 2014

RECENSIONE – La pattuglia dell’alba di Don Winslow


Boone Daniels è un ex poliziotto, ora investigatore privato. E’ un uomo che non chiede molto alla sua vita, se non quella di poter uscire all’alba insieme ai suoi amici a surfare e quello di mangiare qualche tortilla ripiena di carne, uova o pesce. Perché non c’è niente di meglio che una buona tortilla. Tutto si svolge a San Diego, Pacific Beach la capitale del sole e dei surfisti. In un giorno qualunque, quello che sta per precedere un giorno speciale, si presenta alla sua porta l’avvocato Petra, donna bellissima, ma fredda, distante e tutta d’un pezzo. Chiede a Boone di ritrovare, per conto di una compagnia assicurativa, una spogliarellista, teste chiave in un caso di truffa. Boone, sempre a corto di soldi, accetta, sperando di risolvere il caso al massimo entro quarantotto ore, prima che a Pacific Beach sia invasa dai più grandi surfisti del mondo, per l’arrivo della più imponente mareggiata degli ultimi decenni. Ma San Diego è molto vicina al Messico, e niente è mai facile come appare. Ci vuole molto poco, perché una banale indagine diventi una discesa all’inferno che obbligherà Boone a fare i conti con il proprio passato. Dopo il nerissimo “Il potere del cane” Don Winslow sforna un solare lavoro dalle atmosfere diametralmente opposte. La pattuglia del titolo non riguarda un manipolo di poliziotti federali, bensì un gruppo di surfisti, che ha eletto la tavola come loro religione. I sei, si riuniscono all’alba sulle spiagge di San Diego con un unico obiettivo, quello di trovare il loro stesso io all’interno dell’onda”. E quale migliore occasione se non quella della più grossa mareggiata degli ultimi vent’anni? L'altra pattuglia è formata da un gruppo di bambine messicane fra i dieci e i quattordici anni, che camminano nella foschia del mattino incontro ai loro clienti: sono state importate clandestinamente per essere vendute come prostitute, e vivono nei campi di fragole, come nella versione velenosa di una canzone dei Beatles. Boone è il capo della prima pattuglia. Dopo un passato in polizia, si è reinventato investigatore privato e il caso che ha in mano presenta notevoli sfaccettature. La storia di Winslow si rivela divertente, senza i toni drammatici del precedente lavoro. Nelle prime cento pagine la storia appare poco intrigante, tanto si impegna l’autore a spiegarci la filosofia del surf, dei surfisti e della loro storia. Nelle successive è difficile staccarsi dalla lettura. Se solo Winslow si fosse soffermato un po’ meno sulle descrizioni esageratamente minuziose dei luoghi, e avesse usato un po’ della paraffina che usano i suoi surfisti per rendere più scorrevoli le pagine, si potrebbe parlare di un grandissimo romanzo. In ogni caso è “quasi” perfetto.
Voto: 8

martedì 18 novembre 2014

RECENSIONE – Il mistero del lago di Nora Roberts



Eccomi di nuovo sprofondata in un romance-crime della Roberts. Probabilmente questo era uno dei primi tentativi, perché tra quelli che ho letto è il meno bello, ma nonostante sia un po’ più noioso degli altri, che la trama non sia proprio incalzante e forse un po’ troppo lenta, negli ultimi capitoli si riscatta, aggiungendo un po’ di velocità proprio con l’andare della storia. Reece Gilmore è una ragazza di quasi trent’anni e sta fuggendo da un passato non proprio felicissimo: è l’unica sopravvissuta di una terribile strage, e sta cercando di lasciarsi alle spalle quella terribile storia, che le ha causato non pochi problemi. Nel suo vagabondare alla ricerca di se stessa, Reece si ritrova, per un problema alla macchina ad Angel’s Fist, piccolo paesino del Wyoming, dominato dalle vette dei monti Titons. Visto il suo continuo vagabondare è sempre a corto di soldi, e per riparare il guasto della macchina è costretta a cercare qualcosa da fare immediatamente. E incredibile ma vero, trova proprio il posto adatto a lei. Il cuoco di un dinner del paese se n’è appena andato, e lei può prendere il suo posto. L’unico ostacolo sono i suoi demoni personali. Comincia a farsi apprezzare dalla gente del paese, anche se più di qualcuno la considera strana, e più di qualcuno cerca di carpirne i segreti. Le uniche che riescono ad abbattere un po’ le sue barriere sono Joanie, la padrona del dinner, e la cameriera Linda-gail. Conosce anche Brody, scrittore in trasferta, che ha un caratteraccio e sembra essere una delle prede più ambite dalle donne del paese, insieme al figlio di Joanie, Lo. Ma sono forse proprio Joanie e Brody, con il loro comportamento spontaneo, che non cercano di indorarle la pillola, a far breccia nella coscienza di Reece. Un giorno durante un’escursione solitaria, Reece assiste ad un omicidio. Considerato il suo passato nessuno sembra crederle, tranne Brody, Joanie e Linda-gail. Qualcuno ad Angel’s Fist, da quel momento in poi, giocherà con le sue paure, con la sua mente. Sarà in grado Reece di affrontarle e combatterle? “Il mistero del lago” è un romanzo scritto come al solito benissimo dall’autrice Nora Roberts. Come ho già detto in precedenza, è forse il meno bello dei suoi crime-romance, ma non manca certo di mistero e suspense, che si concentrerà specialmente nella seconda parte, con nuove rivelazioni, avvenimenti importanti e il coinvolgimento di personaggi insospettabili. Bellissima la descrizione dei paesaggi, del paesino sul lago, con lo sfondo dei fantastici e possenti monti Titons. Come sempre la Roberts fa partire la rinascita del personaggio principale, in un paesino sperduto, tra la natura gioiosa ma anche dura, tra persone abituate a stare nel ristretto ambiente di un piccolo paese, abitato da poche anime, dove tutti si conoscono e sanno tutto di tutti. E sarà proprio questo il problema. Può essere che un abitante di Angel’s Fist sia un assassino? O è preferibile non credere ad una persona che ha avuto problemi psicologici ed è una straniera? Belli i personaggi secondari, dalla scorbutica Joanie, da cui Reece troverà un vero conforto, a Brody con cui tornerà a sperimentare l’amore e la passione, a Linda-gail con la quale tornerà a divertirsi e a ritrovare il sostegno di una vera amica. Reece è un personaggio complesso e alquanto tormentato. Fin da subito sentiamo la sua angoscia, la sua paura e ci immergiamo nelle sue ossessioni e nei suoi incubi. Ma si rivelerà anche una persona tenace, capace con l’aiuto, soprattutto di Brody, di non sprofondare di nuovo nel baratro della sua instabilità emotiva, e non si lascerà abbattere dai pregiudizi della gente. La Roberts riesce di nuovo a mantenere viva l’attenzione del lettore, costellando le sue pagine di inquietudine, apprensione e una dose ben misurata di mistero. Ti cattura con una girandola di eventi imprevisti, personaggi speciali, intrecci ed ambientazioni suggestive. L’unico appunto da fare alla Roberts è: ma come cavolo ti è venuto in mente di chiamare un personaggio Linda-gail? Voto: 7,5 per il romanzo. Voto: 4 per il nome Linda-gail.

