domenica 25 agosto 2013
RECENSIONE - Q di Luther Blissett
Il romanzo è stato scritto da 4 scrittori bolognesi tra gli anni '80 e '90 sotto lo pseudonimo di Luther Blissett che si autodefinivano come "Nome multiplo sotto il quale agisce programmaticamente un nucleo di destabilizzatori del senso comune." Tutti gli scritti del progetto Luther Blissett oggi chiamato Wu Ming, sono liberamente scaricabili dal loro sito e riproducibili senza scopi commerciali.
Ma veniamo al libro.
"Q" si volte tra il 1518 ed il 1555 e ha come protagonista un anabattista di origine tedesca (di cui non viene mai svelato il nome), che durante quegli anni partecipa direttamente o indirettamente a tutti gli eventi legati alla Riforma e alla contro riforma. A contrastarlo, a sua insaputa, per gran parte del romanzo, una spia messa alle calcagna dei primi movimenti protestanti dal Cardinal Carafa (personaggio realmente esistito, come la maggior parte di quelli citati nel libro). Le vicende si svolgono tra la Germania, l'Olanda e l'Italia e brevemente nell'Impero Ottomano. La narrazione segue la formazione umana e spirituale del protagonista. Dalla giovinezza ribelle e rivoluzionaria, fino alla maturità, decisamente più diplomatica.
Il romanzo è diviso in tre parti che seguono i momenti principali degli avvenimenti storici di quell'epoca. Il protagonista affianca il pastore riformatore Thomast Muntzer dalle prime predicazioni fino alla disfatta di Frankenhausen del 1525. La seconda parte è caratterizzata dal racconto che il protagonista fa ad Eloi, un eretico di Anversa, della storia della ribellione della città di Munster del 1535, finita anche quella in tragedia. La terza parte del romanzo si sposta in Italia e vede i protagonisti muoversi nel decennio che vede in opera la fase finale della Riforma fino all'accordo di Augusta del 1555.
La tecnica narrativa prevede l'uso della voce narrante del protagonista e l'azione viene raccontata, a seconda del momento, sia al presente sia con l'uso di flash-back, alternando le due fasi in modo non lineare. Sono presenti inoltre momenti in cui a parlare è Q in persona: Dapprima tramite la corrispondenza con il suo mentore, Carafa, e man mano che l'opera si sviluppa appaiono anche brani del suo diario personale.
"Q" è scritto come un romanzo di cappa e spada con tutte le caratteristiche del genere, compresa una certa ingenuità narrativa, comunque voluta.
A chi piace il romanzo storico consiglio vivamente la lettura di questo romanzo.
giovedì 22 agosto 2013
RECENSIONE - SENTIERI DI NOTTE di Giovanni Agnoloni
Appena finito di leggere questo libro tutto d'un fiato. Non sono riuscita ancora a catalogarlo. Fantascienza? Thriller? Apocalittico? Azione? Religioso? Intimista?
Un po' di tutto devo dire.
All'inizio mi ha fatto pensare a Blade Runner attraverso il personaggio secondo me più bello, l'androide Luther.
In una fantasmagoria Europa del 2025, dove la tecnologia e la rete la fanno da padrone, si sta compiendo una sorta di Apocalisse.
Una società informatica, quella che detiene il monopolio di tutta la rete tecnologica, vuole impadronirsi del vecchio continente. E quale può essere il modo migliore se non sfoggiare il potere di far tornare l'uomo ad una sorta di età della pietra togliendo l'energia a proprio piacimento?
Un manipolo di uomini, una donna e un androide dovranno impedire che "il Bianco" risucchi tutto. Dalla vecchia città di Cracovia a Stoccolma, e da questa a Berlino, uniti da un unico filo, un uomo che aveva capito tutto, il prof. Hermann.
L'uomo e la natura uniti insieme in un unico "Se" per la salvezza del mondo.
