martedì 10 marzo 2015

RECENSIONE – Se ho paura prendimi per mano di Carla Vistarini


Quando ho comprato questo romanzo, tutto mi aspettavo, ma non di trovare un bellissimo romanzo. Ebbene sì, lo reputo tale. Fatto di uno stile immediato, con un linguaggio scorrevole e privo di rallentamenti. Molto intenso e allo stesso tempo delicato, che unisce paura e richiesta di aiuto. La storia si apre durante una rapina ad un supermercato, dove testimone è lo Smilzo, un barbone trentenne, che ha una visione della vita molto disincantata, del quale leggiamo i pensieri e non i discorsi, e questi ci raccontano tutto ciò che succede durante l’atto brutale, commentandolo minuto per minuto. Lo Smilzo, sembra al di fuori di tutto, e nonostante la gravità del fatto, non sembra essere particolarmente preso. Solo la presenza di una bambina solitaria, che sbuca nel bel mezzo del caos, lo proietta nella realtà dei fatti. La bambina ha sui tre anni, somiglia ad un puttino di Michelangelo, ma non sembra un tipo che si spaventa facilmente, nonostante non abbia i genitori intorno. Quella che all’inizio lo Smilzo, scambia per la madre uccisa durante la rapina, si renderà conto molto presto che non ha nessun legame con lei e che la situazione non è semplice come appare. La nana (la bambina) chiamata così perché non parla dallo Smilzo non è di aiuto, perché l’unica cosa che riesce a pronunciare e non senza difficoltà è: “F-f…fangulo!” Attraverso i suoi pensieri veniamo a conoscenza di chi era un tempo lo Smilzo, prima del nostro incontro. Era un mago della finanza, laureato in economia e con un master per giunta. Come sia finito a fare il barbone lo scopriremo pian piano nell’arco della storia. Ma il problema più grande, la sua più grande preoccupazione è da quel momento la bambina. Lui non vuole averne la responsabilità, ma ad un tentativo di consegnarla alla polizia, segue una sparatoria e un tentativo di rapimento della nana. Perché? Che cosa vogliono da questa bimba? Dall’oscurità emergono lentamente gli altri personaggi. Si capisce subito chi sia il buono e chi il cattivo, mentre il nostro eroe cerca di instaurare un rapporto improbabile con la bambina, dove tenta di farle capire che lui non può tenerla con sé, perché lui è un barbone senza una casa. Ma i due debbono comunque fuggire insieme, rincorsi da un avvocato senza scrupoli, con un piano riprovevole, e un prete che tutto sembra meno che un messaggero di Dio in terra. L’imperativo dei due è fuggire e mentre la fuga continua, i personaggi a corollario della storia si susseguono. L’avvocato Brandt, il cattivo della storia, e un altro personaggio che vuole a tutti i costi uccidere lo Smilzo. Un vecchio professore di fisica con il suo cane parlante, un russo che canta allegramente Oci Ciornie, un commissario che più stralunato di così non si può e assassini vaganti pronti a sparare contro tutto e tutti. Tutto questo moltiplica la nostra voglia di sapere in cosa i nostri eroi siano coinvolti, spingendoci a sfogliare una pagina dopo l’altra, alla ricerca degli elementi che ci possano portare finalmente alla risoluzione dell’enigma. Non ci sono molte parti descrittive, tutto è incentrato nei pensieri dello Smilzo, immediati e quotidiani. Discorsi seri, di fughe, di probabili assassini, morti senza senso, uniti insieme da battute comiche e a pensieri sparsi che fanno sorridere. In apparenza non si direbbe un thriller di questo libro, però lo è. La protagonista bambina sembra provenire da un sogno, portando con sé un peso troppo grande per lei: la sua stessa vita, per la quale qualcuno combatterà. Ci sono scene molto divertenti, tra lo Smilzo il professore con l’Alzheimer e il suo cane parlante Picchio. L’uno non ricorda di conoscerlo, l’altro spera in un suo aiuto, il cane è l’unico che ragiona insieme alla piccola senza nome, e l’adulta in qualche occasione sembra proprio lei, così seria e imbronciata. Lo Smilzo risulta essere una personaggio quasi “vivo”, come toccarlo al tatto, tanto è naturale e reale da avere quasi un dialogo con il lettore. Ma la palma della simpatia va alla “nana”, non è possibile non affezionarsi a lei, vittima di una storia così cattiva. Il romanzo inizia con nel segno del giallo, ma ha risvolti noir, nonostante la scrittura sia dolce e delicata, incentrata sulla figura della bimba senza nome. Questa creatura, questo essere indifeso, che avrà come suoi paladini lo Smilzo e il prete, il professore e il suo cane parlante, un corollario di amici strampalati pronti a tutti per difenderla. Anche se all’inizio la bimba sembra non avere nessuno, ma nel corso della storia scopriremo che una mamma ce l’ha, rinchiusa in una gabbia di follia creata appositamente per lei. Quindi le anime da salvare sono due. L’autrice ci lascia quasi in con l’animo in sospeso, con un finale al cardiopalma, fatto di inseguimenti sulla carta tradotti in  capitoli veloci che danno al finale un ritmo sincopato. Il bello però, di questo romanzo, è la sua semplicità, dato da una scrittura scorrevole e senza parole arzigogolate. L’autrice ha un dono, quello della semplicità di raccontare le cose, e lo fa con una grazia eccezionale. Voto: 9

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