lunedì 19 dicembre 2016

RECENSIONE – L’ora dei gentiluomini di Don Winslow


Torna la Pattuglia dell’Alba, e tornano con lei il detective Boone Daniels ed i suoi amici surfisti. Amicizia nata su una tavola da surf a San Diego, California del Sud. La Pattuglia è una vera famiglia, ma rischia di andare in frantumi quando Boone è quasi costretto ad indagare sulla morte di Kelly Kuhio, un mito del surf, ma non per scoprire chi è stato ad ucciderlo, bensì per difendere quello che sembrerebbe essere il suo assassino. Tutti amavano K2, quindi cercare di salvare chi lo ha ucciso con un pugno, a detta dei testimoni e dei compagni di merende dell’omicida, è una cosa non apprezzata. Boone si trova tra due fuochi, da una parte il suo lavoro, che lui intende fare bene e dall’altra i suoi amici, molto arrabbiati. Più l’indagine scava nelle acque torbide di San Diego, e più Boone scopre di trovarsi davanti a qualcosa d’altro. Corruzione, violenza e omertà fanno capire a Boone Daniels che non servono a coprire solo un omicidio, ma ben altro. Sarà la prima volta che si troverà affrontare tutto da solo, senza l’appoggio dei suoi compagni di sempre. A dargli una mano ci sarà Petra Hall, la giovane rampante avvocato, che crede ed ha bisogno di Boone, anche se non condivide il suo stile di vita, ma che non vorrebbe che lui cambiasse di una virgola quello che è. Dopo una parte molto fotografica, che parla di surf e racconti di mare, con descrizioni talmente vivide come da esserci nel mezzo, la storia prende vita. Quella che è un’indagine a prima vista facile, diventa complicata. Le testimonianze non combaciano e Boone si vedrà costretto a dover fare delle scelte difficili e dolorose; perché nonostante tutto il suo senso della giustizia è più radicato e più forte di qualsiasi cosa.
“Terra, aria, fuoco e acqua. I quattro elementi, giusto?Lasciamo stare l'aria per un attimo. La diamo quasi sempre per scontata, eccetto a Los Angeles. E il fuoco non c'entra, almeno per ora. Restano terra e acqua. Hanno in comune più di quanto pensiate. Per esempio, entrambe possono sembrare statiche in superficie, ma sotto succede sempre qualcosa. Come l'acqua, la terra è sempre in movimento. Magari non si vede, non si sente, ma il movimento c'è. Sotto i nostri piedi, le placche tettoniche si spostano, le faglie si allargano, i terremoti si preparano a farci ballare il rock and roll. Quindi, il suolo su cui ci troviamo, il cosiddetto "terreno solido", avete presente? Si muove sotto di noi. Ci porta a fare un giro. Diciamolo: che ne siamo consapevoli oppure no, tutti stiamo sempre facendo surf.”
Anche questo, è l’ennesimo libro azzeccato da Winslow. La trama è spettacolare e da un semplice caso di omicidio, mano a mano che si legge il romanzo ci si ritrova in un intreccio narrativo ricco e variegato, dove tradimenti, corruzione, narcotraffico, costruttori fraudolenti, padri incorreggibili e violenti, fanno da contraltare alle leggi di non violenza dettate dai surfisti della Pattuglia dell’Alba e dell’Ora dei Gentiluomini: “In acqua non si litiga. Non si minaccia, non si tirano pugni. In acqua si surfa. Se un tizio ti frega l’onda gli dici il fatto suo, ma non sporchi un luogo sacro con la violenza.”

Se volete leggere un noir degno di nota, ve lo consiglio. Ma come ho sempre detto, io con Winslow sono un po’ di parte. Semplicemente lo adoro. Aspetto con trepidazione la sua prossima pubblicazione. Voto: 8

mercoledì 14 dicembre 2016

RECENSIONE – Una fredda mattina d’inverno di Barbara Taylor Sissel



E’ dura dire che un libro non ti piace. Però è stato così con questo della Taylor Sissel. Peccato perché la scrittrice ha talento nella descrizione e nella costruzione dei dialoghi, ma la storia purtroppo risulta alla fine molto banale. Per essere un thriller che pretende di essere il n. 1 degli Stati Uniti, avrebbe dovuto sicuramente regalarci qualcosa di meglio. Il libro risulta essere lentissimo, nonostante si legga bene. Quindi si fa una fatica tremenda ad andare avanti. Le storie sono due, ma scopriremo ben presto che sono collegate tra loro. La storia di Lauren, reduce da un gravissimo incidente lavorativo, che l’ha dapprima resa invalida per un lungo periodo di tempo, e poi dipendente da un medicinale antidolorifico, l’OxyContin. Ha continue perdite della memoria a breve termine, e un marito Jeff, che sembra in qualche modo rinfacciarle continuamente il suo passato di “drogata”. Tranne sembrare godere di ogni sbaglio della moglie, per dirle il classico: “Te lo avevo detto!” Lauren non fa altro che farsi dei monologhi mentali, dove smonta e rimonta trame che vedono la sorella sposata con un poco di buono, poi che gli sta rubando il marito e i figli … insomma un po’ una continua paranoia, con questa fissa dell’OxyContin e di tutti che ce l’hanno con lei. L’altra storia è quella di Bo Laughlin, ragazzo autistico, che Lauren quasi investe e della sua scomparsa. Il suo personaggio emerge solo per un momento, quando incontra Lauren, poi improvvisamente scompare … Proprio perché non sa ricostruire cosa sia successo davvero, Lauren inizia la sua indagine personale per trovare la soluzione del mistero della scomparsa di Bo. Tutti lo cercano, ma le implicazioni dei personaggi fanno capire subito chi possono essere i colpevoli, immediatamente, senza nessuno sforzo, da rendere le altre 200 pagine del romanzo, quasi inutili, anzi pesantissime. Devo dire che ho portato a termine la lettura con difficoltà, annoiandomi. L’ho addirittura lasciato ad impolverarsi sul comodino per quattro interi giorni … non mi è mai capitato di non leggere per così tanto tempo, soprattutto un thriller che dovrebbe tenerti incollata alle sue pagine. Come ho già detto oltre ai protagonisti Lauren e Bo (che si sente solo nominare), gli altri risultano essere noiosi, prevedibili e  poco caratterizzati. Anzi, tutti i personaggi sono così. Non sappiamo nemmeno come sono fatti, nessuna descrizione fisica … a parte ad un certo punto dove Lauren dice che il marito ha un fisico imponente e che suo figlio gli somiglia, mentre la sua bambina è minuta, filiforme e delicata. Altro non ci è dato sapere. Ma oltre alle caratteristiche fisiche i personaggi mancano di carattere, di spessore, di forza narrativa. Dovrebbe essere un thriller psicologico, ma diventa il romanzo dell’ansia … l’ansia di finirlo il prima possibile e relegarlo in fondo, in fondo alla libreria. Voto: 5

lunedì 12 dicembre 2016

RECENSIONE – I Re del mondo di Don Winslow



Winslow si da al prequel. Questo romanzo è infatti la storia precedente a Le Belve dei mitici Chon, Ben e O., iniziando da dove tutto è nato fino ai nostri giorni.  Sentire parlare di prequel fa storcere la bocca a più di qualche lettore, ma non in questo caso, anzi. Io l’ho trovato anche più bello del precedente, sia dal punto di vista narrativo, sia per contenuti. La storia parte nel passato, negli anni ’60, quelli del movimento hippie, dei surfisti e dello spaccio d’erba, sulla costa della assolata della California, fino ad arrivare agli anni ’80 e allo spaccio di cocaina. Dagli hippies agli yuppies. Winslow ci racconta il sogno infranto degli anni sessanta di un gruppo di ragazzi che parlano di fratellanza e amore libero, fino alla disillusione e al tentativo di scalata sociale; da persone per la pace, ad arroganti borghesi ed incazzati, disillusi dalla perdita del sogno americano. Parte dalla genesi di Ben, Chon e O., i loro genitori. Tutti, in qualche modo, facenti parte del mito del sogno americano, del gruppo hippy di Laguna Beach. John, figlio povero d’America, cresce in un ambiente non proprio tranquillo. Si adatta a tutto per sopravvivere, finché non conosce per caso Don. Don è un uomo sulla quarantina. E’ un uomo buono secondo John, perché aiuta tutti quelli che può offrendo loro da mangiare, non pretendendo nulla in cambio. John, si lega quindi a Don, come fosse suo padre. Va a vivere con lui, diventa la sua ombra. Ma non è vero che Don non chiede nulla in cambio, Don chiede tutto. John comincia col fare il corriere per la vendita di erba, fino a diventare così importante per Don, da inserirlo nel suo perfetto meccanismo di spaccio chiamato l’Associazione. Ne fanno parte anche Stan e Diane, sono due hippies e ad un certo punto coronano il loro sogno. Quello di aprire una libreria hippies dove si vende un po’ di tutto: dal vintage, all’ayurvedico, fino all’erba … quella di Don. I due, in un giorno di follia, decidono anche di sposarsi e, insieme a Don, di fare un passo verso quella che è la nuova moda nel mondo dei surfisti, ma anche del nuovo ceto degli yuppies, la cocaina, che rende anche di più. Siamo alla soglia degli anni ottanta, il mondo è cambiato, il periodo dei surfisti pacifisti, finito e con quel mondo anche i due sono cambiati, hanno studiato e sono diventati degli psicologi importanti e hanno avuto in figlio, Ben. Anche John è cambiato. Ormai è, a pieno diritto, il braccio destro di Don. Vive nel lusso e ha sposato Taylor, una bellissima modella, da cui avrà un figlio, John jr. Nel giro è entrata anche Kim, che ha vissuto da bambina, per lungo tempo, nella comune di Don. Lui non si ricorda chi è, sa solo che è bellissima e tra una sniffata e l’altra, la fa entrare nel giro. Kim vuole solo il suo sogno americano. Ha la bellezza per poter sposare un uomo ricco, perché ha il desiderio di non voler vivere come ha già vissuto sua madre, che ha dovuto vendersi per sopravvivere. Anche Kim avrà la sua vita splendente, e insieme a John, a Stan e Diane deciderà della vita di Don. Anche nella vita di Kim ci sarà una figlia a far da contorno alla sua vita di eccessi, Ophelia. Eccoli quindi qui tutti riuniti, in qualche maniera legati dal passato, Ben, Chon (John jr.) e O. (Ophelia), che un giorno si incontreranno e diventeranno amici inseparabili, che metteranno su la loro Associazione, come a imitazione dei loro genitori, come se la storia si stesse ripetendo. Bellissimo questo romanzo di Winslow, dove ritroviamo, oltre a Le Belve, anche Frank Machianno e Bobby Z, due personaggi importanti degli altri romanzi di Winslow, L’inverno di Frankie Machine e Vita e Morte di Bobby Z. Bello vederli riuniti tutti insieme. Segreti mai rivelati, amicizie fraterne, tradimenti, sparatorie, intrighi e vendette: c’è tutto in questo romanzo, seppur solo di 300 pagine. Ci sono i buoni, ci sono i cattivi. Ma come ci ha insegnato Winslow non sapremo mai chi sono i buoni e chi sono i cattivi, perché nei suoi personaggi esiste bontà e cattiveria nella stessa misura. Il romanzo è formato da capitoli brevi, anzi brevissimi (come l’incipit iniziale di tre sole parole: “Vaffanculo a me!” detto da O.), molto sincopati, che dettano il ritmo, velocissimo, della storia. Winslow vuole tutta l’attenzione del lettore, sempre. Lo tiene incollato alle pagine fino alla fine e costruisce una storia bellissima che si vorrebbe non finisse mai. Devo dire che essendo un prequel ci si aspetterebbe essere qualcosa di banale, solo per fare soldi, ma Winslow, invece ci regala un romanzo al di sopra delle righe, molto più maturo di Le Belve, forse proprio perché è stato scritto in un secondo tempo, e lo scrittore è maturato, è cresciuto, insieme ai suoi personaggi. Consigliato. Voto: 8