Ogni religione, nonostante le sue diversità, può portare alla riscoperta del "Se" e attraverso di esso alla riscoperta della Fonte di Energia, la Fonte della Vita.
Di solito non sono un'amante di questo tipo di libri.
Devo dire però di aver apprezzato "Sentieri di Notte". L'autore è stato molto bravo nel tenere desta l'attenzione, creando questa sorta di thriller intimista.
Scrive molto bene Giovanni Agnoloni. Soprattutto si nota che è una persona molto colta e con grandi conoscenze, e che ha svolto delle grandi ricerche per poter scrivere al meglio questo libro.
Voto: 7.5
Un po' di tutto devo dire.
All'inizio mi ha fatto pensare a Blade Runner attraverso il personaggio secondo me più bello, l'androide Luther.
In una fantasmagoria Europa del 2025, dove la tecnologia e la rete la fanno da padrone, si sta compiendo una sorta di Apocalisse.
Una società informatica, quella che detiene il monopolio di tutta la rete tecnologica, vuole impadronirsi del vecchio continente. E quale può essere il modo migliore se non sfoggiare il potere di far tornare l'uomo ad una sorta di età della pietra togliendo l'energia a proprio piacimento?
Un manipolo di uomini, una donna e un androide dovranno impedire che "il Bianco" risucchi tutto. Dalla vecchia città di Cracovia a Stoccolma, e da questa a Berlino, uniti da un unico filo, un uomo che aveva capito tutto, il prof. Hermann.
L'uomo e la natura uniti insieme in un unico "Se" per la salvezza del mondo.
Ogni religione, nonostante le sue diversità, può portare alla riscoperta del "Se" e attraverso di esso alla riscoperta della Fonte di Energia, la Fonte della Vita.
Di solito non sono un'amante di questo tipo di libri.
Devo dire però di aver apprezzato "Sentieri di Notte". L'autore è stato molto bravo nel tenere desta l'attenzione, creando questa sorta di thriller intimista.
Scrive molto bene Giovanni Agnoloni. Soprattutto si nota che è una persona molto colta e con grandi conoscenze, e che ha svolto delle grandi ricerche per poter scrivere al meglio questo libro.
Voto: 7.5
mercoledì 21 agosto 2013
INFERNO di Dan Brown
Con questo romanzo Dan Brown, riprende le avventure del famoso professore di simbologia di Harvard, Robert Langdon. Lo ritroviamo a Firenze, a far luce sull'ennesimo intricato mistero.
Il professor Langdon si risveglia in un ospedale fiorentino con una perdita di memoria. Non sa infatti perché sia lì e come abbia fatto ad arrivarci. Ha una ferita alla testa che sembra essere stata provocata da un colpo di pistola di striscio. Appena il tempo di conoscere una dottoressa inglese che traduce per lui quello che il medico ha da dirgli, che in stanza irrompe una persona che tenta di nuovo di ucciderlo. Langdon riesce a fuggire per merito della dottoressa e da qui comincia la sua avventura. Deve scappare per salvarsi la vita e contemporaneamente fare luce su una cospirazione di portata globale i cui indizi sono nascosti nella più grande opera del più famoso cittadino di Firenze, Dante Alighieri e la sua Divina Commedia.
"Inferno" è un romanzo spettacolare, se si parte dai dovuti presupposti. Intanto bisogna accettare il fatto che non si ha tra le mani un capolavoro. Dan Brown scrive piuttosto male, in effetti, ma in fin dei conti poco importa, perché non si sta leggendo un romanzo che può cambiare la vita o far rivedere il modo di percepire il mondo. Si sta leggendo un prodotto di intrattenimento, e per chi ne usufruisce, ci riesce in maniera sorprendente.
In "Inferno" troviamo azione, più o meno improbabile. C'è ritmo, cadenzato in capitoli brevissimi, ognuno dei quali termina con un colpo di scena. Ci sono aneddoti che aiutano a contestualizzare la storia, e, nel contempo a renderla accattivante per il lettore.