giovedì 13 novembre 2014

RECENSIONE – UCCIDI IL PADRE di Sandrone Dazieri


Primo romanzo che leggo di questo scrittore, e anche se questo è il suo primo thriller, Sandrone Dazieri è famoso per il personaggio del Gorilla protagonista degli altri suoi romanzi. La storia ruota intorno a tre personaggi. La prima che incontriamo è Colomba Caselli, ufficiale della polizia di stato. E’ in convalescenza, indebolita e traumatizzata dopo un incidente professionale, che viene chiamato “il Disastro”. Viene ricontattata dal suo capo per visionare il luogo di un omicidio. Colomba non sa perché Rovere vuole che sia lei a seguire esternamente questa indagine. Tanto più che tutti gli indizi portano già ad un colpevole, tanto che il magistrato De Angelis e il capo del SIC, Santini, non perdono tempo a cercarne un altro. Il colpevole dell’omicidio di sua moglie e della sparizione di suo figlio è Luca Maugeri, l’uomo che la polizia ha trovato in stato confusionale sul ciglio di una strada. Colomba vuole dimettersi e ne ha già parlato con il suo superiore. Non tutti l’apprezzano dopo il Disastro. Soprattutto perché seguire questa indagine se è già il SIC ad occuparsene, visto che lei e Santini non vanno per niente d’accordo? Rovere però glielo chiede come favore personale, indagare senza intralciare le indagini degli altri, perché secondo lui, Maugeri non è colpevole e il ragazzino è ancora vivo. E a questo punto salta fuori l’altro protagonista a cui Colomba dovrà affidarsi, Dante Torre, noto per essere il “bambino del silo”. Dante è stato rapito da bambino e tenuto prigioniero in un silo per undici anni, da uno strano personaggio soprannominato il Padre, che sarà il nostro terzo protagonista. Quella di Dante è stata un’esperienza talmente folle, che ha quasi dell’incredibile. E’ stato privato, durante la sua prigionia, di ogni contatto esterno ad eccezione del Padre, per lunghissimo tempo, ma soprattutto negli anni della sua formazione come essere umano. Tenuto come una bestia, punito o premiato a seconda dei capricci del suo carceriere, Dante riesce a liberarsi solo da adulto ed è l’unico a credere che il Padre non è morto, ma ancora in circolazione, e non è l’uomo che si è suicidato dopo il suo ritrovamento, incolpatosi di tutto. Dopo aver passato questa bruttissima esperienza, Dante è stato segnato a vita e ha sviluppato una personalità eccentrica a dir poco. E’ pieno di manie e di paure. Fa uso smodato di Xanax e beve dosi industriali di caffè particolare. E’ riuscito a mettere a frutto le sue doti e da consulenze in tema di abusi infantili e persone scomparse e quindi Rovere pensa che sia adatto ad affiancare Colomba per ritrovare il ragazzino dei Pratoni del Vivaro. Ma quello che Dante e Colomba si troveranno ad affrontare non è solo il rapimento del ragazzino, ma l’incubo peggiore di Dante: il ritorno dell’uomo che gli ha cambiato completamente l’esistenza, il Padre. Un romanzo in apparenza costruito come una caccia al serial killer, ma che lentamente mostra un altro volto, un’altra storia, che rende la trama molto più palpabile di quella di molti romanzi thriller, dotati di trovate ad effetto per nascondere la poca sostanza. Sandrone Dazieri, oltre che di talento, è dotato di una tecnica molto solida, che gli permette di intrecciare una trama incalzante e credibile, persino in un genere poco praticato dagli autori italiani, ma comunque amatissimo. La sfondo che Dazieri disegna pagina dopo pagina, mostra un quadro dai contorni chiari, senza sbavature, che mettono a dura prova la paziente sospensione dell’incredulità del lettore. Il tutto messo in scena con un talento narrativo veramente invidiabile; uno stile disinvolto e ad alto tasso di ironia, specie nei dialoghi serrati ed intelligenti tra Colomba e Dante.  Il ritmo è ben dosato, fatto di brusche accelerate e momenti di quiete; si sente delle volte addirittura il peso della sconfitta sulle spalle del lettore stesso, incapace, come Colomba e Dante di trovare delle soluzioni immediate. Alla fine c’è la vera scarica elettrica degli ultimi capitoli,  e nel finale si sciolgono tutti i nodi, ma ne nascono altri, lasciando il lettore con qualche domanda in sospeso, in attesa di una risposta quantomeno immediata. Aspetto il prossimo, quindi. Voto: 8.


martedì 11 novembre 2014

RECENSIONE – IL BACO DA SETA DI ROBERT GALBRAITH (alias J. K. Rowling)




Entusiasta del primo libro della serie di Cormoran Strike, il nuovo personaggio di “zia” J. K. Rowling sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith, mi sono fatta regalare per il compleanno questo secondo episodio, “Il baco da seta”. Mai regalo è stato più apprezzato. Rispetto a “Il richiamo del cuculo”, la Rowling si perfeziona e presenta un delitto e un caso profondamente simbolici, inquietanti e molto più crudi ed efferati dell’episodio precedente, sia per le implicazioni emotive, che per il modus operandi. Robert Galbraith (zia Rowling) ha dimostrato sempre più di saper tenere i suoi lettori incollati alle pagine della sua storia, anche se il protagonista non è più Harry Potter con la sua bacchetta magica. Il bello del romanzo è anche la scoperta o ri-scoperta di Londra, con le sue vie, i suoi pub, le metro affollate, gli autobus, i taxi. La vera Londra piovosa, anzi qui più spesso nevosa. Con il freddo, il ghiaccio e tutti gli inconvenienti che il cattivo tempo può portare in una metropoli. Viene quasi la voglia di prendere una cartina in mano e ripercorrere con una matita tutte le strade che Cormoran Strike, sempre a corto di soldi, percorre a piedi e con i mezzi pubblici da un lato all’altro della città. La Rowling (scusate se non la chiamo Robert Galbraith, ma è più forte di me), si discosta di molto dai romanzi fantastici che l’hanno portata al successo. Con la serie di Cormoran Strike si torna al mondo di oggi, ed i suoi personaggi sono alquanto veri. Dicono parolacce, parlano di sesso, di droga, abusano di alcool e lo fanno con un certo distacco, quasi con nonchalance. La Rowling si rivela ancora una volta una vera e propria maga nel realizzare personaggi profondi, credibili e ben definiti. Dimostra di conoscere molto bene il mondo editoriale londinese, presentando una serie di addetti ai lavori davvero azzeccati. Il lettore finisce per affezionarsi ai due protagonisti, ma anche ai minori, tanto da sentirne quasi la mancanza sul finale. Per quanto riguarda Strike e Robin, l'autrice svela di romanzo in romanzo nuovi aspetti della loro personalità, ma mantiene anche dei segreti sul loro passato, a cui accenna solo brevemente, tanto da lasciare la suspense e il legame tra un libro e il successivo. Il rapporto tra Strike e la sua assistente è cresciuto, anche se le incomprensioni tra i de non mancano. Il detective sembra esser diventato più "umano" e Robin sempre più competente e intraprendente nel lavoro. Tra i personaggi di questo episodio spiccano soprattutto Leonora e Orlando Quine, rispettivamente moglie e figlia dello scrittore scomparso, che colpiscono per la semplicità con cui vengono descritte e il toccante rapporto che le unisce. All'appello non manca nemmeno Kathryn Kent, amante di Quine e azzeccato esempio, e in un certo senso caricatura, di scrittrice "dilettante". Sono talmente “umani”, questi personaggi, da prendere vita dalle pagine del libro. La struttura narrativa, come al solito, è ben studiata. Gli indizi sono ben disseminati tra le pagine del romanzo, e formano un intreccio ambiguo che confonde appositamente il lettore, ma non abbastanza da fargli perdere il filo. E il finale è un trionfo del bene sul male, con una non sempre chiara interpretazione, come avveniva in Harry Potter. La forza di questo romanzo, non sta nella trama giallistica, bensì nella sua ambientazione: il mondo delle case editrici londinesi, dove letteratura e soldi vanno a braccetto. Dopo aver risolto il caso di Lula Landry, Cormoran è diventato uno dei detective più richiesti di Londra. Ma questo non ha solo fatto del bene al suo conto in banca, gli ha attirato purtroppo le antipatie della polizia sbeffeggiata in quel caso.  La narrazione ruota intorno alla misteriosa sparizione di Owen Quine, scrittore dal carattere terribile e con molti nemici. Il caso appare fin da subito collegato a Bombyx Mori, il romanzo che Quine aveva appena terminato e che accusava in modo preciso e rabbioso scrittori, editori e colleghi del suo mondo di ogni nefandezza possibile. Quando Quine viene ritrovato morto come nel finale del suo libro, i personaggi sospettati sono tantissimi, in quanto in molti hanno avuto a che fare con lui e non molti lo apprezzavano, anzi quasi nessuno. La polizia, nel personaggio di Anstis, amico di vecchia data di Cormoran nell’esercito a cui ha salvato la vita, sospettano della moglie della vittima, ma Strike ha dei dubbi ed è intenzionato a trovare il vero assassino. Dopo un inizio piuttosto lento la narrazione prende poi velocità, ma non mancano le pause. Queste, rappresentano il momento giusto per recuperare i fili delle storie personali tra i protagonisti, ma sono anche utili per dare il tempo al lettore di ambientarsi e riflettere sui possibili sviluppi del caso.  La Rowling ci regala un’escursione in quello che è l’editoria londinese, tra pubblicazioni solo per denaro e self-publishing, tra scrittori fasulli e geni incompresi. Si tratta di una fotografia suggestiva di un mondo che la stessa scrittrice conosce bene e che ha scelto come scenario per un delitto con i fiocchi. In conclusione, anche questa volta J. K. Rowling ha sfornato un ottimo thriller, sicuramente più elaborato del precedente ma con la stessa completezza e intensità espressiva. La storia personale del detective Strike, è interessante e varia e capace di portare avanti da sola la trama; il rapporto speciale e in via di costruzione con l'assistente Robin, sono in grado di spingere, senza dubbio, anche il lettore meno appassionato di thriller ad attendere, con impazienza, la prossima indagine.  Aspetto con ansia anche la trasposizione cinematografica. Ne potrebbe uscire un capolavoro. Voto: 8,5.