martedì 6 dicembre 2016

RECENSIONE - Veritas. Atto Melani vol. 03 di Monaldi & Sorti

Veritas è il terzo atto della saga dell’abate castrato Atto Melani con cui gli scrittori Monaldi e Sorti ci portano nel periodo storico del Re Sole, della guerra di Successione Spagnola, e dell’Impero degli Asburgo in Austria. Gli interpreti principali sono sempre gli stessi. L’interlocutore, il nano che abbiamo conosciuto già dal primo capitolo, che anche qui rimarrà senza nome, sua moglie Cloridia, ex cortigiana, ex ostetrica, e su tutti l’abate castrato Atto Melani. Ci troviamo a Vienna, nell’anno del Signore 1711. Il nano e Cloridia partono per Vienna, dove finalmente l’abate Melani ha pagato il suo debito, comprando per lui una licenza di spazzacamini e una casa da risistemare con una vigna, che in futuro potrà fruttare molto. I due decidono di partire e di portare con loro solo il figlio più piccolo, lasciando a Roma, le due ragazze che, cresciute, svolgono lo stesso lavoro della loro mamma. Sistematosi a Vienna, dove che se si sentono i venti di guerra, si riesce a vivere benissimo, il nostro nano si imbatte nel mistero del castello di Neugebäude, costruito dopo la cacciata dei Turchi, sogno finito male e mai portato a compimento di Massimiliano II d’Asburgo. Il nuovo imperatore, Giuseppe I il Vittorioso, tenta di riportare il castello a quello che avrebbe dovuto essere e non è mai stato, un luogo sfarzoso e di incredibile bellezza. Ma, molti raccontano che quel castello ha una maledizione, e che nessuno riuscirà a restaurarlo. L’ex garzone del Donzello, è incaricato di risistemare le canne fumarie del posto, prima che inizino gli altri lavori. Ad aiutarlo c’è lo studente greco Simonis, che sembra un po’ stupido, ma ogni tanto si lancia in argute osservazioni, ma è soprattutto bravissimo a raccontare la storia. Ma un giorno Melani si presenta a  Vienna, ormai ottantacinquenne e soprattutto cieco, accompagnato dal nipote Domenico. Il garzone però è cresciuto, ormai è un uomo di 48 anni e la discesa di Melani a Vienna fa pensare subito a qualcosa di strano. Infatti, oltre all’abate Melani, spia del Re Sole, è arrivato in città anche l’Agà Turco, ricevuto da Eugenio di Savoia, condottiero dell’impero asburgico. Molti dubbi assalgono il nostro protagonista, sospettando manovre strane da parte sia dell’abate che dell’Agà, contro il giovane imperatore. L’Agà nella sua visita accenna sinistramente al Pomo Aureo, così era chiamata Vienna dai giannizzeri che giurano di sottometterla alla mezzaluna d’oriente. Si succederanno giorni cruenti, dove amici, persone innocenti perderanno la vita e verranno rivelati secolari rancori e segrete connivente. Nessuno sarà risparmiato dall’ombra dell’infamia e del tradimento. Tra navi volanti, paesaggi innevati, dervisci indiani, studenti goliardici, l’inquietante interrogativo è: Chi sono i buoni? Chi sono i cattivi? I due scrittori sono bravi a raccontarci la storia, intersecando in essa gli atti dei protagonisti. Inventano, presentando però alla fine una serie di documenti, dicendoci che quello che scrivono, seppur in forma romanzata, qualche fondo di verità ce l’ha. Il terzo capitolo del libro è forse il più lento dei tre romanzi. Non posso dire che non mi sia piaciuto, ma le prime 150 pagine, di un tomo di 800, sono state piuttosto lente da digerire. Ma appena entra in scena l’abate Melani, finalmente si ha l’azione che si è avuta anche negli altri capitoli. Ora sono proprio curiosa di sapere quello che succederà nel prossimo, vista la scomparsa di uno dei protagonisti principali, e dove questa storia, nella storia ci porti, e come saranno le sorti degli altri protagonisti rimasti. Consigliato agli amanti del romanzo storico. Voto: 7

giovedì 17 novembre 2016

RECENSIONE – Il teschio e l’usignolo di Michael Irwin



Romanzo d’esordio dell’inglese Michael Irwin, Il teschio e l’usignolo ci trasporta nella Londra settecentesca, nel mondo borghese, caratterizzato, soprattutto, dall’apparenza, dall’educazione, dai rapporti sociali costruiti. Tutta una facciata. Lasciare in mostra ciò che serve, mantenendo segreti, ma non più di tanto, comportamenti sfrontati e dissoluti. Il protagonista di questo racconto è Richard Fenwick. E’ un ragazzo di ventitré anni, orfano di entrambi i genitori, sfortunato da una parte, ma fortunato più di altri. Infatti l’amico di suo padre,  Mr. Gilbert è il suo padrino. E’ un uomo molto facoltoso, che seppur senza manifestazioni affettive si è sempre occupato di lui. Gli ha fornito un’educazione da gentiluomo e gli ha permesso di viaggiare in giro per l’Europa per fare esperienza, come facevano all’epoca i figli della nobiltà. Noi lo ritroviamo appena rientrato dal Gran Tour, senza sapere quello che sarà di lui, in attesa di una chiamata da parte di quell’uomo che conosce a malapena, ma che ha nelle sue mani il suo destino. Quello che il suo padrino ha in serbo per lui, non è quel che Richard si aspettava, essere nominato erede dell’uomo, ma bensì una proposta molto particolare: Richard potrà restare a Londra, vivere negli agi  che fino ad allora ha goduto, ma dovrà renderne partecipe Mr. Gilbert. Ogni sua esperienza verrà analizzata dall’uomo rinchiuso nella magione di campagna. A poco a poco, Richard, prenderà coscienza della sua situazione poco edificante, soprattutto quando una sua vecchia conoscenza, un suo vecchio amore, ormai una donna sposata, viene presa di mira dall’uomo più anziano e dai suoi “pruriti”. Richard cerca di accontentarlo, ma si sente sempre di più un burattino nelle sue mani, obbligato a fare delle esperienze sempre più estreme, forti e trasgressive. La situazione diventa per lui insostenibile e decide di tenere qualcosa per sé, nascondendo al padrino qualcuna delle sue azioni, soprattutto i suoi sentimenti verso Sarah Odgen. Richard verrà messo di fronte ad un imprevisto che potrebbe privarlo di tutto, anche della sua vita, che lo farà riflettere sulle condizioni della sua esistenza. Vediamo il protagonista sprofondare sempre di più nell’abisso creato ad arte dal suo padrino. Si renderà conto di essere lui stesso l’esperimento del suo “padrone”, ma che, andando avanti e prendendo parte alle perversioni di costui, la sua vita ha assunto una dimensione diversa, a cui anche lui si accorge di non poter più rinunciare, diventando la nemesi del suo burattinaio. Tutto questo si svolge in una Londra fumosa, e maleodorante, dove ogni quartiere è coperto di rifiuti e vi scorrono putridi rigagnoli. Dove nei vicoli bui può esserci una persona che chiede aiuto ma che è la stessa che può attentare alla vita o al denaro di chi vi si avventura. La città dei teatri e dei locali notturni, per chi ha voglia di divertirsi e ha denaro da spendere. Il romanzo è per la maggior parte scritto in forma epistolare. Lettere che Richard scrive al suo padrino per comunicargli i suoi progressi, le sue sensazioni; dove si lasciano andare a disquisizioni filosofiche sul lato bestiale della natura umana, quella dell’accoppiamento, che le convenzioni hanno lo scopo di nascondere. Tutte le loro dissertazioni sono funzionali alla trama che si avviluppa come una ragnatela attorno a Richard, che non saprà più se sta recitando o vivendo la sua vera vita. Il suo destreggiarsi tra le varie avventure, tra le donne da sedurre è veramente lui o il personaggio che il suo padrino l’ha costretto ad interpretare? La risposta a questa domanda la conosceremo solo alla fine della storia e sarà fondamentale per il suo destino. Libro molto ben scritto e decisamente “immorale”. Se all’inizio può esser visto come un romanzo di formazione, ci si ritroverà presto invischiati in una fitta rete di inganni, tradimenti ed intrighi, solo per rendere evidente che si tratta di una storia di corruzione morale. Voto: 8

mercoledì 2 novembre 2016

RECENSIONE – La colpa degli altri di Gila Lustiger



Parigi, 2011. Dopo trent’anni dal suo avvenimento, viene trovato l’assassino di Emilie Thévenin, prostituta diciannovenne, abusata e torturata. Il caso viene chiuso grazie ad una prova DNA, che all’epoca dell’omicidio ancora non esisteva. Il colpevole è Giles Neuhart, un uomo che appare innocuo e tranquillo, metodico,  un tipo che passa inosservato,  un impiegato di banca come tanti. Ma le prove che lo accusano sono solo circostanziali e troppo generiche, manca un movente. E’ il solo Marc Rappoport a preoccuparsene. Marc è un giornalista di nera e la fretta dimostrata dalle forze dell’ordine di chiudere il caso immediatamente lo mettono in azione. Non crede che Neuhart sia l’assassino di Emilie, pensa che dietro ci sia sicuramente qualcosa di più grosso. Comincia quindi ad indagare per il suo giornale, con l’approvazione del suo capo e amico di vecchia data Pierre e con l’aiuto dello stagista Alex. Assiste, grazie alla sua amicizia con il commissario Stefanaggi, all’interrogatorio del presunto colpevole, ma non ne ricava nulla. L’unico modo che ha di poter scoprire qualcosa e iniziare a vagliare i luoghi frequentati dalle prostitute, dove di Emilie però non vi è nessuna traccia, nessun ricordo. Marc si spinge, quindi, fino a Charfeuil, paese di origine di Emilie, dove interrogando professori, amici, conoscenti e la madre malata, riesce a intrecciare una pista che potrebbe aver portato alla morte della ragazza, ma che non ha sicuramente niente a che fare con protettori, prostituzione e droga, come quelli della polizia ritengono. La pista, incredibile ma vero, porta fino ad un colosso chimico-farmaceutico della zona, la Nutricare. Marc solleva un polverone gigantesco, tra prostituzione, laboratori di ricerca e un mondo politico corrotto, non risparmiando nessuno, dipingendo un quadro di ingiustizia e sopraffazione, di intrighi politici ad altissimo livello. Mentre leggiamo il giallo che si dipana tra le pagine, riusciamo anche a scoprire la vita di Marc Rappoport, figlio di due insegnanti, di cui suo padre ebreo, e nipote di uno dei più grandi uomini finanziari di Francia. Il nonno, Monsieur Delorme, era un caustico uomo d’affari che ha insegnato al nipote aneddoti e comportamenti che lo hanno portato al cinismo odierno. Tutti i particolari della vita di Marc, vengono dosati ad arte dall’autore. Scopriamo un po’ per volta i componenti della sua famiglia e i vizi di suo nonno. Queste divagazioni non sono a caso, non sono un errore dell’autore, anzi, fanno da compendio alla storia, rivelandoci il carattere e la crescita di Marc, e del suo rifiuto per il mondo di suo nonno, il perché della sua difficoltà ad instaurare dei rapporti duraturi. Il romanzo quindi non è solo un giallo o un thriller, ma anche un libro di denuncia sociale, un opera narrativa semplice ed essenziale, senza nessun abbellimento letterario. Il lettore viene catturato mano a mano che la storia si dipana. La trama, ben congegnata, riesce ad unire i due piani narrativi in cui è suddiviso il romanzo. L’autrice si è ispirata ad un fatto realmente accaduto in Francia, il caso della Rhône-Poulenc, azienda farmaceutica francese, uno dei più grandi scandali accaduti oltralpe tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta. Consigliato, da non perdere! Voto: 8,5