Sì, nel romanzo ci sono alcune inesattezze. Del tipo che la maschera funeraria di Dante esposta a Firenze non è affatto l'originale, o che la tomba di Enrico Dandolo a Santa Sofia è solo un cenotafio, perché l'originale è stata distrutta dai musulmani. Ma anche qui, sono storture della realtà che servono alla trama, e in più suonano verosimili, quindi per me, vanno bene.
Lo scopo di Dan Brown non è quello di educare il pubblico dei lettori o proporre morale in chiave metaforica. Lo scopo principale di Dan Brown è quello di scrivere qualcosa che la gente abbia il piacere di leggere in spiaggia o sui mezzi pubblici o prima di andare a dormire. Qualcosa che diverta e intrighi a tal punto, magari da farci saltare dieci minuti di bagno, perdere la fermata della metro o andare a letto mezz'ora più tardi, perché - diamine! - si voleva vedere come andava a finire. Questo era il vero obiettivo di Dan Brown. Obiettivo perfettamente centrato.
Sul finire di questo romanzo Dan Brown ha rotto una regola che sembrava essersi auto-imposto, ovvero: Gli eventi dei romanzi precedenti non hanno effetti su quelli successivi. Nonostante Langdon abbia in pratica rivoluzionato la storia del mondo ne "Il Codice Da Vinci", nei romanzi successivi non se ne fa alcun riferimento diretto. Ebbene alla fine di "Inferno" succede qualcosa che non gli sarà possibile non menzionare in un eventuale seguito.
Quindi, riassumendo. Buon libro, ottimo se non lo si prende troppo sul serio e lo si legge per puro e semplice svago. Non mancano le sbavature, ma, sul serio, passano in secondo piano, grazie al ritmo incalzante e all'azione serrata.
Voto: 7,5
Il professor Langdon si risveglia in un ospedale fiorentino con una perdita di memoria. Non sa infatti perché sia lì e come abbia fatto ad arrivarci. Ha una ferita alla testa che sembra essere stata provocata da un colpo di pistola di striscio. Appena il tempo di conoscere una dottoressa inglese che traduce per lui quello che il medico ha da dirgli, che in stanza irrompe una persona che tenta di nuovo di ucciderlo. Langdon riesce a fuggire per merito della dottoressa e da qui comincia la sua avventura. Deve scappare per salvarsi la vita e contemporaneamente fare luce su una cospirazione di portata globale i cui indizi sono nascosti nella più grande opera del più famoso cittadino di Firenze, Dante Alighieri e la sua Divina Commedia.
"Inferno" è un romanzo spettacolare, se si parte dai dovuti presupposti. Intanto bisogna accettare il fatto che non si ha tra le mani un capolavoro. Dan Brown scrive piuttosto male, in effetti, ma in fin dei conti poco importa, perché non si sta leggendo un romanzo che può cambiare la vita o far rivedere il modo di percepire il mondo. Si sta leggendo un prodotto di intrattenimento, e per chi ne usufruisce, ci riesce in maniera sorprendente.
In "Inferno" troviamo azione, più o meno improbabile. C'è ritmo, cadenzato in capitoli brevissimi, ognuno dei quali termina con un colpo di scena. Ci sono aneddoti che aiutano a contestualizzare la storia, e, nel contempo a renderla accattivante per il lettore.
Sì, nel romanzo ci sono alcune inesattezze. Del tipo che la maschera funeraria di Dante esposta a Firenze non è affatto l'originale, o che la tomba di Enrico Dandolo a Santa Sofia è solo un cenotafio, perché l'originale è stata distrutta dai musulmani. Ma anche qui, sono storture della realtà che servono alla trama, e in più suonano verosimili, quindi per me, vanno bene.