mercoledì 5 novembre 2014

RECENSIONE – ENDGAME. THE CALLING VOL. 01 di James Frey



Libro uscito in pompa magna preceduto da una campagna pubblicitaria senza eguali. L’idea che potrebbe essere considerata accattivante, è quella del libro gioco che viene trasformato in fenomeno mondiale. Una sorta di caccia al tesoro, con indizi disseminati qua e là nel libro con collegamenti ai social network di tutto il mondo e su internet con link dedicati, creati appositamente da un team di crittografi. Si potrà scaricare l’app che  metterà in contatto giocatori con altri giocatori. Si potrà  agire come un esploratore, per saperne di più e mettere le mani su un tesoro che esiste veramente, e si trova in una cassaforte antiproiettile in una stanza del casinò Wynn di Las Vegas fino alla data del 6 ottobre 2016, per chiunque abbia voglia di partecipare, dai 13 anni in su. La trama ricalca pressappoco gli Hunger Games della Collins, anche se qui è un tutti contro tutti. Un po’ come si diceva in Highlander: “Alla fine ne rimarrà solo uno!”. La storia è questa. Dodici antiche culture sono state scelte millenni fa per rappresentare l’umanità in una partita finale. Un gioco globale che deciderà il destino del genere umano. Endgame era sempre stato una possibilità… fino ad ora. Dodici  meteoriti di grandi dimensioni sono cadute sulla terra, in varie zone del mondo, lasciando dietro di loro morte e distruzione. Non tutti sanno che questa non è una coincidenza, non è un fenomeno normale, questa è la “chiamata”. Ogni meteorite infatti contiene un messaggio per un giocatore che è stato addestrato per questo momento.  Dodici ragazzi/e e le loro famiglie sanno cosa sta succedendo, perché ognuno di loro ha ricevuto, fino ad una naturale scadenza, il compito di essere il prescelto, addossandosi il compito di salvare la propria “stirpe”, insomma una scomoda eredità.  Sono riusciti negli anni, generazione, dopo generazione, a sviluppare delle alte capacità, sia intellettive sia fisiche. Ognuno di loro ha sempre condotto una doppia vita: una “normale” e una dedicata all’allenamento per gli Endgame.  Ognuno di loro ha qualche particolarità che lo differenzia dagli altri. Sono tutti abili strateghi e maestri dell’inganno, qualcuno di loro è anche un abile assassino. Il più piccolo ha tredici anni, il più grande quasi venti. Ragazzi e ragazze uno contro l’altro per salvare la propria stirpe da morte certa. Perché Endgame? Cos’è Endgame? Il Popolo  del Cielo,  progenitori del genere umano, ha ritenuto che questi non sono più in grado di far prosperare il pianeta Terra, e quindi ha deciso di dar inizio agli Endgame. I dodici ragazzi iniziano quindi il loro viaggio alla volta della Cina, dove sono accolti da Kepler 22b, uno dei progenitori, che da loro l’indizio iniziale e l’obiettivo finale di Endgame: solo una stirpe sopravvivrà, quella corrispondente al prescelto che troverà le tre chiavi: della Terra, del Cielo e del Sole. Non ci sono altre regole, tutto è permesso. Ognuno ha un indizio diverso, che una volta decifrato lo condurrà alla scoperta del luogo dove trovare la Chiave della Terra. Tutti si ritroveranno a viaggiare per diversi luoghi, cercando di risolvere i loro enigmi. Si creeranno alleanze, nasceranno amori e strane alleanze, sempre ricordando che alla fine a vincere sarà solo uno. Il romanzo è narrato dal punto di vista dei dodici ragazzi + uno, per rimarcarne pensieri, sentimenti e strategie che ognuno di loro adotterà nell’arco della storia. Nonostante una narrazione scorrevole, il libro non è riuscito a catturarmi. Il problema è che c’è incoerenza nella storia per la facilità con cui tutti sembrano accettare quello che è accaduto. La popolazione mondiale sembra accettare tutto con notevole indifferenza le morti e le distruzioni causate dai meteoriti, e si parla di milioni di persone. Pensate voi cosa potrebbe veramente succedere se 12 meteoriti cadessero nello stesso momento in diversi punti sulla terra facendo milioni di morti … Il giorno dopo secondo voi si potrebbe viaggiare senza nessun problema? Tutti in aereo seduti comodamente e tranquillamente? Nessuna psicosi mondiale? (pensiamo a questi giorni alla psicosi ebola) Troppo inverosimile. Talmente tanto che non mi ha fatto apprezzare la storia, tutto troppo facile, tutto troppo piatto. Si intuiva dall’inizio chi sarebbe stato a trovare la Chiave della Terra. Seguiranno altre due avventure. Una per la Chiave del Cielo e altra per la Chiave del Sole.  L’unica cosa che dico è: beato/a chi risolverà l’enigma e si godrà i 500.000 $ in gettoni d’oro. Voto: 5,5. P.S.: Il gioco è per “smanettoni” del pc, non certo per me.