martedì 25 ottobre 2016

RECENSIONE – Belgravia di Julian Fellowes



Julian Fellowes non è proprio l’ultimo arrivato e si vede. Autore di sceneggiature da Oscar come Gosford Park e del tanto acclamato Downton Abbey, ritroviamo in questo romanzo tutte le sfaccettature che hanno caratterizzato i suoi romanzi e le sue sceneggiature. Ci riporta nella Londra degli anni 40 dell’ottocento, dove le classi sociali ancora distinguevano le persone e le opportunità. Fellowes è molto bravo a raccontarci quello che succede nei diversi piani sociali, come è a lui consono; vediamo le storie, quella dei “piani bassi” e quella dei “piani alti”, intrecciarsi tra di loro a meraviglia e  farne un unicum. La storia parte con un prologo nel 1815, prima della battaglia di Waterloo a Bruxelles. Troviamo quelli che saranno i protagonisti solo in apparenza, Sophia Trenchard e Edmund Lord Bellasis, prossimo conte di Brockenhurst. Sono due giovani, si amano, ma la loro classe sociale li tiene lontani. Sophia è innamorata, ma oltre a quello, un po’ come il padre punta in alto, vuole scalare la società. James, suo padre, è un commerciante di successo, fa affari con il duca di Wellington e con l’esercito, provvedendoli di tutti i vettovagliamenti necessari per mantenere i soldati al fronte. Durante il ballo della duchessa di Richmond che rimarrà alla storia, e di cui i Trenchard sono riusciti tramite Edmund ad avere l’invito, Napoleone decide di attaccare il Belgio, e tutti i soldati inglesi lì di stanza, convergono verso Waterloo. Tra di loro anche Edmund Bellasis che perirà nell’attacco come tantissimi altri giovani ufficiali e soldati. Ritroviamo la famiglia Trenchard nel 1840 a Londra. James è un personaggio importante che sta finanziando i signori Cubitt, i maggiori costruttori della nuova Londra e del nuovo quartiere bene di Belgravia. Il sogno della scalata sociale con il matrimonio della figlia è fallito miseramente, con la morte della stessa Sophia. Nello stesso quartiere vivono i conti di Brockenhurst, genitori di quell’Edmund Bellasis. Le due famiglie appaiono ancora distanti per estrazione sociale, ma unite da un segreto che la famiglia Trenchard ha fatto in modo in quegli anni rimanesse tale. Dall’unione di Sophia e Edmund è nato un bambino, che visti i tempi, per non rovinare l’onore della famiglia è stato dato in adozione ad una famiglia di ecclesiastici, i signori Pope. Ma James, di nascosto dalla moglie Anne, ha fatto in modo di rimanere in contatto con quella famiglia e di avere notizie dell’amato nipote, che crescendo ha preso la sua strada di commerciante. Charles Pope, è all’oscuro di tutto e soprattutto di quello che gli capiterà. Questo libro è ricco di misteri e di intrighi, anche se tutti deducibili con gli indizi che l’autore ci fornisce durante lo scorrere delle vicende. E’ pieno di ironia nei confronti di alcuni dei personaggi, desiderosi di salire nella scala sociale, ma anche del mantenimento delle proprie origini. Tutti i tentativi risultano essere esagerati e divertenti agli occhi del lettore. La nobiltà subisce le critiche dell’autore, molti di loro paiono privi di carattere ed abituati a rimanersene fermi ad aspettare, perché un nobile non può lavorare. I caratteri dei protagonisti sono ben definiti; ha creato dei personaggi ben delineati che si intersecano nella storia creando eventi e situazioni a volte paradossali. Il tutto in ambientazioni eleganti e descritte in maniera dettagliata, ma mai superflua. La narrazione è fluida e frizzante, e grazie ai colpi di scena il lettore mantiene gli occhi incollati alle pagine fino alla fine della storia. In definitiva, questo è il romanzo dei segreti, delle mezze verità, delle verità personali che ognuna delle figure coinvolte svilupperà per proprio conto per cercare una spiegazione, del non detto, del taciuto. Questo è un romanzo in cui si parla di famiglie, allocate sui diversi gradini della scala sociale ma con la smania di espugnare le fortezze per trarne i propri vantaggi, per attuare quella scalata a cui tutti ambiscono. Questo è un romanzo in cui anche la servitù ricopre un ruolo di rilievo, tanto da diventarne i protagonisti, da tradire i propri padroni riesumando gli scheletri custoditi gelosamente negli armadi dietro lauti compensi, perché è il denaro che permette di appartenere al “bel mondo”. Un romanzo consigliato a chi ama i fasti del passato, il profumo di antico, le saghe familiari e i segreti che le caratterizzano. Voto: 8

giovedì 29 settembre 2016

RECENSIONE – La ricetta segreta per un sogno di Valentina Cebeni



Questa storia inizia con il sentore di anice, un profumo che ci porteremo dietro per tutta la storia. Quello del pane con l’anice appena sfornato. E’ una storia di donne forti e passionali, che anche di fronte alle difficoltà della vita stanno diritte contro il vento impetuoso. La protagonista della storia è Elettra Cavani una giovane donna dal passato oscuro. Avrebbe voluto conoscerlo, se non fosse che sua madre è stata colta da un ictus e giace in coma in un  letto di ospedale. Elettra è perseguitata da quell’odore di anice, che oltre a ricordarle sua madre in cucina, le ricorda le lotte che ha combattuto per avere una vita diversa, andare a New York per lavorare in un giornale. No! Tutti i suoi sogni sono andati perduti. Ha dovuto rinunciare a tutto quello che voleva per colpa di quella donna che ora giace inerme. Ma Elettra non crede nelle coincidenze e i biglietti aerei che la porteranno sull’Isola del Titano stanno sicuramente a significare qualcosa. Che sia il modo di Edda di farle sapere qualcosa sul passato? Lei non ha nulla da perdere e si imbarca in una nuova avventura, quella di trovare i legami di Edda con l’Isola e soprattutto con l’uomo che dovrebbe essere quel padre che non ha mai conosciuto. Giunta sull’isola tra gli sguardi diffidenti dei suoi abitanti, conosce immediatamente Lea, una donna come lei ma con uno spirito di accoglienza eccezionale. Lea ha sempre vissuto nel convento dell’isola, essendo un’orfana e al momento è riuscita a comprare la struttura e a farne la sua casa e quella di altre tre donne Nicole,  Dominique e Isabelle. Le tre sono in apparenza impenetrabili e sfuggono alle sue domande, cercano in tutti i modi di rallentare la sua ricerca, lasciandola spesso con dei dubbi irritanti. Ma sarà proprio attraverso il legame che formerà con loro che riuscirà a scoprire molto del suo passato e su quello di sua madre. Sarà la cucina e il cibo ad aiutarla nello stabilire un legame con le altre, nonostante nel passato odiasse cucinare; ma soprattutto riuscirà a farle vedere il legame con sua madre in maniera diversa. Amicizia, amore, antiche  tradizioni e vecchi rancori faranno da sfondo alla storia. Gli odori dei dolci, dello zucchero, dell’anice, del pane appena sfornato e del mare ci guideranno nei sentieri inesplorati della vita di Elettra. La vedremo cambiare sotto i nostri occhi pagina dopo pagina, crescere e diventare un’altra. Si scontrerà più volte con la vecchia se stessa, fino a farla soccombere per l’amore a cui non credeva di poter cedere. La ricetta segreta per un sogno è un romanzo “a colori”: del contrasto tra i paesaggi duri, il mare in burrasca, le donne velate di nero, con i dolci, il pane e la Santa Elisabetta ne sono piene le pagine. Le parole che ricorrono spesso sono riscatto e salvezza. Ci sono sogni, speranze ed illusioni; c’è la luce che ti permette di vedere piano piano, il vento che ti accarezza la pelle, il mare che può essere fermo o rumoroso nella quiete notturna, qualcosa di mistico e i profumi che riempiono l’aria. Una storia molto toccante, e vera. Nell’impasto del pane che nasce dalle mani di Elettra c’è la metafora della vita che continua, nella speranza di un domani migliore. Brava l’autrice nell’intrecciare la storia di queste donne forti e deboli allo stesso tempo. Nel tratteggiare i loro caratteri con le loro preponderanze. La storia non è complicata, a momenti mi ha ricordato Chocolate della Harris, ma non so se l’autrice ne abbia tratto ispirazione. Belle le ricette alla fine di ogni capitolo … ora non sta che provarle. Voto: 7,5

mercoledì 14 settembre 2016

RECENSIONE – Il segreto di Lady Audley di Elizabeth Braddon


Uscito a puntate tra il 1861 e il 1862 sulle pagine delle riviste letterarie del tempo “Il segreto di Lady Audley” si inserisce nel filone letterario vittoriano dedicato alla risoluzione dei misteri, caratterizzato da un intreccio avvincente. La struttura narrativa utilizzata dalla Braddon si adattava perfettamente alle pubblicazioni periodiche a puntate del tempo, tanto che pubblicò tutti i suoi romanzi in questa forma. Il genere utilizza determinate caratteristiche: deve essere ambientato in epoca vittoriana (non difficile visto che l’autrice era della stessa epoca), la trama deve essere intessuta di mistero che di conseguenza porta ad un’indagine, ci debbono essere dei segreti di famiglia, qualche ambiguità, persone con un passato tormentato. Il romanzo segue le vicende di Lady Audley al tempo Lucy Graham e di Robert Audley. Le storie di questi due protagonisti si intrecciano tra di loro, creando un giallo affascinante. Robert Audley è un rampollo di una famiglia nobiliare, ma del ramo diciamo “povero”. E’ figlio di un fratello cadetto di un baronetto, quindi non ha opportunità di ereditare il titolo, soprattutto ora che suo zio si è risposato con una donna molto giovane. La donna in questione è Lucy Graham ex governante di una famiglia abbiente del paesino di Audley, che, sposandosi, ha elevato il suo status sociale, passando da semplice governante a moglie di un baronetto, conseguendo il titolo di Lady. Ma a disturbare Lucy nella sua nuova condizione arriva il nipote di suo marito, avvocato nullafacente, con nessuno scopo nella vita, se non quello di vivere tranquillamente senza fare nulla, mai sopra le righe, ma nemmeno sotto. Robert dopo tantissimo tempo torna a trovare suo zio, ma non è solo. E’ accompagnato dal suo amico George Talboys, un suo ex compagno di studi, tornato dall’Australia dopo che ha fatto fortuna trovando dell’oro. George vive un momento particolare. E’ stato via tre anni lasciandosi tutto alle spalle, compresi moglie e figlio, per sbarcare il lunario. Quando sta tornando a casa scopre, da un articoletto di giornale, che sua moglie è morta. E’ profondamente depresso e il suo amico Robert Audley lo porta con sé per farlo svagare. Avvertito suo zio del loro arrivo si vedono rifiutare ospitalità; rifiuto dovuto a Lady Audley che non sta molto bene. Passano svariati giorni e i due non riescono mai a conoscere la nuova moglie dello zio di Robert, ma in sua assenza riescono ad entrare in casa e George, accompagnato da Robert  riesce a vedere i quadri, molto antichi che fanno parte dell’arredamento del vecchio palazzo nobiliare. Tra le altre cose, riescono anche a vedere il ritratto della nuova Lady Audley. Il giorno dopo, senza nessun avvertimento George Talboy scompare, e con lui il lassismo del suo amico Robert. Da qui inizia l’indagine di Robert alla ricerca del suo amico perduto, alla scoperta, tramite numerosi indizi del colpevole della scomparsa di quest’ultimo. Scopriremo, dalla mano sapiente della scrittrice, di una donna con una doppia identità, di un uomo considerato un farfallone con un animo da investigatore. Ci troveremo di fronte ad inquietudini, a crimini, ad abbandoni a pazzie. Tutto quello che sembra non è, tutto quello che non sembra è. Un gioco di luci ed ombre, di incastri. Un puzzle di identità, dove ogni personaggio ha un suo doppio. Il tutto immerso nella campagna inglese di fine ottocento. Bel libro, bella trama, scritto con maestria dall’autrice. Voto: 8