Lo scopo di Dan Brown non è quello di educare il pubblico dei lettori o proporre morale in chiave metaforica. Lo scopo principale di Dan Brown è quello di scrivere qualcosa che la gente abbia il piacere di leggere in spiaggia o sui mezzi pubblici o prima di andare a dormire. Qualcosa che diverta e intrighi a tal punto, magari da farci saltare dieci minuti di bagno, perdere la fermata della metro o andare a letto mezz'ora più tardi, perché - diamine! - si voleva vedere come andava a finire. Questo era il vero obiettivo di Dan Brown. Obiettivo perfettamente centrato.
Sul finire di questo romanzo Dan Brown ha rotto una regola che sembrava essersi auto-imposto, ovvero: Gli eventi dei romanzi precedenti non hanno effetti su quelli successivi. Nonostante Langdon abbia in pratica rivoluzionato la storia del mondo ne "Il Codice Da Vinci", nei romanzi successivi non se ne fa alcun riferimento diretto. Ebbene alla fine di "Inferno" succede qualcosa che non gli sarà possibile non menzionare in un eventuale seguito.
Quindi, riassumendo. Buon libro, ottimo se non lo si prende troppo sul serio e lo si legge per puro e semplice svago. Non mancano le sbavature, ma, sul serio, passano in secondo piano, grazie al ritmo incalzante e all'azione serrata.
Voto: 7,5
lunedì 29 luglio 2013
RECENSIONE – La verità sul caso Harry Quebert di Joël Dicker
Ho letto
la trama e mi sembrava il romanzo perfetto per l’estate. Quando l’ho iniziato a
leggere ha destato da subito la mia attenzione, già dalle prime pagine. Il
ritmo del linguaggio e l’incedere dei fatti, che si susseguivano con un ritmo
incalzante, i colpi di scena mi hanno da subito rapita, e catturata, che avrei
voluto leggerlo tutto in una volta.
Marcus Goldman è uno
scrittore esordiente, che con il suo
primo libro ha avuto un notevole successo e ha conquistato milioni di lettori.
La sua vita è cambiata dal giorno alla notte. Cambia casa,
comprandosi un appartamento a New York per riuscire a sfuggire ad una madre
assillante (fortissimo il suo personaggio!). Comincia a frequentare il Jet-set
newyorchese, e con l’abbondanza di denaro, si dà alle feste a cui partecipa
gente che nemmeno conosce.
Tutta l’America parla di lui, di Marcus Goldman, tanto che si
vede costretto ad assumere un agente letterario ed una segretaria che archivi
le centinaia di lettere di fan che gli arrivano ogni giorno.
Ma il successo è effimero. Come è lesto ad arrivare, è lesto
anche a dissolversi.
Troviamo Marcus con il più grande orrore che possa capitare
ad uno scrittore … quello di non saper più mettere una parola dopo l’altra, un
incubo bianco …
Soprattutto lo troviamo alle prese con il suo editore che lo
pressa di presentargli il prossimo libro, prima che il nuovo enfant prodige
della letteratura americana riesca a soppiantarlo e a farlo dimenticare e
soprattutto prima che lui possa intentargli una causa milionaria per non aver
rispettato il suo contratto.
La paura di non saper più scrivere gli fanno ricordare il suo
vecchio insegnante di letteratura, quello a cui sente di dover tutto, Harry
Quebert.
Harry, anche lui affermato scrittore, vive in un paesino
tranquillo di una cittadina americana del New Hampshire, Aurora. Una cittadina
dove gli abitanti si conoscono tutti e non chiudono mai la porta di casa a
chiave e può essere il posto giusto per fargli ritrovare la sua vena artistica,
l’ispirazione.
Ma nonostante tutto l’incubo delle pagine bianche lo segue
anche lì, e non riesce più a mettere insieme una frase dietro l’altra.