venerdì 31 ottobre 2014

RECENSIONE – Il cacciatore del buio di Donato Carrisi



Secondo episodio della serie del  Tribunale delle Anime e della Penitenzieria, con di nuovo protagonisti, Marcus e Sandra. Il penitenziere e la foto rilevatrice. Come già sappiamo dal precedente episodio, Marcus è un uomo senza passato. Non ha identità, non ha memoria, non prova odio, ma solo rabbia e l’amore … beh quello è un’altra storia. Ha un talento, Marcus, quello di scovare le anomalie e di intravedere i fili che legano la trama di ogni fatto cruento. Marcus scova il male in quelle anomalie. Marcus è un intuitivo. Sandra Vega, lavora sulle scene dei crimini, a differenza di Marcus non ha bisogno di nascondersi, ma delle volte lo fa, dietro la sua macchina fotografica. Perché Sandra è una foto rilevatrice della omicidi. E’ capace di fotografare il nulla, il vuoto e renderlo visibile. E da quei fotogrammi ricavare segni ed indizi invisibili ad occhio nudo. Lei invece è riuscita a riemergere dal buio in cui era caduta nel precedente episodio. Si è trasferita, è tornata alla vita, ha di nuovo un compagno e una vita sociale. E’ così che Marcus la vede, perché in tutto questo tempo non ha potuto fare a meno di seguirla, e di informarsi della sua vita.  I due agiscono ognuno per conto proprio, anche se il fine è il medesimo: ricucire la trama del crimine partendo dalle anomale e dai segni, per trovare un percorso che li porti al colpevole. Ogni morte dovrebbe avere un colpevole e per trovare quel colpevole servono indizi, servono segni. Ma stavolta sembra quasi impossibile ricostruire i fatti. Una giovane coppia viene ritrovata morta in una pineta. Si erano appartati alla ricerca di intimità. Vengono aggrediti mentre si erano appena denudati, esposti di fronte alla morte. La domanda che l’assassino pone con il suo gesto è: “Si tratta di vero amore?” Il mostro potrebbe essere chiunque, ma la sua storia affonda le radici in un passato recente. Questa è la storia di demoni che si fanno il segno della croce al contrario, di una chiesa in cui il crocifisso esposto sull’altare miracoloso, è stato inciso da un artista anonimo, che per ispirazione aveva ucciso. E’ la storia di una favola senza i cattivi, e per questo triste e inutile. Questa è anche la storia del bambino di sale e della bambina di luce. Bambini di una favola cattiva. Dove il cattivo è un uomo con la testa di lupo. Tra esoterismo e thriller psicologico, i due protagonisti si troveranno ad indagare su un personaggio sfuggente, ma soprattutto protetto da strane persone, che non disdegnano di uccidere chiunque si avvicini alla verità. “Diabolus hic est”, il Diavolo è qui. Questo è il romanzo di una follia omicida che risponde a un disegno, terribile eppure seducente. E ogni volta che Marcus e Sandra pensano di aver afferrato un lembo della verità, scoprono uno scenario ancora più inquietante e minaccioso. Questo è il romanzo che leggerete combattendo la stessa lotta di Marcus, scontrandovi con gli stessi enigmi che attanagliano Sandra, vivendo delle stesse speranze e delle stesse paure fino all'ultima riga. Voto: 7,5

giovedì 23 ottobre 2014

RECENSIONE – Luci d’inverno di Nora Roberts

Sulle ali dell’entusiasmo del libro precedente (Il testimone) ho preso in mano questo altro crime-romance della Roberts. E la volete sapere una cosa? Quasi, quasi (anzi togliamo i quasi) la preferisco scrittrice di questo genere che dei romance veri e propri. Nonostante la trama non abbia nulla di così spiccatamente originale, è talmente ben costruita e ben scritta da tenere il lettore incollato alle pagine del libro. E per questo, nemmeno la mole, molto corposa (più di 600 pagine) di questo romanzo, riesce a spaventare. La storia è questa qui. Ignatius “Nate” Burke è un ex poliziotto della omicidi di Baltimora. Accetta un incarico come capo della polizia di Lunacy, piccola cittadina in Alaska, per fuggire dalla crisi causata dal recente divorzio e dal trauma, ben più grave, per la morte del suo partner sul lavoro, per la quale si sente in parte responsabile e non riesce a darsi pace. Dopo mesi di colloqui con psicologi e assunzione di farmaci, decide di allontanarsi da Baltimora e “seppellirsi” a Lunacy, sotto una routine fatta di scontri tra vicini, alci ed orsi che scorazzano nei cortili, liti domestiche, ubriachi di turno, scazzottate tra fratelli e problemi legati ad eventi atmosferici. I primi giorni nella cittadina sono talmente tranquilli che è attanagliato dai sensi di colpa e dalla depressione ed il freddo ed il buio in cui è immersa Lunacy in pieno inverno, non aiutano. In più deve cercare di evitare la focosa Charlene, padrona dell’albergo-ristorante che lo ospita, di non essere travolto dallo spazzaneve guidato dallo scontroso ed inospitale Bing, e di non urtare la sensibilità della sua segretaria Peach. Finché all’improvviso a trarlo d’impaccio e soprattutto a riaccendere in lui una fiammella di speranza, interviene Meg Galloway. Lei è una pilota di aerei da trasporto, bella e sfacciata, spericolata  al punto giusto e molto, molto indipendente. E’ capace di volare nelle zone più impervie dell’Alaska e nelle situazioni climatiche più difficili. Meg è anche la figlia di Charlene e di Pat Galloway, un hippie scomparso nel nulla sedici anni prima. Proprio il ritrovamento del corpo congelato di Galloway, in una grotta sulla montagna Senza Nome, con una piccozza per il ghiaccio conficcata ancora nel petto fa precipitare la situazione nella cittadina, scuotendola nel profondo e spingendo l’assassino, rimasto nascosto per tutto quel tempo, ad uccidere di nuovo. Questa seconda morte, nonostante tutto, viene catalogata dalla polizia di stato, come un suicidio, ma Nate non è convinto e soprattutto vuole esaudire il desiderio di Meg: trovare il vero assassino del padre; quindi inizia un’indagine solitaria contro tutto e tutti. E’ la scintilla che lo fa rinascere e lo rimette in gioco e anche l’attrazione iniziale per Meg subisce un notevole cambiamento diventando qualcosa di più profondo e stabile, nonostante le rimostranze iniziali di lei. Finale romantico  e scontato a parte, questa è la storia di un uomo a cui è data una seconda possibilità, ma sta a lui coglierla al volo e sciogliere il ghiaccio nel suo cuore come nel disgelo della primavera in Alaska, ritrovando la complicità di una donna e quella dell’intera comunità come in una grande famiglia, in un segnale di speranza, segno tangibile, che dopo le tenebre ci può essere sempre la promessa della luce. Bellissimi i paesaggi descritti dalla Roberts in un Alaska fredda e buia, con ghiaccio e neve dappertutto come il cuore di Burke, e la seconda Alaska quella del risveglio primaverile, con i fiumi che straripano e i ghiacci che si rompono, che descrivono oltre che la rinascita della natura anche la rinascita dello stesso Burke. Bellissima Meg, degna compagna. Donna forte, plasmata dall’ambiente ostile in cui è abituata a vivere, è pronta ad imbracciare il fucile per proteggere chi ama, come i suoi cani. Facile all’irritazione ma allo stesso tempo capace di notare la tristezza negli occhi di Nate. Attirata  anche dalla sua propensione al comando,  è l’unico che riesce a dargli degli ordini, si innamorerà di lui perché “è abbastanza folle da poter funzionare”. La Roberts, di nuovo, non mi delude. Voto: 7,5 

mercoledì 22 ottobre 2014

RECENSIONE – LE OSSA NON MENTONO di Kathy Reichs

Diciassettesimo romanzo della antropologa forense Temeperance “Tempe” Brennan. Questa volta la troviamo alle prese con degli orrendi omicidi che non trovano spiegazione. Niente tracce, niente cause di morte, niente di niente. Orribili questi omicidi che fanno molto rumore, perché le vittime sono tutte ragazzine adolescenti. Apparentemente non ci sono indizi ed assassini da ricercare, ma Tempe in coppia con il detective Slidell riescono comunque a trovare qualcosa; una labile traccia di DNA che porta ad un nome angoscioso e a storie terribili di casi passati, quello di Anique Pomerlau. Questo nome riporta nella vita di Brennan il fantasma del “liutentant” della omicidi canadese Andrew Ryan. Già … Ryan. La polizia del distretto di Charlotte-Maklenburg e i federali americani, vorrebbero che Ryan collaborasse alle indagini. Lui che era stato a pochissimo dalla cattura della Pomerlau e che conosceva a memoria tutti gli aspetti delle passate indagini svolte in Canada. Tempe è “costretta”, quindi, ad andarlo a cercare addirittura in Costa Rica, dove il nostro si è sepolto dopo la morte della figlia in un isolamento da eremita. Dovrà ritrovarlo e riportarlo alla vecchia vita e dovrà anche fare in fretta, prima che la Pomerlau uccida di nuovo. Insieme a Ryan, l’antropologa forense inizierà un cammino lungo e pericoloso a caccia di una terribile e feroce criminale. Il ritorno di Ryan permetterà alle indagini di scorrere più veloci e di aggiungere altri tasselli di assoluta importanza. Scritto molto bene, anche questo capitolo della saga non delude. Interessante la scelta di legare la trama di questo libro ad un altro episodio (Morte di lunedì) che vedeva protagonista, ma come vittima, la stessa Anique Pomerlau. Nonostante i tanti episodi la Reichs rimane ai livelli di sempre per trama, struttura e scrittura della storia, cioè molto alti. L’intreccio giallo funziona benissimo e tiene incollato il lettore fino alla fine. I personaggi di contorno arricchiscono la trama e non sono solo delle macchie indistinte o di passaggio. Bello e divertente il personaggio della madre di Tempe, esperta hacker e molto carino il riferimento alla serie televisiva “Bones” tratta proprio dai libri della Reichs. Finale con il colpo di scena che mi lascia in sospeso e decisamente incuriosita. Speriamo, quindi, che esca presto il n. 18. Voto: 7,5.