martedì 13 settembre 2016

RECENSIONE – CHINA GIRL (NEAL CAREY SERIES VOL. 02) di Don Winslow



Secondo volume della Serie del detective privato Neal Carey. Fa strano leggere un libro che ormai è storia, dove si parla ancora di videocassette o di ammennicoli che ormai sono in disuso da anni, ma le storie di Winslow anche se riproposte, non sfigurano mai, tanto da portare gli editori di Einaudi a pubblicare immediatamente il secondo volume dopo appena un paio di mesi dall’uscita di London Underground. Nel primo volume Winslow ci racconta la crescita di Neal Carey, da ragazzino di strada a ragazzo, universitario e affiliato agli Amici di Famiglia, una specie di società segreta di investigazioni, sempre in bilico tra legalità e illegalità, tra sistemi più o meno accettabili. In London Underground l’avevamo visto alle prese con la scomparsa della figlia di un senatore degli Stati Uniti, e in questo secondo lo ritroviamo tranquillo alle prese con libri antichi in un cottage inglese, dopo che gli è stato ordinato di darsi per un po’ alla macchia. Ma gli Amici di Famiglia sanno come farti tornare sui tuoi passi, e quel che interessa a Neal è riuscire finalmente ad ottenere la sua Laurea in Letteratura Inglese del XVIII secolo, quindi nominare parole come università e laurea lo porta ad accettare qualsiasi incarico. Anche stavolta gli Amici di Famiglia, fanno leva sulla voglia di Neal di finire quello che ha iniziato. Questa volta ha l’incarico di ritrovare Robert Pendleton, un talento nel campo della chimica, soprattutto nella sinterizzazione di fertilizzanti che rendono una fortuna ai suoi investitori. Pendetlon risulta scomparso, senza aver lasciato traccia, dopo essere stato ad un convegno a San Francisco. Sta a Neal ritrovarlo e riportarlo all’ovile, ma come al solito non sarà una cosa semplicissima. Neal dovrà partire da San Francisco, volare ad Hong Kong, fino ad arrivare nella Cina più remota e rurale, in un viaggio avventuroso, accompagnato, non proprio amichevolmente dalla Cia, dal governo cinese e da un’organizzazione segreta letale. A complicare le cose ci sarà anche l’affascinante Li Lan, che fino all’ultimo non si riuscirà a capire se sia vittima o carnefice. Lo stile di Winslow era in questi primi romanzi ancora un po’ acerbo, ma già si intravedeva quello che ora è lo scrittore di capolavori come “Il potere del cane”, “Il Cartello” e “L’inverno di Frankie Machine”. Io poi, credo, di essere leggermente di parte. Voto: 7,5

lunedì 12 settembre 2016

RECENSIONE – Gli ospiti paganti di Sarah Waters



Non conoscevo questa autrice, quindi sono stata molto contenta di aver scoperto il suo romanzo, perché merita veramente di essere letto. Siamo a Londra nel 1922,  qualche anno dopo la Grande Guerra, con la necessità di una ricostruzione e con la voglia di ricominciare daccapo e mettersi tutto alle spalle, ma con qualcuno, almeno parte della popolazione borghese, ancorata all’appartenenza ai vecchi ceti sociali. Frances  Wray vive insieme alla madre in una casa molto grande appartenente alla media borghesia, che fino a poco tempo prima, era piena di gioia, forse fasulla. I suoi fratelli sono entrambi morti in guerra molto giovani e suo padre li ha seguiti poco dopo morendo di crepacuore, lasciando le due donne piene di debiti. Frances è costretta a sobbarcarsi i lavori più umili perché il conflitto le ha lasciate indigenti, fino a che non ha l’idea, per pentirsene subito dopo, di affittare parte della grande casa a degli “ospiti paganti”, perché considerarli affittuari non è politicamente corretto. Dopo un annuncio sul giornale si presentano due giovani sposi, i coniugi Barber: lui è un uomo ambizioso che sta tentando la carriera nelle assicurazioni, lei invece passa molto tempo in casa. I due, socialmente considerati inferiori a Frances e sua madre, con il cambio di domicilio, hanno l’occasione di elevarsi agli occhi degli altri. All’inizio questa convivenza crea un senso di disagio a Frances e a sua madre, perché avere per casa gente sconosciuta porta le due donne a delle rinunce. Viene messa in discussione la loro privacy, i loro riti e le loro abitudini, ma la cortesia e l’affabilità dei due giovani le portano ad accettarli. La madre è più che disponibile nei confronti di Leonard, Frances non sa cosa pensare di nessuno dei due, anzi, Leonard con il suo fare, la mette alquanto a disagio. Finché un giorno Frances nota Lilian in un vestito zingaresco che lascia scoperto gran parte del suo corpo e sente qualcosa cambiare in lei. Nasce tra le due un profondo legame, che farà rifiorire Frances, che era stata una ragazza ribelle, soprattutto verso il padre, ma dopo alcuni avvenimenti che l’avevano riguardata, era diventata chiusa e solitaria, un po’ una vecchia zitella, nonostante non abbia ancora trent’anni. Il romanzo a questo punto si divide in tre parti concatenate tra loro:  nella prima parte c’è il ritratto della decadenza di una città sconvolta dalla guerra con tutti i problemi conseguenti, con la necessità di una ricostruzione venata di un certo ottimismo; nella seconda parte c’è una storia d’amore che visto il periodo temporale in cui si svolge non solo era considerata scabrosa, ma aberrante, anzi contro la legge; nella terza parte c’è infine il giallo ottocentesco, perché sì, in questo romanzo ci sarà anche un omicidio. La Waters è molto brava a raccontarci un tema complesso, senza cadere nel becero erotismo imbastendo la storia in modo raffinato, fino alla svolta drammatica raccontata in maniera avvincente, intersecando le due storie con un’abilissima ricostruzione degli anni venti londinesi, descritti con minuzia di particolari, dagli abiti, agli oggetti, agli strumenti di lavoro, riuscendo a farti immaginare gli ambienti con l’impressione di viverli di persona. Inaspettata è la piega thriller del romanzo, quella cosa in più che non ti aspetti, ma che porta ad un finale di crescita e rinascita. E’ un appassionante affresco dell’epoca, con personaggi descritti perfettamente  che rimangono impressi nella memoria per la loro veridicità. L’abilità dell’autrice richiamata in copertina da Stephen King, è quella di farti partecipare ai pensieri, alle angosce e alle emozioni di Frances come se il lettore fosse lì e vivesse in prima persona i fatti raccontati nel romanzo. Voto: 8

venerdì 29 luglio 2016

RECENSIONE – Una famiglia quasi perfetta di Jane Shemilt



Bristol, Inghilterra – 2009. In una sera qualunque, in una famiglia qualunque, la giornata termina non proprio in maniera qualunque. La famiglia Malcom composta da Jenny e Ted entrambi medici, e dai loro tre figli, i gemelli Ed e Theo e dalla figlia Noemi, si ritrova a dover fronteggiare una tragedia. La scomparsa proprio del membro più piccolo della famiglia, la quindicenne Naomi. I due coniugi sono entrambi sovraccaricati dal lavoro, mentre i loro figli crescono, cercano di non trascurare nulla, ma non tutto si può tenere sotto controllo. L’adolescenza rende tutto più difficile, i rapporti tendono a complicarsi, e tante volte determinati segnali vengono sottovalutati e gli si dà scarsa importanza. L’autrice, lavorando su due piani temporali, ci porta alla scoperta della famiglia Malcom, che apparentemente sembra perfetta. All’interno invece scopriremo i segreti che ognuno di loro tiene nascosti dietro le mura domestiche. Il libro è tutto dal punto di vista di Jenny Malcom , che sembrerebbe l’unica a non avere qualcosa da nascondere, ma anche l’unica a cui gli altri componenti della famiglia tendono a dare delle colpe non sue. Il castello da favola che Jenny pensava con soddisfazione di aver costruito con la sua famiglia, crolla alla prima grossa folata di vento. Naomi scompare nel nulla. Rapita o uccisa, nessuno lo sa, quel che è certo che ogni membro della famiglia avrà un modo diverso di reazione. Scavando nella vita di Naomi, nelle sue frequentazioni, Ted e Jenny, con l’aiuto di Michael sovrintendente della polizia, scoprono che la figlia non era proprio quella che loro immaginavano fosse. Tutta la famiglia verrà sezionata, anche l’aspetto più marginale verrà esaminato e la loro intera esistenza, i loro sentimenti saranno travolti, devastati e distrutti, portando alla luce una famiglia tutt’altro che perfetta. Molti segreti verranno rivelati e i risvolti porteranno a radicali cambiamenti nell’ambito familiare. Se fossi stata nei panni di Jenny mi sarei messa ad urlare a tutti quanti. Mi è sembrata il punta spilli di tutta la famiglia, a parte il cane. Finale forse un po’ troppo fantascientifico per l’andamento della storia in sé, tanto da rovinare “quasi” tutta la trama costruita dall’autrice. Scrittura scorrevole e accattivante, nonostante la suddivisione in due piani temporali, che all’inizio della storia può dare un po’ di fastidio. Voto: 6,5 (uno in meno per il finale banale)

giovedì 28 luglio 2016

RECENSIONE – Le sette sorelle. Ally nella tempesta vol. 02 di Lucinda Riley



Secondo volume della saga de “Le sette sorelle”. Nel primo capitolo avevamo conosciuto Maia, la sorella maggiore, in questo secondo capitolo conosciamo la storia di Alcyone detta Ally, la secondogenita. Riprendiamo la storia però dalla morte di Pa’ Salt, il padre adottivo di tutte e sei le sorelle (dovrebbero essercene sette, ma per ora della settima nulla si sa). Ricco imprenditore svizzero, ha adottato in giro per il mondo sei bambine, chiamandole ognuna con il nome di una stella delle Pleiadi. Alla sua morte, avvenuta in maniera a dir poco inaspettata, si fa seppellire in mare senza che nessuna delle sue figlie ne sia a conoscenza e possa partecipare alla sua cerimonia funebre e lascia loro una scultura particolare, una pietra armillare,  con delle istruzioni: quelle per scoprire da dove proviene ognuna di loro. Questa è la storia di Alcyone. Ally è una marinaia nata, una skipper che sta per partecipare alle Olimpiadi, e quello che sa lo ha imparato tutto da Pa’ Salt. Quando Pa’ Salt muore, causandole un immenso dolore, lei è in compagnia di quello che considera la sua anima gemella, Theo Falys-Kings, uno skipper come lei, molto famoso. Mentre lei passa giornate memorabili tra amore, coccole, sesso e mare, con il telefono spento, le sue sorelle la cercano in ogni modo, per avvertirla di ciò che sta succedendo a casa. Tornata a casa Ally si sente quasi in colpa, ha sfiorato il funerale marino di Pa’ Salt, ma non lo ha visto. E’ sconvolta per esaudire le volontà del suo padre adottivo, ha voglia solo di abbandonarsi tra le braccia di Theo e ritrovare un po’ di serenità. Ma non sa quello che le sta per succedere, e non sa nemmeno che mettersi alla ricerca delle sue origini sarà la sua ancora di salvezza. Ally entrerà nella vita di Anna Landvik, famosa cantante d’opera norvegese dell’Ottocento, musa di Edvard Grieg. Non sa ancora cosa possa entrarci con lei ed è per questo che intraprenderà un viaggio nella fredda Norvegia, sulle tracce di Anna. Seguiremo così le tracce della famiglia Halvorsen dagli inizi del ‘900 in Norvegia, con la prima messa in scena dell’opera lirica tratta dal Peer Gynt di Ibsen, fino all’invasione nazista della stessa Norvegia. Mentre riuscirà a riordinare le tracce in suo possesso, avrà modo  di riabbracciare una sua vecchia passione, la musica ed il suo flauto. La narrazione della Riley è come al solito suddivisa in due piani temporali, presente e passato. Conosceremo così la storia delle origini di Ally, di Anna Landvik in un viaggio oltre che temporale, attraverso le città europee tra le due guerre mondiali, teatri di intricate passioni e grandi amori. Troverà nuovi amici che l’aiuteranno a scoprire finalmente quale sia il suo destino e quel tassello mancante, per poter proseguire la sua vita in completa serenità. L’autrice riesce con competenza a farci entrare in due mondi completamente diversi tra loro: la musica e la vela. La descrizione dei luoghi è estremamente minuziosa e affascinante. Nonostante la struttura del romanzo sia fedele ai vecchi scritti della Riley, non ci si annoia mai. L’intreccio delle svariate trame è ben costruito e coinvolgente. La fine, ci porta ad aspettare il terzo capitolo con la voglia di scoprire chi sarà la prossima protagonista, ed altri dettagli sul resto della famiglia. Voto: 7/8