Un giorno quindi si ritrova a frugare tra gli appunti di
Harry per farsi venire qualche idea per scrivere il suo più grande romanzo
della carriera. E se riuscisse finalmente a trovare qualcosa proprio tra le
mura di quella casa? Inizia quindi una ricerca minuziosa di appunti e quaderni
di Harry e in un anfratto nascosto di una libreria trova una cassetta
misteriosa che contiene foto e lettere. Scopre così, che il suo maestro
nell’estate del 1975, aveva intrattenuto una relazione con una quindicenne,
Nola Kellergan, scomparsa poi misteriosamente. Da quella relazione era nato il
libro capolavoro “Le origini del male” che aveva reso il suo professore un
famoso scrittore.
Marcus giura al suo maestro di mantenere il suo segreto, ma
ben presto la storia della ragazza torna a farsi attuale. Viene ritrovato il
suo cadavere nel giardino di Harry e lui viene accusato di doppio omicidio.
A Marcus toccherà l’onere e l’onore di dover scoprire i
segreti che si celano dietro la morte di Nola per scagionare il suo amico, che
nonostante tutto, lui crede innocente.
Ci ritroviamo, quindi proiettati, nel passato di Harry e Nola
e degli altri personaggi di contorno con sfondo la cittadina di Autora. E nel
presente, dove Marcus ritroverà finalmente la sua vena creativa, e inizierà a
scrivere un libro. Per il suo successo e per salvare il suo amico Harry
Quebert.
L’architettura di questo thriller di Joël Dicker si compone
quindi di un gioco di piani sovrapposti in cui la letteratura e la scrittura
rimangono sempre al centro.
C’è un libro nel libro. Quello che abbiamo tra le mani, e il
capolavoro di Harry Quebert, Le origini del male, legati entrambi a doppio filo
con la scomparsa di Nola. Il primo parla dell’indagine eseguita da Marcus
Goldman e il secondo dell’amore di Harry e Nola.
La nota un po’ stonata del libro è proprio questa. La storia
d’amore di Nola e Harry che ci viene raccontata con i toni adolescenziali di
Nola. I dialoghi tra i due sono zuccherosi oltre ogni buon senso. Certo,
raccontare una storia d’amore tra una quindicenne e un trentenne non è semplice
e crea una sacco di dilemmi.
Questo libro comunque, si merita soprattutto elogi. In tutte
le 750 pagine, l’autore tiene sempre alta la tensione, con sorprese che
cambiano il punto di vista sulle vicende, sui personaggi, sui rapporti tra di
loro. Lo fa senza mai usare facili stratagemmi, con grande talento.
“La verità sul caso Harry Quebert” ha pochi personaggi, che
la trama approfondisce in modo molto credibile. Più che continue e clamorose
rivelazioni, ci sono spostamenti nel punto di vista.
Cosa c’è di vero o di falso in una storia? Dipende da chi la
racconta, e come, e perché. Una regola semplice che però è difficile da
applicare in modo efficace. In questo romanzo Dicker con semplicità.
Piccola nota: Il libro racchiude al suo interno una sorta di
guida per aspiranti scrittori, infatti all’inizio di ogni capitolo Dicker
inserisce uno scambio, un botta e risposta tra Harry e Marcus, a proposito
dell’arte della scrittura.
Voto: 8
domenica 21 luglio 2013
Recensione - Quello che mi piace di te di Beth Kery
Secondo capitolo della saga della Kery. Se si fosse formata al primo libro avrei apprezzato, ma niente da fare. I soldi facili fanno gola a tutti e cavalcare l'onda del momento della letteratura erotica a tutti i costi, ha preso la mano di parecchie scrittrici.
Be' se il primo libro lo avevo paragonato ad un Harmony un po' spinto, con questo secondo libro la signora Kery si è superata. Ha fatto peggio.
Scontato è dire poco!
Se il primo aveva l'elemento arte a fargli da buon contorno, qui c'è l'arte culinaria, ma non è certamente trattata in maniera esauriente da poter dare quel qualcosa in più al romanzo.