martedì 21 ottobre 2014

RECENSIONE – Bullet di Laurel K. Hamilton



Diciannovesimo romanzo della saga della Cacciatrice di Vampiri e Negromante Anita Blake. A questa serie, a tutti gli altri libri, non ho mai dato meno della sufficienza, perché comunque è una serie a cui sono molto legata. Mi piaceva Anita Blake, dura dal cuore tenero. Mi piacevano le sue storie di indagini sul soprannaturale. Ma ora di questo non c’è più traccia. Si comincia a sentire una sorta di stanchezza in questi romanzi, soprattutto in quest’ultimo. La serie è diventata, oramai, ripetitiva e monotona. Sembra che la scrittrice sia caduta in una specie di spirale, da cui non riesce a venire fuori. Il romanzo non è altro che il racconto di un’insulsa e continua orgia, con sempre più partecipanti ammessi alla corte di Anita. Ok, la suddetta deve nutrire l’ardeur, quindi quando ha questi attacchi di libidine il primo che passa dalle sue parti va comunque bene e va usato. Poi… deve tenere a cuccia tutte le sue bestiole (è affetta da ogni forma di licantropia), quindi ha un uomo per ogni bestia con cui fare sesso, per evitare che queste la divorino dall’interno per cercare di uscire e trasformarla in una bestia vera. E ancora… i suoi triumvirati. Quello con Jean-Claude e il lupo mannaro Richard, e quello particolare con il vampiro Damian e il leopardo mannaro Nathaniel, quindi… altro sesso. Poi ci sono il suo Nim-Raj Micah, il suo re leopardo, poi il lupo mannaro Jason e i vampiri gemelli Wicked e Truth, che bisogna comunque tenere buoni, con cosa? Con del sesso grandioso. Insomma Anita non indaga più. Non svolge più il suo lavoro di risvegliante. I poliziotti protagonisti dei primi libri sono spariti completamente, non se ne parla più, così come è sparito il suo giovane collega, risvegliante come lei. Insomma questa saga sta decisamente scadendo nel ridicolo. Tutto si basa sulla lotta a “Mammina Cara”, madre di tutte le tenebre, la capostipite di tutti i vampiri della terra. L’unico modo per sconfiggerla sembrerebbe quello di fare sesso… tanto sesso, quindi, tutti si affidano ad Anita, perché è l’unica in grado di farsi una bella e sana scopata con qualsiasi uomo le capiti davanti (però sono tutti dei gran bei gnocchi!). Insomma, la madre di tutte le tenebre cerca di prendere possesso, con la sua anima cattiva, degli altri Master Vampiri e l’unica speranza che hanno di salvarsi è quella di riunire tutte le creature mannare e gli altri vampiri sotto un unico capo, Jean-Claude (che si prende tutti i meriti), anche se i suoi poteri derivano quasi tutti dalla particolarità di Anita (risvegliante, negromante, mezza vampira diurna, e mezza licantropa), l’unica di cui Mammina Cara si preoccupa veramente.  Voto: 4 (Spero in un seguito migliore… ma ho i miei dubbi!).

lunedì 6 ottobre 2014

RECENSIONE – L’incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea” di Romain Puértolas

Il fachiro Ajatashatru (si pronuncia aggancia sta gru… ma anche in altre maniere) parte per la Francia per comprare un “comodissimo” letto di chiodi, venduto all’IKEA di Parigi alla modica cifra di 99 euro e 99. Perché non cogliere l’occasione anche di mettere il naso fuori dal suo paese? Non tutto però va secondo le sue previsioni. Per comprare il letto, ma anche per mantenersi ha soltanto una banconota falsa da 100 euro e degli occhiali per truffare le persone. Sì perché il nostro, oltre ad essere un fachiro, è soprattutto un abile truffatore. Rimasto nel magazzino per non pagare un albergo, l’uomo per non essere scoperto si rifugia in un armadio che viene imballato e spedito in Inghilterra. Comincia così il suo viaggio, dove viene sballottato in diversi Paesi europei, ed in ogni tappa del suo percorso subisce degli shock emotivi che lo sconvolgono al tal punto da non voler più fare la vita che ha vissuto fino a quel momento, fatta di bugie, di truffe e di imbrogli, tutto dovuto però ad un’infanzia dura e difficile. Rimane colpito dalla generosità di alcune persone che incontra sui suoi passi, come la giovane Marie che conosce al ristorante dell’IKEA, i clandestini sudanesi che cercano di passare, invano, la frontiera tra la Francia e l’Inghilterra, che lo hanno salvato e fatto uscire dall’armadio, e l’attrice Sophie Marciò che se lo ritrova nella sua valigia di Vuitton e lo aiuta e lo ospita a Roma nel suo stesso albergo. Durante il viaggio in aereo, tra la Spagna e l’Italia, il nostro inizia a scrivere quello che dovrebbe essere il romanzo della sua nuova vita da scrittore, sulla sua camicia. Romanzo che lo poterà ad ottenere un contratto principesco con un editore francese. Ricco di colpi di scena, ma anche di momenti intensi, questo romanzo è un tripudio di fantasia, basti solo pensare alle assonanze dei nomi dei personaggi (bravo anche il traduttore italiano), ma fa anche riflettere su questioni di fondamentale importanza e di grande attualità. Il gusto per l’affabulazione si percepisce chiaramente (non è certo casuale che il fachiro non solo inventi per necessità, ma senta poi l’esigenza di scrivere una storia) ed è arricchito dalla forza con cui è tratteggiato il protagonista (esilarante, ma tutt’altro che superficiale) e dalla capacità dell’autore di creare una forte empatia con il lettore che viene coinvolto, stupito e commosso. Alla fine di questo libro, infatti, resta l’essenziale, cioè il rapporto di un uomo che si trova isolato dalla sua casa, lontano geograficamente e sentimentalmente, che instaura con le altre persone che si ritroveranno sul suo cammino, rapporti fatti di sentimenti positivi, che vincono sempre sulla negatività e sulle difficoltà della vita. Voto: 7,5