martedì 19 luglio 2016


Un consiglio? Non compratelo, risparmiate i soldi. Tutto ovvio, tutto già visto, tutto già scritto.

lunedì 18 luglio 2016

RECENSIONE – La via del male di Robert Galbraith



Ho decisamente atteso l’uscita di questo libro con molta impazienza. La “Zia” Rowling mi ha fatto appassionare immediatamente alla storia di Cormoran Strike e della sua socia Robin Ellacot, tanto che comprai il primo libro senza sapere che tale Robert Galbraith fosse il suo pseudonimo. Ma tant’è … Avevamo lasciato i nostri eroi con la risoluzione del caso Quine, che come dopo quello di Lula Laundry ha fruttato loro una buona pubblicità e altro lavoro per l’agenzia investigativa. Robin, oltre al lavoro per l’agenzia è alle prese anche con i preparativi del suo matrimoni con Matthew. In tutto questo bailamme Robin si ritrova a ritirare un pacco a suo nome, ma è un macabro regalo quello che trova: la gamba amputata di una donna. La gamba è la stessa di Cormoran, la destra ed è amputata allo stesso punto. In team con il commissario Wardle, l’unico nella polizia criminale che rispetta Strike e tiene molto in conto i suoi punti di vista, cominciano le indagini sul perché di questo macabro regalo. Secondo Strike sono quattro le persone che potrebbero avergli mandato quell’avvertimento, hanno tutti con lui un conto in sospeso dal passato. Robin e Cormoran, cominciano la loro indagine parallela. Sanno che l’assassino conosce Strike molto bene. Viene coinvolto nelle indagini anche Shanker, amico di vecchia data e informatore di Cormoran da lungo tempo. In questo capitolo scopriremo molto sul passato dei nostri protagonisti. Qualche segreto verrà svelato da entrambi, sempre molto restii a parlare di loro, quasi che il farlo potesse minare il rapporto che i due hanno costruito. Ma gli omicidi purtroppo continuano e non si fermano certo per i problemi personali dei due investigatori. La trama creata dalla Rowling è certamente più complessa dei precedenti capitoli. Quattro presunti colpevoli, quattro diverse piste da seguire. Oltre ai normali dialoghi, in questo volume troviamo anche la possibilità di leggere anche i pensieri dell’assassino a cui la Rowling dedica capitoli a se stanti. Questi potrebbero dare dei suggerimenti al lettore per svelare la sua identità, ma per me hanno un senso inverso, sviano l’attenzione del lettore. Capiremo, se mai ce ne fosse stato bisogno, che tra Cormoran e Robin non c’è solo un rapporto professionale, ma molto di più, anche se loro rifuggono questo “più”. Soprattutto perché Robin sta per convolare a nozze con il suo storico fidanzato, che come il lettori della saga sanno, odia spassionatamente Strike, e Strike a sua volta, sta frequentando una bellissima donna. Come sempre “zia” Rowling ci porta a passeggio per le vie di Londra, descrivendoci minuziosamente la città e i luoghi che ci rappresenta. In questo capitolo della saga la Rowling ha dato più spazio a Robin che a Strike, elevandola a ruolo di protagonista invece che di spalla. Come al solito i romanzi della Rowling sono scritti divinamente, con maestria e perfezione. La trama si intreccia perfettamente con la vita dei suoi protagonisti. Una pecca però l’ho trovata … una faticaccia per me che conosco poco l’inglese andarmi a leggere tutte le note di traduzioni dei capoversi dei capitoli, non poteva metterle direttamente sotto? Facevano perdere tempo e concentrazione. E comunque, non so voi, ma io l’assassino lo avevo azzeccato. Voto: 8,5

giovedì 14 luglio 2016

RECENSIONE – Wolf Hall di Hilary Mantel



Inghilterra, 1533. Il trono inglese non ha un erede. Se il re morisse senza erede maschio sarebbe un disastro colossale e potrebbe sprofondare il Paese in una sanguinosa guerra civile. Re Enrico VIII è sposato da vent’anni con Caterina D’Aragona che le ha dato solo una figlia femmina, Mary, ma non può più avere figli. Invaghitosi di Anna Bolena, giovane e fresca, proveniente dalla corte francese di Francesco I, la vuole a tutti i costi sposare, e poter considerare eredi effettivi i figli che potrebbe da lei avere. Per liberarsi del legame con Caterina, Enrico VIII deve trovare il modo di annullare il suo matrimonio. La scusa è quella che Caterina è stata per tre mesi la moglie di suo fratello Arturo, ex principe di Galles, primo erede al trono di Enrico VII, ma morto giovanissimo di febbre, e che Enrico avrebbe vissuto per vent’anni un amore incestuoso, perché all’epoca, la moglie di un fratello andava considerata come una sorella, e il Levitico riportava che non ci si poteva sposare tra fratelli, tanto che per sposarla aveva dovuto chiedere una dispensa papale. La storia la conosciamo tutti o quasi, ma la Mantel è stata brava a considerare Enrico VIII solo un co-protagonista di questo libro e puntare tutto sul personaggio di Thomas Cromwell. Thomas Cromwell è passato alla storia come un uomo crudele, un arrampicatore sociale, pronto a tutto pur di fare carriera. Ma la Mantel ribalta la storia e lo descrive come un abile imprenditore che si è costruito da sé, dotato di una grande testa e di molta autodisciplina. Come un padre, un marito e un fratello, deciso a ribaltare le sorti della sua infanzia vissuta in povertà, e offrire alla sua famiglia, quello che  lui non ha mai avuto, sicurezza e benessere. E’ un uomo del cardinale Wolsey, Lord Cancelliere d’Inghilterra, figlio di un fabbro che basandosi sulle sue sole capacità, ha forgiato il suo destino, influendo sulla storia d’Inghilterra. Ovviamente questo è un romanzo, quindi la Mantel ingigantisce forse la grande intelligenza, e i tratti oscuri di questa figura storica, cercando di raccontarci gli eventi storici, inserendoli in una vita privata romanzata. La Mantel ci racconta Cromwell da undicenne ragazzino che prendeva botte a destra e a manca da suo padre ubriacone, fino alla gloria della sua elezione a Lord Cancelliere. Una persona di cui Enrico VIII non riusciva a fare a meno, tanto da elevarlo, da quell’umile persona che era, ad un incarico di tutto prestigio. Ci racconta, romanzandola, della vita di Cromwell nella sua magione di Austin Friars, del microcosmo da lui creato con la sua famiglia, con le sue amicizie, e perché no, anche con i suoi nemici. Ci parla dei grandi temi politici, economici e religiosi del periodo Tudor, trattati attraverso la vita quotidiana del protagonista. L’uso da parte della Mantel della prima persona, porta ad abbattere le barriere temporali che separano il lettore contemporaneo dall’epoca storica. Il lettore partecipa nella storia che il protagonista vive, alle sue certezze, alle sue domande. Scopriremo il carattere molto volubile di Enrico VIII, alle volte gagliardo, alle volte impaurito. Un’Anna Bolena acida e petulante, che sapeva come portare il Re dalla sua parte. Conosceremo una Maria Bolena, sorella di Anna, usata come suo punta spilli, e usata anche da Re Enrico come sua sostituta, che qui si dice anche madre di due suoi bastardi mai riconosciuti. Parteciperemo agli intrighi di corte messi in atto dalla famiglia Bolena/Howard, per far si che il matrimonio tra Anna e Re Enrico si svolga a tutti i costi, e le mosse e gli studi di Cromwell per rendere legge la riforma protestante della Chiesa d’Inghilterra. Lo vedremo scontrarsi con Tommaso Moro, che qui ci viene indicato come uno spregiudicato difensore della supremazia della Chiesa di Roma che appoggiava indefessamente il Papato. Ma al di là del personaggio storico, è più il Cromwell privato che conquista il lettore. Il padre, il marito, quello che si ricaricava in presenza della sua famiglia allargata, con i suoi capisaldi, i lontani parenti e tutti i pupilli adottati nell’arco della sua vita. La quotidianità, le passioni dell’uomo che ha lasciato un’impronta nella storia, indelebile ancora oggi. Consigliato a chi ama il romanzo storico. Voto: 7,5

RECENSIONE – Scrivere è un mestiere pericoloso di Alice Basso



Io adoro Vani Sarca. Mi permettete di iniziare così la mia recensione? Se non lo fate è uguale … la mia sta diventando quasi una sorta di venerazione. Il primo romanzo l’ho comprato quasi per sbaglio (è stato il lunghissimo titolo ad attirarmi) … per il secondo non c’è stato nessun errore di acquisto. Anzi! Lo aspettavo con ansia, leccandomi i baffi appena ho saputo della sua uscita, quasi fosse un piatto di lasagna, o un gelato al cioccolato. E già della prima pagina, con il prologo sul peso della carta, e sulla sua libreria che a momenti scoppia (mi ha fatto pensare immediatamente alla mia), l’ho amata ancora di più. Avevamo lasciato la nostra Vani alle prese con il Commissario Berganza e la sua proposta di collaborazione con la Polizia e Riccardo Randi diventato il suo ex fidanzato. La ritroviamo ufficialmente consulente esterno della Polizia con Berganza come capo, che è convinto delle sue qualità di entrare nella testa delle persone, e anche e ancora gosthwriter della Casa Editrice L’Erica. Enrico, il suo capo, ha una grandissima idea. Le  “impone” un nuovo lavoro, come fosse una punizione per l’aumento di salario che deve sborsare. Vani dovrà scrivere un libro che sia insieme un memoriale di vita e un libro di cucina dedicato ad Irma Envrin, la cuoca da più di sessant’anni della famiglia dei Giay Marin, una delle più importanti e delle più in vista di Torino e fondatrice e proprietaria della omonima casa di moda, salita alla ribalta della cronaca nera, anni e anni prima per l’omicidio di uno dei rampolli. Nel raccogliere le memorie di questa anziana signora, che le sta subito simpatica perché tagliente, e irriverente proprio come lei  (tanto che si immagina come lei da vecchia), Vani viene a conoscenza di una verità diversa su quello che viene considerato come “il fatto”, l’omicidio del rampollo di casa.  Con l’aiuto del Commissario Berganza tenterà di risolvere il caso e in cambio riceverà aiuto per qualche lezione di cucina, visto che lei va avanti solo a birra a scura e patatine al formaggio e non è certo in grado di scrivere un libro di ricette tradizionali. Cercherà di sopravvivere ai pranzi di famiglia e al suo ex Riccardo Randi, che non si arrende. Sarà costretta anche a frequentare lezioni di difesa personale, di tiro e ad indossare un vestito di alta moda, lei che è una dark convinta e gira sempre con un logoro impermeabile nero, lasciando stupefatti sia il Commissario Berganza che il suo ex Riccardo Randi. Ritroveremo con piacere Morgana, la nemesi adolescente di Vani, alle prese con Ema e la sua band musicale, a cui si aggiungerà Ivano, nuovo personaggio che spero ancora di incontrare. Il romanzo è ben scritto e scorrevole, pieno dell’ironico cinismo con cui Vani nasconde la sua vera se stessa. Non è sicuramente un libro che rimarrà negli annali della letteratura italiana, ma è ironico al punto giusto e ricco di citazioni letterarie. E’ una storia che non si limita al mistero giallo, anzi questo passa quasi in secondo piano, e ci racconta soprattutto le tante sfaccettature della nostra eroina, che non ci annoiano per nulla e sono spassosissime. Alice Basso è riuscita a far entrare Vani nel cuore di molti lettori, innamorati soprattutto della sua ironia, della sua sagacia e della sua irritabilità e delle sue perle di saggezza, con semplicità di linguaggio, originalità, con personaggi ben caratterizzati e una trama avvincente, divertente e ben strutturata. Voto: 8