Comunque i due protagonisti sono troppo stereotipati. Troppo belli, troppo bravi a fare tutto, troppo ricchi, con una vita favolosa, ma con quel qualcosa di misterioso al seguito. Infanzia difficile, adozioni tutti cliché già visti e rivisti.
Strano che non ci sia mai una storia che parli di una donna in sovrappeso o di un uomo con qualche difetto.
Gli uomini sono tutti degli amanti incredibili e devono sempre e comunque sottomettere le loro donne.
Hanno paura per caso di una donna che sappia usare la sua testa?
Quello che più mi sconcerta è che questi libri sono scritti da donne e che rendono le loro protagoniste alla stregua di oggetti sessuali. Ma un po' di autostima no?
I personaggi cambiano solo per il nome. Se nel primo libro avevamo Ian e Francesca, nel secondo abbiamo Lucien ed Elise. Ma per il resto sono molto, ma molto simili.
C'è addirittura una parte copiata bellamente, senza troppi patemi d'animo, dalle 50 sfumature.
Insomma, grandi sedute di sesso, sesso e sesso, dove lui domina e lei dice sempre si.
Non c'è altro! Un pizzico di giallo nelle ultime pagine riaccende un po' il libro... ma è una trovata per lasciare il lettore in sospeso e costringerlo (quasi) a comprarne il seguito. Ma ne abbiamo veramente bisogno?
Voto: 4
Be' se il primo libro lo avevo paragonato ad un Harmony un po' spinto, con questo secondo libro la signora Kery si è superata. Ha fatto peggio.
Scontato è dire poco!
Se il primo aveva l'elemento arte a fargli da buon contorno, qui c'è l'arte culinaria, ma non è certamente trattata in maniera esauriente da poter dare quel qualcosa in più al romanzo.
Comunque i due protagonisti sono troppo stereotipati. Troppo belli, troppo bravi a fare tutto, troppo ricchi, con una vita favolosa, ma con quel qualcosa di misterioso al seguito. Infanzia difficile, adozioni tutti cliché già visti e rivisti.
Strano che non ci sia mai una storia che parli di una donna in sovrappeso o di un uomo con qualche difetto.
Gli uomini sono tutti degli amanti incredibili e devono sempre e comunque sottomettere le loro donne.
Hanno paura per caso di una donna che sappia usare la sua testa?
Quello che più mi sconcerta è che questi libri sono scritti da donne e che rendono le loro protagoniste alla stregua di oggetti sessuali. Ma un po' di autostima no?
I personaggi cambiano solo per il nome. Se nel primo libro avevamo Ian e Francesca, nel secondo abbiamo Lucien ed Elise. Ma per il resto sono molto, ma molto simili.
C'è addirittura una parte copiata bellamente, senza troppi patemi d'animo, dalle 50 sfumature.
Insomma, grandi sedute di sesso, sesso e sesso, dove lui domina e lei dice sempre si.
Non c'è altro! Un pizzico di giallo nelle ultime pagine riaccende un po' il libro... ma è una trovata per lasciare il lettore in sospeso e costringerlo (quasi) a comprarne il seguito. Ma ne abbiamo veramente bisogno?
Voto: 4
giovedì 18 luglio 2013
RECENSIONE – Lui è tornato di Timur Vermes
L’idea di
una ricomparsa di Hitler non è certo una novità, visto che il suo corpo non è
mai stato ritrovato. E di miti (anche tragici come questo) che ricompaiono di
qua o di là nel mondo se ne parla tutti giorni. Quante volte è stato avvistato
Elvis Presley? Quanti dicono che il vero Paul McCartney è morto e che invece
John Lennon è vivo? Insomma di questi miti ne è pieno il mondo.