sabato 4 ottobre 2014

RECENSIONE – I detective selvaggi di Roberto Bolaño

"I detective selvaggi” apre la sua prima parte (Messicani perduti in Messico – 1975), con una sorta di lungo prologo sotto forma di diario, della durata di un paio di mesi, tenuto dal giovane poeta diciassettenne Juan Garcia Madero, a partire dal suo ingresso nel movimento poetico “realvisceralista” capeggiato dai quasi mai in scena, ma molto citati, Ulises Lima e Alberto Belano, nella Città del Messico degli anni Settanta. Un romanzo picaresco di sbronze, discussioni letterarie e sesso. Poi mentre il lettore è concentrato sulla figura di Madero che fugge su una decapottabile alla volta del deserto del Sonora, questo scompare dalla scena e la prospettiva del romanzo cambia radicalmente. La seconda parte (I detective selvaggi – 1976/1996), la più estesa, raccoglie le testimonianze di vari personaggi, alcuni dei quali già incontrati nel diario di Madero, che ruotano intorno alla coppia di amici Arturo Belano e Ulises Lima, leader indiscussi del realvisceralismo e alla loro fissazione per Cesárea Tinajero, una misteriosa poetessa messicana d’avanguardia vissuta negli anni venti. Con i racconti vengono ricostruiti vent’anni di vita dei due protagonisti, dagli anni Settanta agli anni Novanta. Bolaño lo fa attraverso una prospettazione indiretta caleidoscopica, con corposi salti temporali, attraverso i racconti di chi li ha conosciuti nel loro peregrinare per il mondo. Nel procedere della narrazione, questi racconti-interviste, diventano autonomi, tanto che gli intervistati raccontano quasi più di loro stessi che dei protagonisti, che ci appaiono sempre più persi: alle volte ci appaiono come spregevoli truffatori, altre come dei cavalieri senza macchia e senza paura, altre ancora come degli spacciatori di droga. Sempre più lontani l’uno dall’altro, entrambi lontani dai sogni e dalle speranze del mondo dei loro vent’anni. Nella terza parte viene ripreso il diario di Madero, che racconta il viaggio verso il deserto del Sonora, di nuovo negli anni Settanta, dove tutto era iniziato. Insieme a Madero ci sono Lima, Belano e Lupe, una puttana. Scappano tutti e quattro da qualcosa, ma allo stesso tempo lo inseguono, anche se per ognuno di loro è un qualcosa diverso, tutto incarnato nel ritrovamento dell’improbabile poetessa Cesárea Tinajero, autrice di un’unica semi-sconosciuta poesia. Non vi racconterò se la troveranno o meno, di certo troveranno la poesia, e noi con loro, in un finale che più aperto non si può. Voto: 7,5

venerdì 3 ottobre 2014

RECENSIONE - Colosseum. Arena di sangue di Simone Sarasso

Protagonisti di Colosseum, sono la costruzione del noto anfiteatro, ma soprattutto Vero, giovane britanno deportato, che arrivato nell’Urbe dopo svariate peripezie, entrerà a far parte della schiera di esseri viventi modellati ed istruiti a forza di sudore, sangue e lotte, per diventare gladiatori. Simone Sarasso nel suo romanzo ci racconta la storia di Vero, un giovane ragazzo strappato dalle terre della sua natia Britannia appena quindicenne e delle vicende che lo condussero al centro dei giochi inaugurali del Colosseo. Sarasso ha un merito, quello di riuscire a trasportarci all’interno dell’arena, anche negli angoli più bui, con una narrativa semplice, ma che non lascia niente al caso, tanto che è un trionfo di sangue e sudore; e mentre si legge tra le pagine, si riescono a percepire anche gli odori che aleggiano nell’aria. Ci fa passeggiare tra quelle pietre e dopo avercele descritte, ci pone direttamente sulle tribune a guardare, insieme al popolo romano, gli atroci giochi inaugurali, ma anche spettacoli che suscitano meraviglia. Il romanzo storico deve rispettare un equilibrio sottile, fra precisione storica ed interesse narrativo e in questo Sarasso è bravissimo. Scomoda addirittura Marziale, per descriverci le prodezze di Vero e Prisco, l’altro protagonista del libro. La trama risulta godibile e ci traina appassionatamente verso il finale.  Il romanzo è ambientato nella Roma dell’80 d.C., dove il gladiatore Vero scenderà a combattere in una delle arene più famose, ancora in piedi al giorno d’oggi. Ad assistere al suo spettacolo ci sarà tutta Roma, ma soprattutto l’imperatore Tito, che con soddisfazione, osserverà gli uomini forgiati dai durissimi allenamenti e dalla lotta, combattere nel suo magnifico gigante di marmo, che i posteri conosceranno come Colosseo. Quello compiuto da Vero, giovane uomo tutto muscoli, ma molto ingenuo, è un vero e proprio viaggio verso l’indipendenza. Un lungo cammino, pieno di insidie. Accanto a Vero, nella lotta per la libertà e la vita, c’è il gallo Prisco, suo compagno e complice nei combattimenti. Mentre Vero è un impulsivo, ed è come fuoco che scaturisce da una scintilla, Prisco è ghiaccio allo stato puro. I due si combattono, ma sono legati da una grande amicizia, se non da amore, da un rapporto di stima e solidarietà che solo, Giulia, la figlia dell’imperatore Tito, riuscirà a scalfire. Colosseum, è un romanzo avvincente, in bilico tra storia e avventura, nel quale il sudore, il sangue, il dolore, la morte e la violenza diventano spettacolo e si intrecciano in solide maglie nella trama narrativa creata da Sarasso. Ogni pagina è un passo verso l’agognata libertà che Vero sogna da quando l’hanno privato di ogni cosa, ma soprattutto della sua dignità di uomo libero. Un animo coraggioso e combattivo che lotta con tutte le sue forze pur di tornare libero e con una vita degna di esser vissuta. La storia è un concentrato di suspense, intrighi, passione e azione che ci richiamano alla memoria il grande film Spartacus. Il linguaggio di Sarasso è semplice e fluido nel raccontarci il viaggio di formazione di Vero, che lottando impara, non solo a diventare un gladiatore, ma anche un uomo. Allo stesso tempo l’autore ci trasporta nell’antica Roma, con i suoi usi e costumi di quei tempi. Ci tiene incollati alle pagine per scoprire tutta la storia di Vero, Prisco e Giulia e ci racconterà la magnificenza degli spettacoli allestiti negli anfiteatri romani. Le scenografie e le fantastiche macchine che accompagnavano le lotte dei gladiatori e delle fiere, dei martiri e dei boia. Spettacoli offerti dai potenti al popolo romano come forma di intrattenimento con le quali riuscirono a conquistare le masse, garantendosi il rispetto, la fama e il potere. Voto: 7,5