martedì 12 luglio 2016

RECENSIONE – Non è la fine del mondo di Alessia Gazzola



Nuova serie per la creatrice della divertente specializzanda in medicina legale Alice Allevi. Emma De Tessent  non è una specializzanda, bensì una stagista. Anzi, una Tenace Stagista. Lavora presso la filiale italiana della casa di produzione cinematografica Fairmont Holding, con un salario decisamente al di sotto della normalità e con nessuna prospettiva di carriera. Il premio per il suo lavoro, è ogni anno il rinnovo ad un livello adeguato del suo contratto di lavoro, e lei è sempre lì in attesa che accada il miracolo. Ma partiamo dall’inizio. Emma è una romantica fatta e finita, guarda caso porta il nome di una delle eroine della Austen. Legge solo ed esclusivamente romanzi del periodo regency, e aspetta con ansia le uscite in edicola. Ha il sogno di comperare un villino romantico con glicine incluso, che è abbandonato e sembra aspettare solo lei. Per ora è single e condivide l’appartamento con sua madre vedova, e non disdegna di occuparsi delle Nipoti, figlie di sua sorella Arabella, soprattutto perché adora intromettersi nella vita dell’Orrido Cognato, che la tradisce. Perché lei è stata l’amante di un uomo sposato e non ne va certo fiera. Non è una che si lascia vincere facilmente, vorrebbe diventare una donna di successo, è attiva e convinta di quello che fa. E’ alla ricerca di qualcosa che la faccia crescere professionalmente, e l’avrebbe veramente l’asso nella manica, ma è un tipo molto, molto restio. Il suo “asso” è lo scrittore di successo giappo-italiano Tameyashi Tessai, a cui tutti propongono di fare un film su uno dei suoi libri di maggior successo; ma lui, scottato da un precedente fiasco, non ci tiene proprio a venderne i diritti al migliore offerente, anche a costo di rinunciare a tantissimi soldi. Emma cerca in tutti i modi di portarlo dalla sua parte, passa con lui tanto tempo, parlando di tutto tranne che del film, ma prima che possa effettivamente concludere qualcosa viene licenziata in tronco, sorpassata perfino da quella cretina della sua collega, che le ha fatto grandemente le scarpe, essendo la fidanzata di un conoscente del capo. Quindi la tenace stagista è costretta in qualche modo a rifarsi una vita, e dopo un colloquio alquanto brutale con il capo produzione di un’altra casa cinematografica, Pietro Scalzi, finisce, per sbaglio in un atelier che produce abiti finissimi per bambini. Tutti confezionati a mano dalla proprietaria, Vittoria. Il lavoro da imparare e la compagnia dell’anziana signora, che le racconta la sua vita, soprattutto i suoi sbagli di gioventù, la riportano a galla. Grazie al vecchio levriero della signora, Arturo, sofferente di flatulenza, che ogni tanto accompagna a fare una passeggiata, viene a sapere che Pietro Scalzi è il figlio di Vittoria. In qualche modo riesce ad essere assunta dalla Casa Cinematografica di Pietro Scalzi, e in fondo in fondo, nonostante lui sia burbero e perfettino, il lavoro alle sue dipendenze le piace, e il contratto che ha non è niente male finalmente, e soprattutto si occupa di cinema veramente d’autore. Ma non è solo il lavoro a piacergli, anche il Produttore, come lo chiama lei è un uomo affascinante. Ma di punto in bianco tutto sembra cambiare di nuovo ed Emma è costretta di nuovo a scegliere. Pietro Scalzi viene fatto fuori dalla compagnia. A fargli le scarpe è la sua ex fidanzata, ora moglie del Capo e a lei, donna di fiducia del vecchio produttore, viene proposto di andare oltre manica a New York. Il sogno romantico sembra quindi concludersi qui, con Emma a 10.000 Km di distanza e con Pietro Scalzi, che non si sa dove sia andato a finire … ma libri del genere non possono concludersi senza un lieto fine … Molto, molto carino. Differente dai romanzi con protagonista la Allevi. Emma, a differenza di Alice, è determinata a raggiungere il suo obiettivo, la sua indipendenza. E’ romantica all’inverosimile, cosa che Alice non è. Il romanzo ha una scrittura scorrevole, è divertente e alla fine conquista. Aspettiamo, quindi, nuove avventure anche di Emma, sicuri che la Gazzola non ci tradirà. Voto: 7+

RECENSIONE – London Underground di Don Winslow



Inizio col dire che io adoro Don Winslow. Anzi, diciamo che lo venero proprio. E’ in assoluto  uno dei miei scrittori preferiti, e si contende il primo posto con altri due o tre. Per me potrebbe rendere interessante anche un elenco del telefono o una lista della spesa, se fosse lui a compilarli, quindi, forse, mi troverete un po’ di parte. Einaudi mi ha fatto un gran regalo, sull’onda del successo del suo ultimo capolavoro, Il Cartello, sta ripubblicando i primi scritti di Winslow. London Underground, infatti è il primo romanzo scritto e pubblicato nel 1991 da Winslow. Una serie composta da cinque romanzi con protagonista l’investigatore privato Neal Carey. Certo, questo libro non è sicuramente all’altezza dei suoi capolavori “Il potere del cane” e del suo seguito “Il Cartello”,  è un concentrato di luoghi comuni su cui vengono basate le storie mistery, ma il personaggio di Neal Carey ha quel “qualcosa” che ci porta ad amarlo immediatamente. Come ho già detto, la storia parte con qualcosa di sicuramente già visto, una giovane teenager scompare, la famiglia ricca e potente la cerca e siccome è una famiglia molto in vista, invece di affidarsi alla polizia, si affida a una sorta di “setta” che lavora sul filo della legalità: gli Amici di Famiglia. Winslow però dopo un breve excursus sul compito che aspetta l’investigatore Carey, ci riporta, con un salto temporale, all’infanzia di quest’ultimo, per farci conoscere le condizioni in cui è stato costretto a vivere prima dell’incontro più fortunato della sua esistenza. Neal è un giovanissimo ladruncolo di undici anni, figlio di una prostituta tossica. Si imbatte inavvertitamente in Joe Graham, a cui ruba il portafogli, tranne poi essere stordito dal suo braccio artificiale. Graham, capisce che il ragazzino gli può comunque essere utile, può andare in posti che per lui sarebbe impossibile raggiungere e comincia ad addestrarlo, con l’approvazione degli Amici di Famiglia. Quest’ultimi sono come una “setta” segreta fondata dalla stirpe dei Kitteredge, potenti banchieri che di generazione in generazione proteggono i loro clienti, ne vegliano i patrimoni ed intervengono se questi ultimi hanno dei problemi da risolvere. Graham insegna a Neal tutto quello che sa, e infatti i primi capitoli del libro ci fanno vedere il piccolo Neal che impara come seguire una persona, come fare una perquisizione in una casa senza farsi scoprire, come vestirsi, come non dare nell’occhio, tutte cose che a ventitré anni lo hanno resto uno dei più esperti e richiesti uomini dell’organizzazione. In realtà Neal, non è che ami il suo lavoro, ma gli permette di frequentare l’università, e forse, se lo lasciassero fare, laurearsi in letteratura inglese del settecento. Ma non può certo rifiutare un incarico, visto che è Graham a chiamarlo. Quindi parte, seppur a malavoglia per Providence, sede dell’organizzazione. La cosa è molto delicata, deve rintracciare Alice Chase, figlia del senatore John Chase, fuggita tre mesi prima e intravista a Londra. Londra è un pagliaio e lui deve trovare Alice, il classico ago. Dopo parecchi tentativi a vuoto, riesce a scovarla. Alice è diventata un oggetto di scambio di una banda di teppisti, più plateali che pericolosi. E’ costretto così ad immergersi nell’ambiente punkeggiante della Londra degli anni novanta, dove tenterà il tutto per strappare Alice e riportarla a casa, un compito che potrebbe risultare difficile anche per chi, come lui, è cresciuto in strada. Non manca il colpo di scena finale, che ci farà apprezzare ancora di più il personaggio di Neal, se in caso ce ne fosse bisogno. London Underground lo si può considerare forse più disimpegnato e leggero in confronto ai capolavori di Winslow, ma in questi libri (questo e quelli che seguiranno), potremmo seguire la crescita dello scrittore e il suo evolversi, con scritti, che poi, lo hanno portato all’eccellenza degli ultimi anni dei suoi ultimi romanzi, come fosse un corso di formazione per noi lettori. Voto: 8