Berlino,
2011. Risvegliatosi in un campo incolto in mezzo ad alti palazzi, con ancora
indosso la sua uniforme, seppur sporca e dall’inconfondibile odore di benzina,
immaginiamo la sua sorpresa. Ma l’uomo, anzi il Führer, non si perde d’animo.
Cerca subito qualcuno che possa fargli capire cosa sia successo.
Passa in
un attimo, per la sua “somiglianza” con l’altro, da essere un uomo
nulla-tenente, affossato dalle diversità dell’era moderna, accerchiato da
stravolgenti novità come la televisione, la raccolta differenziata, i computer,
i telefonini allo sfruttare al massimo tutto questo. E tutto ciò che è
comunicazione, non c’è dubbio che Hitler lo avrebbe saputo utilizzare
perfettamente.
Il
romanzo di Vermes è un ritratto molto preciso non di un Führer futuristico che
sarebbe potuto vivere nel mondo d’oggi, trasportatovi da non so quale macchina
del tempo. Ma di quello che in realtà è stato.
Siamo
stati abituati a considerarlo un pazzo, un razzista, un folle omicida. Ma,
seppur nella sua follia, aveva una sconcertante logica di pensiero.
Vermes ci
presenta un Hitler che se la prende con tutti: partiti politici, la UE, Angela
Merkel, definita una grassona molliccia mangiatrice di wüsterl. Con la finanza,
i giornalisti, la democrazia (che considera un’utopia, forse più del
comunismo). Se la prende con i liberali, con i socialdemocratici, perfino con
le persone che raccolgono gli escrementi dei cani (li vorrebbe sterminare), e mescola i ricordi
del suo passato, i suoi collaboratori, le sue donne, con questa vita che
qualcuno, (chissà chi) gli sta facendo vivere nel nostro presente.
La storia
d’altro canto rese evidente come l’universo ideologico voluto dal Nazismo
scricchiolasse sotto il peso della sua stessa logica follia. Il mito della
superiorità ariana crollerà con lui. Quando Hitler capì di aver perso la
guerra, ammise anche che il popolo tedesco non meritava di sopravvivere. Se
questa non è fede incondizionata ai propri principi….
L’ironia
che ci accompagna nella storia non è comicità, è una satira tagliente di quello
che crediamo non essere più e in cui siamo invece ancora completamente immersi:
il pantano razzista.
Il libro
di Vermes ci mette di fronte ad una realtà storica e ideologica al di fuori del
mito scolastico del folle antisemita.
Se
leggerete questo libro, quindi, non soffermatevi all’Hitler che finisce su
youtube, a quello che fa propaganda in tv. Quello non è che un espediente
letterario per scovare l’Hitler che è in noi. Non basta chiudere i lager in
Europa se poi si aprono fabbriche fatiscenti in Cina. Non basta la scusa della crisi
per giustificare una gerarchia di accesso ai diritti fondamentali dell’uomo.
Di fronte
a tutte le atrocità che il nostro sistema globale si inventa ogni giorno, è
molto probabile, anzi non c’è nessun pericolo che Lui torni. Lui semplicemente
non se n’è mai andato, solo che non sappiamo riconoscerlo.
Voto: 7,5
lunedì 15 luglio 2013
RECENSIONE – Eutanasia d’amore di Fabio Rien
Sono riuscita ad avere questo
testo per vie traverse, tanto che dovrò ringraziare la persona che me lo ha
passato chiedendomi di recensirlo.
Era da un po’ che il testo mi
faceva l’occhiolino da sopra la mia scrivania, tant’è che ieri sera alla fine
non ce l’ho più fatta e l’ho preso nelle mie mani. Be’… non ho più smesso di
leggerlo fino a finirlo.
Questo libro è un po’ un pugno
sul cuore, molto forte. E’ una mano che lo stringe nel tentativo di fermarne i
suoi battiti. E’ una stanza senza finestre a cui poco a poco viene tolto l’ossigeno
e tu soffochi in essa fino a quando, quel qualcuno, si deciderà a ridartelo.