lunedì 29 settembre 2014

RECENSIONE - Il testimone di Nora Roberts



Nora Roberts è una di quelle autrici di cui ci si può sempre fidare. A differenza di alcuni suoi colleghi, la signora Roberts non cade nella trappola di trasformare i suoi romanzi in canovacci superficiali e ripetitivi e continua a regalarci dei gioiellini di stile, oltre a belle storie e personaggi memorabili. Non fa eccezione questo romanzo. La storia di per se è qualcosa di già visto, ma non risulta, per questo, meno accattivante. Parliamo di una donna in fuga dal suo passato che si nasconde. Dietro tutto questo un mistero che la circonda. Il romanzo inizia con gli avvenimenti passati della protagonista, ciò che l’ha portata alla scelta di nascondersi da tutto e tutti. A sedici anni Elizabeth Fitch ha un quoziente intellettivo fuori dalla media, ma è totalmente incapace nei rapporti umani. La sua vita è fatta di schemi e di regole. Come se ogni giorno fosse scritto in anticipo, comandata a bacchetta da una madre fredda e calcolatrice, che controlla ogni minimo dettaglio della sua vita: cibo, vestiti, scuole, studi. Praticamente ogni cosa. Proprio per infrangere tutto questo  ha un moto di ribellione contro questa figura materna, dominante e insensibile. Un colpo di testa che avvia una reazione a catena inarrestabile. E’ l’unica testimone, involontaria, di un duplice omicidio perpetrato dalla mafia russa, dove perdono la vita uno degli affiliati, tacciato di tradimento, e l’amica di una sera Julie di solo diciotto anni, colpevole di essere nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Vive per tre mesi sotto la protezione dell’FBI, finché un tradimento dall’interno e la morte di alcune persone non la costringono di nuovo ad una fuga precipitosa, convinta ormai di non potersi fidare di nessuno. E per dodici anni continua a fuggire e a nascondersi. Una nuova identità ed una vita appartata la portano in una piccola cittadina nelle Orzak, in Arkansas, dove tenta di passare inosservata, finché non viene notata dal capo della polizia locale, Brooks Gleason, che sempre più curioso e attratto dai suoi misteri, se lo ritroverà sulla soglia della sua casa super blindata. Elizabeth, diventata nel frattempo Abigail Lowery,  è un asso della pirateria informatica e un genio dei sistemi di sicurezza, e vive isolata in montagna, in una casa ben protetta con il suo cane da guardia Bert, e con una pistola sempre pronta. Non sa che pesci prendere con quest’uomo, tenace e spavaldo, che tenta in tutti i modi di infrangere gli schemi prefissi e rigidi che oramai costituiscono la sua vita quotidiana e le danno sicurezza. Con un lavoro davvero eccellente, la Roberts, è riuscita a creare la giusta curiosità verso la modalità di approccio e il conseguente interagire dei due personaggi. Agigail si troverà ad essere sempre più coinvolta nella vita di Brooks e non solo. Anche la sua famiglia e la loro spontaneità faranno breccia nelle sue difese e nel suo cuore. Ma allo stesso tempo si sentirà frustrata e impaurita da quello che prova. Non ha mai amato nessuno, non ha mai ricevuto affetto da nessuno e sarà difficile prendere coscienza di questi nuovi sentimenti e soprattutto fidarsi finalmente di qualcuno dopo tantissimo tempo. Un libro completo e adrenalinico sia nella prima parte che verso il suo epilogo, studiato in tutti i suoi dettagli. Ogni pedina svolgerà al meglio il suo compito. Suspense e azione, coraggio e tensione, odio e passione. Tutti insieme in un mix alternato e amalgamato alla perfezione. La Roberts, anche questa volta, è riuscita a conquistarmi con il suo stile preciso e articolato, senza mai essere complicato. Un “romance crime” da leggere e gustare. Voto: 7,5

giovedì 11 settembre 2014

RECENSIONE – CACCIATORI DI NUVOLE di Alex Shearer

Il mondo di Christien, il nostro protagonista, è uno strano mondo. Non è il mondo come lo conosciamo noi, ma qualcosa nato dopo, sicuramente dopo qualche catastrofe. Chriestien fa parte di un nuovo popolo, figlio, forse, di popolazioni provenienti dalla Terra mediante viaggi spaziali, e lo si determina dai ricordi e dalle usanze comunque molto simili alle nostre dello stesso protagonista. Abita in una delle tante isole che fluttuano nel cielo a diverse altezze. In questo mondo il bene primario è l’acqua, perché le piogge sono scarsissime. A rimediare a questo problema ci pensano i Cacciatori di Nuvole, intrepidi navigatori del cielo, che recuperano l’acqua attraverso macchinari installati sulle loro navi celesti, risucchiandola dalle nuvole. Sono nomadi per definizione, anche se ogni tanto si fermano in qualche isola per brevi periodi. Si riconoscono subito, perché hanno delle cicatrici trasversali sul viso,  hanno molti tatuaggi e una pelle leggermente ambrata. Sarà in occasione di una sosta dei Cacciatori nella sua isola, che Christien avrà l’opportunità di conoscere Jenine, come sua compagna di scuola temporanea. La prima cotta tra i due farà da collante, e spingerà Christien a volersi unire a lei  nei loro viaggi, una vita della quale il ragazzo non sa nulla, e che vede solo sotto un aspetto romantico. Ma Christien avrà modo di capire quanto il cielo possa essere pericoloso. Nel suo viaggio incontrerà molte specie di animali che non avrebbe avuto modo di conoscere, se fosse rimasto a casa, quindi pericolose, ma anche affascinanti, per un ragazzo curioso come lui. Ma il maggior pericolo sarà rappresentato dalla presenza dell’uomo e dalle insidie presenti sulle altre isole, dove vivono persone che mal gradiscono la presenza sul loro territorio di stranieri, sia pur necessari come i Cacciatori di Nuvole. Quello che non sa Christien, è che il viaggio che sta facendo è una missione di salvataggio. Devono recuperare, dalle prigioni della peggiore delle isole, Quenant, il padre di Janine. Quenant è un’isola abitata da fanatici religiosi, e il loro credo è la “forca”. Lì, Christien, avrà modo di vivere un’esperienza che lo trasformerà in modo radicale, dandogli le chiavi di interpretazione della sua vita. “Cacciatori di Nuvole” è un romanzo d’avventura, ma anche di formazione, ambientato in un  mondo fantastico molto ben definito. In realtà è proprio la minuziosa descrizione del mondo di Christien a far partire il romanzo un po’ lentamente. Le ambientazioni sono comunque suggestive, ma allo stesso tempo, a parte il rapporto tra Christien e Jenine, non si sa in che direzione andrà a finire la storia, dove siano i conflitti, visto che tutto sommato quelli che sembrano gli ostacoli all’amicizia tra i due ragazzi, non si rivelano tali. Scuola, famiglia, società, non costituiscono un ostacolo, pertanto è evidente che la storia è incentrata sul rapporto di amicizia, forse amore, tra i due protagonisti. Il romanzo è narrato in prima persona da Christien e procede lentamente fino alla sua partenza con i Cacciatori di Nuvole. Da qui la storia cambia regime, con innumerevoli momenti di conflitto e di vero pericolo. Ma non esiste un vero nemico, quello che il libro ci vuole mostrare è la paura del diverso e appare chiaro l’intento edificante della storia, che diventa un’allegoria della lotta pacifica contro ogni genere di intolleranza e fondamentalismo. Il tono leggero, ironico e autoironico del romanzo non fa perdere l’incisività del messaggio, anzi contribuisce a rendere la “lezione” più chiara, perché il narratore non si mette mai su di un piedistallo, ma si limita a mostrare l’assurdità dei comportamenti degli isolani, dando al lettore tutti i parametri per poter effettuare le sue valutazioni. Degno di nota in questo senso è il lavoro del traduttore, che è riuscito nel non facile compito di gestire la costruzione di questo nuovo mondo pur nella necessità di adattarlo ad una lingua diversa. L’avventuroso e concitato finale, pieno di colpi di scena, porterà il lettore ad essere soddisfatto di aver letto una buona storia per ragazzi, ma abbastanza complessa da poter piacere anche agli adulti, perché l’autore non cerca nemmeno per un minuto di forzare la mano, edulcorando la realtà, ma dà ad ogni personaggio o situazione la giusta risoluzione. Voto: 7,5