RECENSIONE – The invasion of the Tearling di Erika Johanssen



Lessi il primo libro “The Queen of the Tearling” con la speranza che fosse qualcosa di buono, visto il costo, dovuto anche ad una presentazione molto “artistica” del libro. Forgiato come un libro antico, con carta alquanto pregiata e corredato di illustrazioni in capo ad ogni capitolo e altre nel mezzo della storia. Il primo non mi fece molta impressione, anzi … credo di avergli dato un tiepido 6, aspettando il secondo volume per valutare meglio. In effetti molti cambiamenti, e in meglio, ci sono stati. Il secondo volume, come l’altro, è sempre ben presentato, nella stessa forma del primo volume: stessa carta, altre illustrazioni. La storia riprende dove l’avevamo lasciata. Kelsea Glynn (ha rinunciato all’infausto nome dei Raleygh) è la Regina del Tearling e sta cercando di cambiare il suo regno in meglio. Ma dopo la sua decisione di non inviare più schiavi nel Mortmesne come tributo, si ritrova l’esercito della Regina Rossa alle porte di casa e tantissimi problemi da risolvere. Kelsea deve trovare una soluzione e anche in fretta, per evitare che il suo regno venga distrutto per un suo “capriccio”. Al suo fianco ha sempre Mazza Chiodata, fido scudiero, quasi un padre e Pen, guardia del corpo ed ora anche amante. Ma la parte “forte” di questo capitolo è l’introduzione di un nuovo personaggio Lily. Kelsea inizia ad avere delle strane “trance” dove si assenta dal suo presente e sprofonda nel corpo di una donna prima del Passaggio. Questa donna si chiama Lily. Vive negli Stati Uniti nel 2058, prima del Passaggio e della creazione del Nuovo Mondo. E’ una donna fortunata perché vive nella parte dei ricchi, protetta da un muro ed in tutta sicurezza. I poveri sono lasciati allo sbando, abbandonati a se stessi. Ma è davvero così fortunata come sembra? Ha tutto nella vita, soldi, una casa sicura, un autista/guardia del corpo, un marito devoto. Ma non è proprio così. Lily vive nella paura, l’uomo che ha sposato non è quello che le sembrava  quando lo ha conosciuto, ed oltre al peso che si porta sul cuore, è prigioniera di un matrimonio, dove l’amore ha lasciato il posto alla violenza. Suo marito Greg è un uomo frustrato e scarica la sua impotenza e la sua rabbia su di lei. Se le cose non vanno come vuole la riempie di botte e le usa violenza, la sminuisce ogni volta perché non riesce a dargli un figlio. Ma anche questo è un segreto che Lily si porta dentro. Lily ha un chip in un braccio, tramite il quale suo marito e gli apparati governativi possono controllare i suoi spostamenti, ma qualcuno l’aiuterà a prendere coraggio e ad opporsi a Greg. Avrà anche la forza di credere in un mondo migliore? Gli stati di trance di Kelsea, forse dovuti agli zaffiri, ci fanno effettivamente conoscere come è avvenuto il Passaggio ed il personaggio di William Tear. Abbiamo l’opportunità di vedere come era il mondo prima del Passaggio e capire il perché un manipolo di uomini abbia pensato di rinunciare a tutto, (tecnologie, medicinali, macchinari e altro) e tornare ad un quasi medioevo. Diventa così un romanzo distopico, che si svolge in due piani temporali. Passato e presente, che noi forse, vediamo in modo diverso. Contrapponiamo il mondo di Lily futuristico e tecnologico, con quello di Kelsea arretrato e, sbagliando, saremo portate a confondere il passato con il presente, rovesciandoli. Conosceremo anche meglio la Regina Rossa, scopriremo che ha dei legami con Kelsea e con la sua famiglia e scopriremo qualcosa di più sull’essere che l’ha in pugno. Se il primo libro mi aveva stupito per la sua “pochezza” e le molte domande lasciate in sospeso, questo secondo volume, oltre alla crescita dei personaggi, soprattutto quello della Regina del Tearling, mi fa ben sperare per un terzo libro molto buono. E’ difficile  che un secondo libro sia migliore del primo, dove di solito si sparano parecchie cartucce per impressionare il lettore e spingerlo ad andare avanti, ma questo lo è e di molto. La Johanssen, rischiando, ha sparato molte delle cartucce in questo secondo volume, facendoci comprendere qualcosa in più della storia che sta tessendo, che risulta finalmente piacevole  con l’alternarsi delle voci di Kelsea e Lily, ben strutturate. Una trama coinvolgente che finalmente desta tutta la nostra attenzione; ben scritta e ben articolata in ogni sua sfumatura, compreso il colpo di scena finale. Oltre al personaggio di Kelsea, molto ben caratterizzati quelli di Mazza Chiodata, Pen, Fetch e la bellissima sorpresa di padre Tyler. L’autrice è stata bravissima a farci scoprire alcune cose e a lasciarne altre in sospeso. E’ finalmente diventato un romanzo che appassiona, tra battaglie, magia, intrighi e colpi di scena, in un viaggio verso l’ignoto contenuto tra le pagine. Voto: 7,5 – Voto al nome Kelsea: 1 (continua a non piacermi).

lunedì 11 luglio 2016

RECENSIONE – Vodka&Inferno. La morte fidanzata vol. 1 di Penelope Delle Colonne



A vederlo nella sua veste grafica, di primo acchito, sembrerebbe un libro fantasy per ragazzi, ma per argomenti trattati, proprio non lo è. Vodka&Inferno. La morte fidanzata è il primo volume di una serie e romanzo d’esordio della scrittrice Penelope Delle Colonne. Siamo a Venezia alla fine del 1800, qui vive Frattaglia, orfano e diseredato, aiutante del razziatore di cadaveri, il “Signor Carnemolla”. E’ un povero infelice che il Sig. Carnemolla ha raccolto dall’immondizia; è cresciuto nelle fogne e nei cimiteri, in compagnia dei pupazzi che ama costruire. Il Signor Carnemolla fa l’allettante lavoro di rivenditore di cadaveri, logicamente li spoglia di tutti i loro averi, prima di consegnarli alla scienza nella persona del Dr. Malabaila. Finalmente è arrivato il giorno in cui riescono a trovare un cadavere giovane che può farli mangiare per almeno una settimana, e l’uomo non fa che sfregarsi le mani, soprattutto perché il cadavere può fruttare un altro bottino derivante da un anello nobiliare che aveva al suo dito. Il cadavere che è finito sul tavolaccio di Carnemolla è quello de nobile decaduto Viktor Bojanovic Mickalov, suicida e ripescato nel Canal Grande. Frattaglia messo a guardia,  instaura però un rapporto d’amore alquanto morboso con il cadavere del giovane Viktor e non vuole separarsene; ne è affascinato e lo ama di un amore impossibile. E’ irresistibilmente attratto dal cadavere di quel giovane bellissimo, a parte la piccola imperfezione di quella bruciatura sul viso. Lo vede così bello ed indifeso che lo accarezza, lo bacia e lo possiede. Nonostante sappia che prenderà un sacco di botte, Frattaglia fa in modo di consegnare il cadavere sbagliato al Dr. Malabaila. Mentre Carnemolla è su tutte le furie per quello che ha combinato, lo manda a forza di botte a rimediare qualche spicciolo vendendo l’anello e gli abiti del morto. Per la strada Frattaglia è attirato da uno spettacolo particolare. Un Dottore della Peste arringa la folla. Il misterioso personaggio lo nota e lo fa salire sul palco, lo ipnotizza e gli fa avere delle strane visioni, per poi scomparire. Quando il Sig. Carnemolla verrà scoperto e arrestato per la sua alquanto discussa attività, Frattaglia riesce a scappare e scopre che l’amato corpo di Viktor è stato  preso e portato in casa di un suo parente, un giocattolaio italiano un tempo famoso, Gaspare Fausto Mallardo, costruttore di improbabili carillon, che vuole riportarlo in Russia a Soroka, suo paese natio. Frattaglia fa in modo di fingersi amico di Viktor, nonostante non lo conoscesse affatto, consegnando ai Mallardo, Fausto e le gemelle Marì e Cherì, l’anello di quest’ultimo, e quindi a partire con loro per la Russia. Non si sa come, ma una volta a Soroka, e dopo il suo funerale, Viktor riesce a tornare in vita come vampiro, animato da un forte desiderio di rivalsa contro la famiglia rivale i Rodcenko,  e soprattutto  contro Anna, che lo aveva considerato brutto e deforme e aveva rifiutato il suo corteggiamento. Il suo piano è trasformare tutta la sua famiglia in vampiri, dando vita a una nuova ambiziosa progenie.  Il romanzo è costruito come un romanzo gotico e ha venature di horror e di commedia grottesca. E’ molto particolare, tanto che all’inizio non sapevo se mi piacesse o meno. E a dir la verità non lo so ancora. E’ uno di quei romanzi senza mezze misure, o piace o no … o decisamente non si riesce ad esprimere un parere definitivo, forse alla fine della serie si potrà valutare meglio questo primo episodio. E’ un romanzo delle volte intenso, ricco di descrizioni suggestive, con un uso di uno stile lirico molto maturo, colto ed estremamente raffinato; ma forse è proprio questa ricercatezza che fa perdere la storia nei meandri di una trama un po’ troppo complicata, con troppa carne al fuoco,  per essere completamente esaustiva nel volume d’esordio. Non manca il colpo di scena finale, che ci porta ad aspettare il prossimo episodio. La morte fidanzata è una saga familiare a tinte fosche ed è indubbiamente poco convenzionale per tematiche e personaggi.  E’ la storia di un’antica famiglia e del suo legame magico con la terra in cui vive da secoli. Della lotta contro la modernità e il capitalismo, una storia di vampiri, di gatti, di incesti, di freddo e neve, di violenza, di orrore e sesso, di morte e non morte. Se avete tempo e voglia di leggere una saga sui vampiri, ma diversa dalle solite di oggi, questa è per voi. Voto: 6,5/7

RECENSIONE – Anime di seconda mano di Christopher Moore



Avevamo lasciato Charlie Asher, il protagonista di Un lavoro sporco in piena mutazione; non ha più un corpo, la sua anima è imprigionata nel corpo di un pupazzo con la testa di coccodrillo e i piedi di papera, con un pene enorme annodato alla vita, in attesa che la sua ragazza buddhista Audrey, riesca a trovargliene uno nuovo. La sua bambina, la piccola Sophie, che era la nemesi della Morte e che poteva uccidere usando la semplice parola “gattino”, vive ora con sua zia, sorella di Charlie e la sua compagna, tenuta sempre d’occhio dalle sue “tate” vicine di casa, una di origine russa e l’altra cinese e protetta dai cani infernali Bummer e Lazarus. San Francisco è in piena emergenza, proprio per l’assenza di Charlie, o meglio lo sono i Mercanti di Anime. Alcuni di loro infatti, non stanno svolgendo più il loro lavoro di raccolta, quindi che fine fanno le anime di quei morti? Il grande libro dei Morti lo diceva chiaro e tondo: “Il tuo compito consiste nel recuperare i vascelli di anime delle persone morte o in fin di vita e nel garantire che arrivino al corpo successivo. Se fallisci, le Tenebre invaderanno il mondo e regnerà il Caos”. Ritroveremo quindi Menta Fresca, l’ex poliziotto Alphonse Rivera, l’Imperatore di San Francisco e Lily la goth impiegata del telefono amico, che si uniranno a quel che resta di Charlie per riuscire a risolvere il problema della città; soprattutto perché i cani infernali sono spariti e non sanno se Sophie ha ancora i poteri della Morte.  Le vicende da sbrogliare sono molte e si affacciano nuovi personaggi tra cui il fratello di Menta Fresca e il ritorno delle Streghe che hanno ucciso il corpo del vecchio Charlie. Da sistemare anche le anime che continuano ad accumularsi sul ponte di San Francisco che si confidano con un operaio imbianchino che vuole morire. Che sia la soluzione che Charlie e gli altri stanno cercando? Ne vedremo comunque delle belle. Tra anime svolazzanti, cani infernali, giacche verdi e gialle, vecchie Cadillac, pupazzi viventi, Banshee e streghe mortali, Moore ci poterà nel suo mondo fantastico, umoristico dove regnano personaggi al di sopra delle righe in un mix di realtà e finzione, paradosso e normalità, sensibilità e durezza che conquista il lettore, anche se non riesce ad eguagliare il primo libro della serie. Voto: 6,5