Mai titolo può presentarsi più
appropriato di “Eutanasia d’amore”.
Può la voglia di amare e di
essere amati sconvolgere tanto la nostra esistenza tanto da farci vivere una
vita parallela? Può inventarsi per noi storie, voci, suoni, persone e persino
sentimenti d’amore e di autodistruzione? Può l’amore volere la tua distruzione
come scopo ultimo?
Questo libro ce lo racconta in
modo crudo e diretto, dicendocelo e poi smentendosi subito dopo, e smentendosi
ancora, di nuovo.
Davide protagonista assoluto del
libro. Un demone fatto ragazzo. Bello e dannato.
Talmente al di fuori dai normali
canoni di bellezza da non passare inosservato, ma lui rifugge da tutto e tutti.
L’unico sentimento a cui non
vuole fuggire è quello dell’amore tra lui e suo padre. Troppo breve, troppo
intenso, tanto da sfuggirne la perdita.
Lo troviamo in un ospedale in
ripresa da un incidente stradale, suo padre è morto da tempo, sua madre si è
già rifatta una vita. E ora lui ha anche la faccia di quel demone.
Quindi, è sfregiato nel corpo e
nell’anima.
Non riesce ad accettare quello
che gli è successo e cerca di prendere a pugni la vita.
Nella sua degenza, dopo il
risveglio dal coma, trova ad attenderlo una masnada di persone con cui lui non
vuole avere niente a che fare.
Mostra il lato oscuro del cuore
perché è l’unico modo per non morire di dolore.
E poi c’è Andrea.
Non sa chi sia, ma sa che lui non
lo ha abbandonato, che lo veglia da quando è lì. Dapprima pensa sia la sua
coscienza, poi forse il fantasma del padre. Ma poi Andrea si rivela per quello
che è: AMORE INCONDIZIONATO. E Davide, che di quel tipo di AMORE ne ha bisogno
come aria, si appresta a viverlo appieno con il tutto il cuore. Stavolta quello tenero,
quello fragile.
Tra la storia dei due si
inserisce lo psicologo dell’ospedale, il giovane Marco, che tenta in tutti i
modi di riportare Davide nella sua vita “normale”. Seduta dopo seduta Davide si
aprirà con Marco e la storia proseguirà come un incontro a tre.
Ad un certo punto, nel momento
del massimo rilassamento, quando ormai ha lasciato andare il cuore, Andrea
sparisce dalla sua vita, dopo avergli piantato un chiodo nell’anima. E Davide
reagisce in maniera arbitraria creandosi un secondo se stesso, Alexander.
Alexander è un ragazzo che vorrebbe essere forte e prendere senza dare, ma è
una macchietta d ‘uomo. Saranno gli altri a prendere e lui a dare tutto. Questo
lo rende rabbioso e insicuro, sempre più propenso ad autodistruggersi.
Si circonda di persone che sembra
vogliano salvarlo, ma che alla fine da lui non vogliono altro che il corpo, ma
dopo averlo avuto sembrano perdere l’anima e restare dannati per sempre.
Tra una vita non vita e tra i tanti
eccessi di alcool e psico-farmaci, Davide deciderà che per dimenticare la farsa
dell’amore di Andrea, che ancora lo tormenta, l’unico modo è quello di
ottenebrare i pensieri, recidere i sentimenti.
A detta dell’autore possiamo
crearci un lieto fine. Sta a noi pensarlo e crearlo, come Davide ha creato la
sua seconda vita. Lui ci da uno spunto, a noi quindi il motivo per farlo
proseguire nella storia.
Lieve e pesante allo stesso
tempo. E’ un libro sentito e scritto col CUORE. Quello vero e pieno di
sentimento che sa anche sopperire alla mancanza di AMORE, ma che soprattutto è
capace di darne! Bravo Fabio.
Voto: 8
Iscriviti a:
Post (Atom)