martedì 9 settembre 2014

RECENSIONE – DRACULA IN LOVE DI KAREN ESSEX


Il primo consiglio da dare, prima di cimentarsi nella lettura di questo libro, è quello di scordarsi, quasi completamente, il Dracula di Bram Stoker. L’autrice, Karen Essex, si è soltanto ispirata al grande capolavoro dello scrittore irlandese. All’inizio si può pensare, almeno la trama lo fa fare, che questa che abbiamo tra le mani sia una rivisitazione del Dracula dal punto di vista femminile, quello di Mina Murray. Ma non è così. La Essex riscrive personalmente la storia dal suo punto di vista. Segue la vicenda attraverso gli occhi di Mina, ma stravolge completamente la caratterizzazione degli altri personaggi. Il saggio e coraggioso Van Helsing (nel libro della Essex diventa Von Helsinger) diventa un misogino e folle psichiatra, fissato con l’inferiorità, sia morale che fisica delle donne, che intende guarire attraverso trasfusioni di sangue, che finiscono sempre per uccidere le sue pazienti. Il razionale Dottor Seward, diventa l’unico vero discepolo di Von Helsinger, che diagnostica con troppa facilità malattia di origine erotomane e ninfomane nelle donne, che vengono curate con crudeli sistemi realmente utilizzati nell’800. Riceverà il sonoro rifiuto come corteggiatore da parte di Mina, e questo lo scatenerà nei suoi confronti. Lord Goldaming, verrà trasformato nel personaggio più sordido della storia. Non è più l’innamorato di Lucy Westenra, ma il suo persecutore. Pur di appropriarsi della sua eredità, permetterà a Von Helsinger e al dottor Seward di torturare sua moglie, dichiararla pazza e farla morire sotto i sordidi esperimenti dei due. La stessa Lucy è molto diversa dalla ragazza civettuola raccontata da Stoker, non viene uccisa perché trasformata in vampiro dal conte. E’ una donna molto passionale, che ama, riamata Morris Quince, e viene uccisa, come già detto dal marito cornuto, e non dal mostro soprannaturale. Non c’è nulla di sbagliato nelle scelte dell’autrice, a meno che non si tenti di stabilire un contatto con il Dracula di Bram Stoker, perché si finirebbe col credere che i personaggi appaiano così, solo perché sono visti attraverso gli occhi ingannati di Mina, e che da un momento all’altro riveleranno le loro personalità e le loro intenzioni, e Mina scoprirà di essersi sbagliata. Ma non succede niente di tutto questo. Forse l’unico personaggio che mantiene una certa fedeltà con il Dracula di Bram Stoker è proprio Mina, anche se l’autrice le attribuisce delle origini fatate e un passato e presente amore con il conte. La Essex scrive molto bene. Il libro scorre fluido ed è ben costruito. Anche la ripartizioni in capitoli lunghi, in base al luogo in cui si svolge l’azione, aiuta il lettore a orientarsi e a rendersi conto delle varie fasi dello sviluppo degli eventi e del personaggio di Mina, che vive in due piani la vita reale e concreta e la riscoperta del proprio passato. La prima parte è quella con un atmosfera gotica, oscura e che crea una forte attesa, come se si vivesse insieme al conte, pur essendo nel corpo di Mina. Ho trovato la seconda parte, quella dove i due amanti sono finalmente insieme, un po’ deludente. Il loro amore, che si era infiltrato in modo molto sensuale nella coscienza di Mina, sembra prendere vita solo grazie ai suoi ricordi della vita passata, ma in realtà al lettore viene detto molto poco, tanto che invece di far decollare il rapporto tra i due, lo appiattisce completamente. Anche il trasformare i vampiri in un ordine cristiano di umani bevitori di sangue, mischiati con essere soprannaturali come i sidhe non è molto convincente, anche se è certamente originale. La Essex si riscatta nel finale, che per quanto possa deludere gli amanti del lieto fine, eleva ulteriormente la figura di Mina Murray che diventa capace di sacrificio e abnegazione e amore nello scegliere, sopra ogni altra cosa, sopra ogni altro sentimento, perfino sopra la sua vita immortale, la vita di suo figlio, rinunciando per l’ennesima vita al conte e ritornando da Jonathan, il padre di suo figlio, in modo da assicurargli una vita più normale possibile. A differenza del Dracula di Stoker, il libro è un inno alla donna e alla sua ricerca di indipendenza, un’esplicita accusa alle mentalità maschiliste che per secoli l’hanno ritenuta inferiore e l’hanno violentata e mortificata in ogni modo. La scelta finale di Mina può essere deludente magari a livello narrativo, ma è straordinaria a livello di affermazione della donna, creatrice e tutrice e difensore a oltranza della vita, contro l’uomo che invece cerca solo di dominarla. Voto: 7,5

RECENSIONE – Il cammino di immortale. La strada per Santiago di Jean-Christophe Rufin

Jean-Christophe Rufin racconta la sua personale esperienza lungo il cammino di Santiago di Compostela, un percorso che da secoli, fin dal Medioevo, compiono a piedi milioni di pellegrini. L’autore ci racconta la sua esperienza sul Cammino, e con questa tutti gli aspetti da quella mistica, a quella fisica, all’organizzazione e alle motivazioni che spingono moltissime persone a mettersi in viaggio, seppur di culture differenti. L’autore ci racconta che è il Cammino, è sempre il Cammino a scegliere, non è mai il Pellegrino. Anche la decisione da dove partire, non è mai tua. Lui partirà da Hendaye fino al santuario di Santiago di Compostela, lungo il Cammino del Nord, uno dei possibili percorsi verso la città spagnola. Mano a mano che passano i chilometri, Rufin delinea la figura del pellegrino, raccontando in modo ironico e originale gioie e dolori, di chi, zaino in spalla, percorre a piedi oltre 800 km. La solitudine e gli incontri, la cura dei piedi, il bivacco e le notti negli “albergue”, le meraviglie per gli occhi e quelle per lo spirito, i momenti di sconforto e la tenacia, caratteristica fondamentale per arrivare fino in fondo. Ci racconta che quando due pellegrini si incontrano non si domandano mai “Dove vai?” perché la risposta è evidente, nemmeno chi sei, perché se sei sul Cammino sei sicuramente un altro “Giacomeo”. La domanda che formulano è: “Da dove sei partito?” perché in effetti, anche tra i pellegrini, c’è la spocchia di chi ha scelto una partenza più dura e fa il vero cammino e i pellegrini leggeri, quelli che sono solo a caccia della “Compostela” che attesta il pellegrinaggio, e che fanno solo gli ultimi chilometri a piedi. Ci racconta il suo perché del viaggio. Della sua vita sovraffaticata, del voler tornare quasi ad essere un primitivo privato di tutti i pensieri. Il Cammino per lui ha la virtù di far dimenticare le ragioni che inducono a percorrerlo sostituendo la confusione e la moltitudine di pensieri con la semplice ovvietà del camminare. Ci racconta che mano a mano che il Cammino si inoltra e ci si avvicina alla meta, ma con ancora tanti chilometri da macinare, ci si sente liberi dell’involucro protettivo, e il pellegrino, alla soglia della terza settimana si sente nudo, pronto ad accogliere la verità del Cammino stesso. Le sue frasi non hanno lo scopo di convincere, ma soltanto di descrivere quello che è stato per lui il viaggio. Per dirlo con una sua formula che è scherzosa soltanto in apparenza: “Partendo per Santiago non cercavo niente e l’ho trovato”. “Il camminatore”, ci spiega, “è, secondo la formula di Victor Hugo, un gigante nano. Si sente all’apice dell’umiltà e al culmine della sua potenza. Nello stato di abulia in cui è stato gettato da quelle settimane di vagabondaggio, in quell’animo liberato dal desiderio e dall’attesa, in quel corpo che ha domato le sue sofferenze e limato le sue impazienze, in quello spazio aperto, saturo di bellezze, interminabile e finito a un tempo, il pellegrino è pronto a veder sorgere qualcosa di più grande di lui, di più grande di tutto, in verità”. Bisogna che il pellegrino sia infine solo e quasi nudo, che abbandoni gli orpelli della liturgia, per poter allora salire verso il cielo. Tutte le religioni si mescolano in quel faccia a faccia con il Principe essenziale. Come il sacerdote azteco sulla sua piramide, il sumero sul suo zigurrat, Mosè sul Sinai, Cristo sul Golgota, il pellegrino, in quelle alte solitudini, lasciato in balia dei venti e delle nuvole, estraniato da un mondo che vede dall’alto e da lontano, abbandonato a se stesso nelle sue sofferenze e nei suoi vani desideri, raggiunge finalmente l’Unità, l’Essenza, l’Origine. Poco importa quale nome gli dà. Poco importa in cosa quel nome s’incarna. Il pellegrinaggio è un viaggio che salda insieme tutte le tappe della credenza umana, dell’animismo più politeistico fino all’incarnazione del Verbo. Il Cammino re-incanta il mondo. Dopo, ciascuno è libero, in quella realtà satura di sacro, di racchiudere la sua spiritualità ritrovata in questa o quella religione, oppure in nessuna. Un racconto divertente e affascinante capace di suscitare nel lettore il desiderio di provare un’esperienza che, come sostiene Rufin, finisce inevitabilmente per cambiare chi la compie, spingendo a guardare il mondo con occhi diversi. Voto: 8