RECENSIONE – La custode del miele e delle api di Cristina Caboni



Secondo romanzo di questa autrice che di mestiere fa l’apicultrice e di questo parla anche questo libro. Angelica  Senes è una giovane biologa che lavora con le api con cui instaura un rapporto molto particolare. Sembra che riesca a parlarci e a capirle nei loro bisogni. Per questo il suo lavoro è molto richiesto in tutto il mondo. A lei questo va più che bene perché in nessun luogo si sente a casa. I suoi soli compagni sono un vecchio camper che si tiene su per miracolo, un grosso cane di nome Lorenzo e una piccola gatta. Ma proprio la sua capacità di gestire un apiario la riporterà a casa, in Sardegna. Questo ritorno a casa scatenerà una serie di ricordi che ci riporteranno nell’infanzia di Angelica e a scoprire il motivo per cui ha lasciato la Sardegna. Nell’arco della storia ci immergeremo nei paesaggi di una Sardegna nascosta, non quella vissuta dai turisti; una Sardegna che rischia di essere messa in vendita, ma che merita rispetto del suo ambiente e delle sue tradizioni secolari, che consistono nel sapere tramandato di generazione in generazione. Mentre è in viaggio per ritornare a “casa” Angelica ripensa a Margherita, quella che le ha fatto effettivamente da madre, mentre la sua si assentava per giorni interi. Margherita è stata la persona che le ha insegnato tutto quello che sa sulle api, che lei chiamava Jaja e che le ha dato tutto l’amore di una madre, fino a che la sua, quella vera di madre, non l’ha strappata dai suoi luoghi di nascita per portarla a Roma, e condurre un’esistenza diversa. Angelica è ancora arrabbiata con sua madre per averla portata via, figuriamoci ora che ha scoperto il suo segreto. Margherita è morta ora (lei sapeva lo fosse da tempo) e le ha lasciato in eredità tutto il suo podere, compreso l’apiario. I suoi parenti ci avevano già messo su le mani finché lei non è arrivata sull’isola. Volevano vendere tutto e ricavarci dei soldi, ma il suo arrivo sconvolge i loro piani. Minacciata con varie scritte ignobili e con tentativi di sabotaggio, Angelica, nonostante la paura,  procede per la sua strada, aiutata dalle vicine e amiche di Margherita, da qualche vecchia compagna di scuola, e dal suo amore di gioventù, che incontra dopo svariati anni. Dopo svariati colpi di scena, il lieto fine è assicurato, ma nonostante il finale scontato, è stato molto bello imparare, dalle note lasciate all’inizio di ogni capitolo, le diverse varietà di miele, le loro composizioni, e i fiori da cui provengono. In più i luoghi sono descritti benissimo tanto da sembrare così magici che ti fanno comprendere quanto la persona che ne parla sia innamorata di loro. Voto: 7

RECENSIONE – Affliction di Laurell K. Hamilton



Libro n. 22 della serie della cacciatrice di vampiri e risvegliante di zombie Anita Blake. E’ da un paio di libri che la protagonista è tornata a fare quello che ci piaceva di più. Indagare  e uccidere i mostri cattivi, perché quelli buoni lei li ama … quasi tutti. In questa ultima fatica finalmente ritroviamo un po’ d’azione e soprattutto uno dei personaggi più belli della serie Edward/Ted; e chi segue la serie da sempre, sa, che dove c’è Edward, c’è azione. Mentre è in ufficio Anita viene chiamata al telefono dalla madre di Micah. Il padre del suo fidanzato è in fin di vita; sta morendo a causa di una strana malattia a cui i medici non riescono a porre fine. Sta marcendo! Micah parte e Anita e Nathaniel, come parte di un trio amoroso, lo seguono. Ma non da soli … ci sono sempre dei pericoli a viaggiare in territori di altri Master vampiri, quindi Jean Claude la dota di una notevole scorta. Come al solito però, troverà ad aspettarla la solita cricca di poliziotti che pensano solo ad essere gelosi dei pelosi che si porta nel suo letto, e di fatto la ostacolano, più che  aiutarla. Ma non solo … ci sarà anche la famiglia di Micah, che da protagonista passa in secondo piano, piena di bigotti da una parte e famiglia allargata dall’altra. Insomma, la nostra avrà un bel daffare e poco tempo (e meno male!) per fare sesso (solo tre scene e la prima dopo 300 pagine circa). La storia parte dalla malattia del padre di Micah, morso da uno zombie, ed Anita, anche se non è stata chiamata per indagare, comincia a farlo ugualmente, perché il pericolo che sta vivendo la cittadina è veramente grande. Tanti zombie che circolano e uccidono le persone facendole marcire. Il problema però è un vampiro di vecchia conoscenza che si pensava fosse morto, anche se Anita lo ha sempre saputo che non era così. Questo vampiro riesce a risvegliare i morti e tramite loro a controllare o ad uccidere. Questi zombie risvegliati hanno bisogno spesso di mangiare e tendono ad incamerare delle “scorte”. Edward ed Anita cominciano ad indagare sui fatti, con l’aiuto di qualche poliziotto decente, e l’ostacolo di altri che come al solito sono messi KO dalla competenza di Anita e dal fatto che non riescono a capacitarsi che non tutti possono entrare nelle sue mutande. Ci sarà anche la partecipazione di Jean-Claude, che preoccupato per la sua schiava umana, partirà anche lui raggiungendola. Mancherà come sempre Richard, ma ormai ne possiamo fare a meno, e in questo capitolo, facciamo a meno anche di Asher, non proprio il più simpatico dei vampiri, anche se lo ritroveremo sicuramente … a meno che Anita non sia costretta a farlo fuori (prima o poi … ). Per il resto c’è solo la richiesta ufficiale di matrimonio di Jean-Claude ad Anita e la sua accettazione senza pippe mentali, che di solito si fa, tranne dopo farsele su  chi debba essere considerato un fidanzato ufficiale e chi no … peggio di una telenovela. Voto: 6 (stringato)

RECENSIONE – Primavera a Rose Harbor di Debbie Macomber



Libro leggero, leggero come il precedente volume. Al centro del racconto c’è sempre la Locanda di Rose Harbor e la sua proprietaria Jo Marie. La storia riguarda, questa volta, Annie, che torna a Cedar Cove per il cinquantesimo anniversario di matrimonio dei suoi nonni. I nonni che lei ammira tantissimo per aver trovato quella che lei considera il vero Amore, quello che lei pretende. Ed è per questo che ha lasciato il suo fidanzato, proprio perché è un uomo al quale non può più dare la sua fiducia. E’ stata tradita e non una volta sola. Ma l’ultima è stata quella che ha fatto si che prendesse la decisione di lasciare David, anche se a lui sembra che non sia accaduto nulla di così irreparabile. Presa dai preparativi della cerimonia che vedrà protagonisti i suoi nonni, lascia che il tempo scorra e faccia passare il dolore. L’altra persona che alloggerà alla Locanda è Mary. Mary ha un grande problema è stata sempre una donna che è vissuta per la sua carriera e per questo ha abbandonato quello che considerava il suo grande amore. Ma ultimamente, visto ciò che le è successo, sta ripensando molto a quell’uomo. Però lui si è rifatto una vita e lei sa che non può sicuramente presentarsi davanti a lui, soprattutto ora e nella sua condizione. Ma i protagonisti della storia, come nello scorso episodio, trovano in Jo Marie e nella sua locanda un luogo di redenzione e guarigione. Annie ritroverà Oliver, il ragazzino di cui era innamorata da piccola, ma a cui aveva rinunciato perché pensava l’avesse presa in giro per scommessa. Lui l’aiuterà in tutta l’organizzazione dell’anniversario dei suoi nonni, che a vederli non sembra proprio che vivano un rapporto così idilliaco come lei immagina, visto i loro continui litigi, e lui riuscirà a riportarla sulla retta via e a farle capire che gli screzi dei nonni, sono proprio dovuti al loro amore e che anche lui, lo ha sempre provato per lei. Mary ritroverà il suo amore perduto, ormai divorziato. Lei gli confiderà i suoi grandi segreti, ma nonostante il male che gli ha fatto, lui prova ancora amore e insisterà per essergli vicino in questo momento così buio, perché anche questo è amore. Tra i le due storie, si rafforza anche il legame di Jo Marie con il tuttofare di Cedar Cove, anche lui pieno di segreti, che costretto da un incidente ad una gamba, comincia  finalmente a rivelare qualcosa di sé.  Romanzo leggero, ma ben fatto, pieno di (forse troppo) sentimentalismo. L’autrice però scrive bene e nonostante, i suoi,  siano dei romanzi rosa, riesce a intessere delle trame convincenti e forse più che  romanzi rosa, li possiamo catalogare come dei romanzi “delicati”. Voto: 6+

giovedì 30 giugno 2016

RECENSIONE – Senza consenso di Jon Krakauer



Questo libro ci riporta un’inchiesta giornalistica uscita nel 2015 negli Stati Uniti. Negli stessi è diventata un caso editoriale perché ha portato alla luce, attraverso diverse indagini, la cultura dello stupro nei college americani. Un dramma, lo diciamo, non solo americano, ma mondiale, visto che in Italia siamo riusciti a clonare l’infausto termine “femmicidio” per capire quanto possa essere attuale parlare di violenza sulle donne. Un problema tra l’altro che accumuna tutti i paesi sia Occidentali che Orientali, dove è ben lontana la concessione alla donna della parità dei diritti, sia da un punto di vista etico che giudiziario, di cui dovrebbe godere in una società che si definisce civilizzata. La prima metà del libro contiene la vera indagine su alcuni casi di stupro avvenuti nell’Università di Mossoula, salita gli onori della cronaca, proprio perché diventata simbolo di un’epidemia nazionale. Krakauer racconta le testimonianze delle poche donne che hanno avuto il coraggio di parlare. Le vittime parlano con resoconti molto minuziosi delle violenze da loro subite, violenze ripetute anche dal sistema giudiziario che dovrebbe proteggerle, interessato invece a proteggere quelli che sembrano essere giovani promesse, soprattutto dello sport a livello universitario, quindi considerati, comunque, dei bravi ragazzi. La cittadina di Missoula è relativamente giovane, fondata soprattutto per lo sfruttamento del legname, convertita a fine anni settanta come polo accademico di un certo rilievo, capace di attirare giovani da tutti gli Stati Uniti, perché valido soprattutto a livello sportivo. Tanto valido che la squadra dei Grizzlies è l’orgoglio e il vanto della città e nessuno si perde una loro partita. I suoi giocatori sono tutti iscritti all’università, ragazzoni lontani dai vizi dei coetanei che vivono nelle grandi città. Dietro l’immagine dei bravi ragazzi però si cela una doppia identità. Una con l’impeccabile vita accademica e sportiva, e l’altra con le notti scandite dal consumo di alcol e droghe, dovute forse alle forti aspettative che dai ragazzi ci si aspetta, soprattutto a livello sportivo. Ma anche le ragazze non sono da meno. Tutte propense a partecipare a festini sfrenati, ma in virtù di questa loro partecipazione, le violenze che subiscono vengono sminuite e loro stesse colpevolizzate. La dinamica è quasi sempre la stessa. Ci si unisce ad una festa di qualche conoscente, si tende ad abusare di alcol, e una volta addormentate vengono violentate, talvolta da più persone, qualche volta anche da amici di infanzia, da ragazzi che passano per insospettabili. Molte volte i violentatori sanno che la passeranno liscia. Nella maggior parte delle volte, le violenze non vengono nemmeno denunciate, soprattutto per vergogna e per il timore di non essere credute, poiché spesso colpevolizzate di essere loro ad essersela cercata. Quando invece, qualcuna di loro, trova il coraggio di denunciare tutto alle autorità, viene sottoposta ad un iter giudiziario umiliante, come ci racconta Krakauer nella seconda parte del libro con la trascrizione di atti processuali veramente accaduti, in cui molto spesso viene dimostrato che gli accusati hanno avuto il consenso della vittima e questa finisce dalla ragione al torto. Molti di questi processi hanno un esito scontato proprio perché nessuno può o meno dire se ci sia stato consenso al rapporto. Krakauer ci porta all’interno del circuito giudiziario e ci fa scoprire l’agghiacciante ritratto di una generazione di uomini deresponsabilizzati dalla stessa giustizia con la speranza, che proprio libri come questo, possano prevenire o quantomeno assicurare una giustizia vera alle vittime. “Molte donne conoscono fin troppo bene uomini (…) che hanno una tale convinzione della propria precedenza da restare sordi quando una donna dice, “No, grazie” oppure “Non sono interessata” o, addirittura, “Fottiti, farabutto”.” Voto: 8